• Medio Oriente senza cristiani?

Medio Oriente senza cristiani?

Dalla fine dell’Impero ottomano ai nuovi fondamentalismi
Riccardo Cristiano
Lit Edizioni, Roma 2014, pp. 186, € 19,50
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«Questo doloroso cammino antistorico può essere fotografato nell’abbandono dei luoghi sacri dell’ebraismo mediorientale, come del cristianesimo. Basti andare a cercare le sinanoghe di Istanbul o, se un giorno sarà possibile, le chiese cristiane di Mosul» (p. 51).

Nel luglio dello scorso anno, per la prima volta nella storia, è stata messa in atto l’espulsione di massa di un’intera comunità cristiana da una terra araba, quella di Mosul in Iraq.

È questo il fatto scatenante da cui l’A., il vaticanista del Giornale Radio Rai Riccardo Cristiano, fa partire la sua riflessione: un’analisi sociopolitica dell’iter che dalle primavere arabe in poi, in poco meno di tre anni, ha condotto il Medio Oriente all’attuale guerra devastante in Siria, all’insorgere dell’ISIS, alla sempre più destabilizzata situazione libanese. Testimonianze e racconti si alternano lungo le pagine del volume per dare voce al tema caldo per l’A. del cristianesimo arabo. Un tema attuale, urgente, che va affrontato con gli occhi di cristiani attenti a non cadere in una visione miope del problema.

Come rendere pacifica la convivenza di fedeli delle diverse religioni nell’area che da anni è considerata la polveriera d’Oriente? Un interrogativo davanti al quale le primavere arabe hanno tentato di dare una risposta che portasse a una scelta araba di diritto. Un quesito a cui i regimi autoritari hanno replicato con campagne di oppressione e persecuzioni, in un clima nel quale i fondamentalismi hanno trovato terreno fertile per rifiorire e imporre quella che Cristiano definisce una “omologazione nazionalista”. L’idea che emerge dalla lettura di questo libro è invece di ampio respiro.

Attraverso le voci dei tanti soggetti coinvolti in questo conflitto interreligioso l’A. sostiene che sia ancora (e sempre) possibile la convivenza delle diverse fedi sullo stesso suolo: a patto che non ci si rassegni all’omologazione nazionalista, a condizione che ci si sforzi di guardare tutte le situazioni con gli occhi sempre aperti del pluralismo.

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