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Mani pulite, cuore puro

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Il viaggio è da sempre e probabilmente ovunque una metafora della vita umana: il raggiungimento della meta rappresenta il conseguimento della pienezza, la vita buona a cui ciascuno aspira. Il tema è presente anche nella Bibbia, in particolare in relazione al viaggio verso Gerusalemme e il tempio. L’esperienza del pellegrinaggio rituale diventa cifra di un percorso spirituale: l’incontro con Dio è l’espressione di un traguardo anche esistenziale, non solo dell’ingresso nel tempio. In questa chiave proveremo a leggere il Salmo 24, generalmente considerato una liturgia di ingresso nel santuario: per salire il monte del Signore occorre essere pronti. I “requisiti” indicati dal salmo rappresentano altrettante indicazioni per conseguire la pienezza di una vita buona. Affronteremo le tre parti in cui gli esegeti concordano di suddividere il testo, fornendo per la seconda una traduzione più letterale di quella normalmente in uso.

Il mondo è di Dio (vv. 1-2)

Salmo 24,1-2

1 Del Signore è la terra e quanto contiene: / il mondo, con i suoi abitanti.
2 È lui che l’ha fondata sui mari / e sui fiumi l’ha stabilita.

Il salmo comincia ricordando le origini del mondo. La terra, lo spazio in cui si svolge il viaggio dell’essere umano, appartiene al Signore, che, oltre ad averla fondata, ne garantisce la stabilità, impedendo al mare, che è un simbolo di morte, di invaderla e distruggerla. Grazie a Dio esiste e continua ad essere abitabile. Non è frutto del caso, ma di una precisa intenzione di cui reca traccia: la terra è dono gratuito e spazio di gratuità, in cui la vita è promossa e difesa. Compirà il proprio pellegrinaggio sulla terra, arrivando alla meta dell’incontro con Dio, chi saprà sintonizzarsi con questa intenzione e vivere secondo la medesima logica. Per chi imposta la propria vita in base ad altri criteri di dominio e sopraffazione, come insegna la Genesi, il rapporto con la terra e con gli altri esseri umani diventerà fonte di conflitto e di inciampo e non sarà possibile raggiungere la meta. Anziché spazio di vita e di comunione la terra diventerà scenario di distruzione e di morte, come troppe volte vediamo accadere.

L’umanità in cammino verso Dio (vv. 3-6)

Salmo 24,3-6

3 Chi salirà il monte del Signore? / Chi starà (in piedi) nel suo luogo santo? 4 L’innocente di palme e il puro di cuore, / colui che non si rivolge agli idoli / e non giura per inganno. 5 Otterrà benedizione da parte del Signore / e giustizia dal Dio della sua salvezza. 6 Questa la generazione che lo cerca, / quelli che cercano il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Dallo spazio in cui si svolge il viaggio/pellegrinaggio l’attenzione si sposta a chi lo compie, presentando le condizioni a partire dalle quali si realizza l’incontro col Signore. La strofa si apre con due domande precise, che risuonano anche in altri testi simili, come, ad esempio, il Salmo 15 o Isaia 33,14-16, e appartengono al genere letterario della liturgia di ingresso. Alle due domande risponde il v. 4, costruito in modo molto accurato: nella prima parte si parla, in positivo, di palme delle mani, cioè si fa riferimento a tutta l’attività esterna dell’uomo, e si menziona poi il cuore, che nell’antropologia biblica è la sede della volontà e delle decisioni. Si indicano quindi insieme l’esteriorità e l’interiorità, che il testo presenta in accordo. Per entrare nel santuario e incontrare Dio non sono richieste particolari pratiche di culto ma l’integrità personale. Raggiunge la meta della vita buona la persona che, a partire dal suo centro, il cuore, agisce all’esterno in maniera coerente. In questo versetto si ricorda una verità fondamentale della Scrittura: l’interno e l’esterno della persona sono inestricabilmente uniti. Se manca questo accordo, la persona non è indirizzata verso il monte del Signore. Ci sembra un richiamo importante anche per la nostra cultura contemporanea, che troppo spesso scinde il piano delle intenzioni da quello delle azioni, o l’ambito individuale e privato (famiglia, mondo degli affetti, scelte personali), da quello pubblico e sociale (impegno professionale, sociale, politico, ecc.), come se potessero essere retti da logiche diverse. Il salmo ci ricorda che non è così.

