Limiti da superare o rispettare? Le lezioni dello sport

25/10/2018
Dimostrare che l’impossibile è possibile, che i muri possono essere abbattuti; è su tale terreno che si radica la mitologia sportiva. Celeberrime pagine di sport ci raccontano proprio il gusto di questa sfida; vediamone alcune. 

Limiti fisici e mentali

Fino al 1945 la comunità scientifica riteneva che l’essere umano avesse una struttura fisica e una capacità di resistenza cardiaca tali da rendere vano ogni tentativo di coprire il miglio (circa 1.600 metri) in meno di quattro minuti. In altre parole, si riteneva che vi fosse un limite fisiologico insuperabile. Inutile provare a infrangerlo. Nel maggio di quell’anno il britannico Roger Bannister dimostrò, invece, che le colonne d’Ercole dei 4 minuti potevano essere oltrepassate. Dando il meglio di sé, spingendo senza riserva per 3 minuti 59 secondi e 4 decimi, riuscì a vincere la propria sfida contro il tempo. Evidentemente “quel" limite non gli apparteneva.

La cosa ancor più sorprendente è che nei mesi successivi numerosi atleti riuscirono a correre il miglio sotto il muro dei quattro minuti. Quello infranto da Bannister, dunque, non era un limite solo fisico, ma mentale. Da allora la corsa contro il tempo non si è fermata, come dimostra il record registrato a Roma nel 1999 dal marocchino Hicham El Guerrouj, il quale fermò il cronometro dopo 3 minuti, 43 secondi e 13 decimi. 

Quando la scienza deve rimettersi a studiare

Nell’agosto del 1962 il nostro Enzo Maiorca scendeva, in assetto variabile, a 51 metri di profondità. Fu un evento memorabile. La scienza dell’epoca riteneva impossibile per l’uomo andare oltre i 50 metri; si pensava, infatti, che l’organismo, a quella profondità, non avrebbe retto la pressione esercitata dall’acqua sulla cassa toracica. Maiorca non era della stessa opinione e volle dimostrare che “quel” limite non gli apparteneva. Riuscendo nell’impresa egli costrinse gli scienziati a rivedere le proprie teorie e contribuì alla scoperta di meccanismi di compensazione che il corpo attiva solo in risposta a determinate pressioni esterne. 
Considerazioni analoghe potrebbero essere fatte spostandoci dalle profondità dei mari al tetto del mondo. Era il maggio del 1978 quando Reinhold Messner, assieme all’austriaco Peter Habeler, raggiungeva la cima dell’Everest senza l’ausilio di bombole, a dispetto di quanto ritenuto possibile dalla medicina del tempo. Impresa ripetuta in solitaria due anni dopo per zittire i sospetti di quanti lo accusarono di aver utilizzato di nascosto microbombole di ossigeno.

Anche in questo caso l’impresa sportiva sottolinea come il limite fosse un confine oltrepassabile, un ostacolo frapposto alla piena espressione del potenziale umano. Le capacità adattive del corpo umano, evidentemente, erano ben maggiori di quanto si poteva credere; ma solo il coraggio di pochi ha permesso di scoprirlo.

I limiti del paternalismo sportivo

Nella storia del rapporto tra sport e limiti un capitolo assai istruttivo riguarda la corsa al femminile. Oggi siamo abituati ad accompagnare con lo stesso entusiasmo figli e figlie a fare sport. Ci sembra normale (e lo è). Le cose, però, non sono sempre state così, anzi. Prendiamo il caso dell’atletica leggera. Quando, a fatica e con grande ritardo rispetto ai colleghi maschi, le donne vennero ammesse alle Olimpiadi moderne, non le si ritenne capaci di correre lunghe distanze. La scienza medica paventava infatti il rischio che lo sport potesse arrecare danni alla loro fertilità. Ancora negli anni ’60 negli Stati Uniti si pensava che le donne non potessero affrontare distanze superiori al chilometro, figuriamoci una maratona. La preclusione alle donne di cimentarsi nella gara regina era dunque motivata dalla volontà di tutelarne la salute, dando per scontato che esse non fossero capaci di farlo autonomamente. Lo si faceva “per il loro bene”, dunque, come fa un buon padre di famiglia quando impedisce a un figlio di correre rischi di cui quest’ultimo non ha neppure la consapevolezza.