Nella seconda parte del v. 4, questa volta in forma negativa e di nuovo in parallelo tra loro, sono indicati altri due atteggiamenti: il non rivolgersi agli idoli e il non giurare per la falsità, per il male. Il richiamo allo spergiuro e alla menzogna rinforza quanto dicevamo a riguardo dell’integrità della persona e non può non farci venire in mente le dure parole che papa Francesco riserva alla corruzione e al suo potere di morte. Di grande ricchezza, anche se risulta meno immediata per la nostra cultura, è la menzione degli idoli. Questo termine non indica semplicemente gli oggetti materiali a cui si rivolgono i culti pagani, ma ciò di cui questi sono simbolo: tutte quelle istanze, soprattutto sociali e culturali, sono portatrici di una logica diversa da quella che Dio ha impresso nella creazione e promettono la felicità attraverso altri mezzi. La logica idolatrica soppianta il dono, la gratuità e la libertà vissuti all’interno dell’affidamento alla promessa fatta da Dio con la seduzione della prosperità facile, immettendo i suoi seguaci in un percorso di schiavitù fino alla morte (il sacrificio umano degli antichi culti). Non possiamo non riconoscere che anche la nostra società è percorsa da promesse illusorie di prosperità facile, anche se ormai per lo più spogliate da riferimenti religiosi: basta pensare ai drammi prodotti dalla diffusione del gioco d’azzardo.

Il v. 6 introduce un cambiamento di prospettiva estremamente stimolante: dal singolare il discorso passa al plurale, aprendosi alla dimensione comunitaria. Chi cammina verso il monte del Signore, cercando l’integrità e rifiutando la menzogna e gli idoli, scopre di non essere da solo. In altre parole, cogliere la logica che Dio ha impresso nella realtà e assumerla a fondamento della propria esistenza è alla base della costruzione dell’identità non solo individuale, ma anche collettiva. L’orientamento al bene fonda il legame sociale, producendo un soggetto collettivo: è quello che papa Francesco ci ricorda a più riprese nella Evangelii gaudium, ad esempio quando afferma «La Parola di Dio ci invita anche a riconoscere che siamo popolo» (n. 268), invitandoci ad assaporare il piacere spirituale che questo genera.

Il punto d’arrivo (vv. 7-10)

Salmo 24,7-10

7 Alzate, o porte, la vostra testa, / alzatevi, soglie eterne, ed entri il re della gloria. 8 Chi è questo re della gloria? / Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia. 9 Alzate, o porte, la vostra testa, / alzatevi, soglie eterne, ed entri il re della gloria. 10 Chi è questo re della gloria? / Il Signore degli eserciti, lui è il re della gloria.

La parte conclusiva del salmo è percorsa da un doppio movimento. Lo sguardo si restringe ulteriormente: dalla terra intera (prima parte), al monte del Signore (seconda parte), fino alle porte del suo tempio (terza parte). Ma proprio alla fine, l’espressione Signore degli eserciti inverte il movimento: qui si parla delle schiere celesti, il sole, la luna e le stelle. Siamo rimandati all’immagine della creazione, al di là persino dei limiti della terra. La battaglia che Dio combatte è dunque contro le forze caotiche che minacciano la stabilità della creazione. Il Dio che vuole la vita e la promuove, rendendo la terra uno spazio abitabile, lotta contro le forze del caos che insidiano la solidità del mondo. In questo si manifesta la sua gloria, cioè – letteralmente – il suo “peso”, la sua consistenza rocciosa, alla quale gli esseri umani, come singoli e come popolo, si possono affidare sapendo di non restare delusi.

All’uomo che lo cerca, alla generazione di Israele che si mette in cammino verso la montagna di Dio, il Signore si rivela. Alla ricerca del credente, che si domanda a quali condizioni è possibile accedere al tempio, luogo dell’incontro con Dio, corrisponde il cammino del Signore della gloria che entra nel santuario, rendendo possibile l’incontro tanto atteso. La ricerca dell’uomo, che parte da un desiderio profondo, arriva dunque alla sua meta, consegue l’obiettivo che si era prefissato: incontrare Dio.

Via della creazione e via della legge

Un’analisi più approfondita del testo, anche dal punto di vista strutturale e lessicale, non è qui possibile. Rinunciamo a esplorarne la ricchezza, limitandoci a una osservazione d’insieme. Il testo del Salmo 24 mette insieme il piano cosmico della creazione con il riferimento a quello della storia, a cui appartengono il tempio e il monte di Dio. Creazione e storia sono opera del medesimo Dio, che è Signore di entrambe, e sono quindi percorse dalla stessa intenzione. Riconoscerla e farla propria, mettendosi in cammino verso il monte, non è prerogativa solo di Israele, ma anche di tutti quelli che vivono una vita coerente e sono alla ricerca di Dio.

Questa riflessione è confermata dalla posizione che il Salmo 24 occupa nel salterio, che, come molti studi recenti hanno dimostrato, è un libro che ha una sua coerenza, non ancora del tutto esplorata. In particolare il nostro salmo fa parte di una sezione imperniata intorno al Salmo 19, la cui peculiarità è l’accostamento tra la creazione e la Legge. La creazione è un messaggio che ogni essere umano può leggere, e che la Legge interpreta in maniera precisa. Ognuno può arrivare a incontrare Dio, scegliendo la via della creazione o percorrendo quella della Legge, purché si metta in cammino con coerenza, mosso da un desiderio che è sicuramente personale, ma che gli consentirà anche di trovare altri compagni di viaggio lungo la via che porta verso il monte di Dio.


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