Non erano di quest’avviso né Roberta Gibb, che nel 1966 corse la maratona di Boston mescolandosi, senza pettorale, tra gli atleti in gara, né Kathrine Switzer che, con un piccolo sotterfugio, riuscì a iscriversi l’anno successivo alla stessa competizione. Entrambe conclusero la gara con risultati cronometrici di tutto rispetto, dimostrando che quella sfida era alla loro portata e mostrando inequivocabilmente tutti i pregiudizi da cui erano affetti quanti volevano impedire all’universo femminile una piena cittadinanza sportiva. 

Un’immagine sintetizza in modo estremamente efficace questa storia: si tratta di una celebre foto in bianco e nero (sopra), nella quale un giudice di gara cerca di impedire a Kathrine Switzer di proseguire la sua corsa. Tentativo, fortunatamente non riuscito, di costringere le donne entro confini che non appartenevano loro “per natura”. Simbolo dell’arroganza di chi, godendo di una posizione di privilegio, non accetta di condividerla. Quello che spesso non si ricorda è che a difenderla furono due uomini: il fratello e l’allenatore che la accompagnavano in gara, segno che la pratica sportiva, affratellando gli atleti nella comune fatica della sfida al limite, rappresenta un efficace antidoto alle discriminazioni. Lo dimostra anche il tifo che fecero alla Gibb molti colleghi maschi quando si accorsero della presenza di una donna in gara con loro.

Se la maratona non è ancora abbastanza

Facendo un salto di alcuni decenni, veniamo ora ai nostri giorni e vediamo dove ha condotto il desiderio di quanti vogliono correre “senza limiti”. Da qualche tempo il mondo del running registra un vero e proprio boom delle cosiddette “ultra” (ultra trail, ultra maratone), manifestazioni nelle quali sembra spostarsi sempre un po’ più in là il limite dell’umanamente possibile. Se, fino a qualche tempo fa, la maratona appariva come una competizione estrema, alla quale avvicinarsi con reverenza e cautela, oggi le lunghe distanze, spesso corse in condizioni ambientali severe, rappresentano prove che attirano un numero crescente di persone, compresi semplici amatori. Tale genere di sfide esercita un fascino speciale su molti atleti, desiderosi di mettere alla prova il proprio coraggio e la propria tenacia.
Qui il limite mostra il suo aspetto multiforme: non solo record da battere o gara da vincere, ma sfida psicofisica con la quale si cimenta ogni singolo concorrente, soddisfatto anche solo di portare a termine la prova.

Sfidare pregiudizi e paure

Infine merita una menzione speciale lo sport paralimpico, forse l’espressione più potente di come il limite – tanto fisico quanto psicologico – rappresenti una sfida da affrontare con coraggio e determinazione. Questi atleti, infatti, ingaggiano non solo una sfida coi propri rivali per contendersi la vittoria; essi sfidano, nel contempo, pregiudizi e difficoltà fisiche, dimostrando un coraggio e una tenacia spesso sconosciuti ai normodotati. Pensiamo a chi, anche solo per iniziare a praticare uno sport, deve prima riuscire a vincere l’imbarazzo e il senso di inadeguatezza, imparando a reggere lo sguardo degli altri. Quando ci si mette un costume per scendere in piscina, o ci si cambia per entrare in una pista di atletica come in un palazzetto, il limite psicologico è il primo ostacolo da battere. Uscire dal confine sicuro della propria casa, affrontando un mondo esterno mai sufficientemente accogliente e inclusivo, può rappresentare una sfida tutt’altro che agevole.

Fortunatamente abbiamo tanti esempi positivi, dai semplici amatori ai grandi campioni, che aiutano ad affrontare con coraggio paure e pregiudizi, che provano con le loro imprese come la sfida al limite ingaggiata dagli atleti paralimpici non abbia nulla da invidiare a quella dei loro compagni normodotati. Personaggi amati e ammirati come Bebe Vio, Alex Zanardi o Giusy Versace, ad esempio, provano come sia possibile affrontare con audacia e perseveranza anche i limiti più duri con cui la vita ci costringe a fare i conti.


[Questo testo è tratto dall'articolo Lo sport per apprendere coraggio e umiltà, di Luca Grion, docente di Filosofia morale all'Università di Udine e Presidente dell'Istituto Jacques Maritain di Trieste, nel numero di ottobre di Aggiornamenti Sociali. È vero che lo sport rappresenta una sfida al limite, ma non "sempre e comunque". Anzi, nel superamento esasperato del limite avveriamo che qualcosa di prezioso è andato sciupato. Come educarci a riconoscere questo confine e capire quando è giusto fermarsi? Leggi l'articolo integrale]


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