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La resistenza cristiana alla mafia

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Il 9 maggio del 1993, Giovanni Paolo II pronunciava ad Agrigento – a conclusione della messa celebrata nella Valle dei Templi – un discorso che ha tracciato definitivamente le peculiari caratteristiche di un ragionamento cristiano sulla mafia. A venticinque anni da quella celebre riflessione, profondi cambiamenti hanno trasformato tanto il quadro globale quanto il contesto locale. La geopolitica internazionale e i partitismi territoriali hanno nuovi volti e si muovono a partire da aggiornate istanze destinate raramente allo sviluppo della comunità umana. Anche la Sicilia si trova, con tutte le sue potenzialità e depressioni, a decifrare i rischi e le opportunità della globalizzazione. Così, da un lato il massiccio fenomeno dell’immigrazione dall’Africa e dall’Asia che coinvolge migliaia di persone, dall’altro l’inarrestabile diffusione di pratiche perverse e malsane nell’amministrazione della cosa pubblica sembrano tagliare fuori la Sicilia da ogni progetto economico e politico di sviluppo. Inoltre da diversi anni l’isola subisce in uscita un flusso migratorio di giovani verso il Centro-Nord Italia e l’estero che priva i territori di competenze spendibili nell’impresa, nella scuola, nella sanità, nell’impegno politico.

Nonostante i repentini cambiamenti economici, politici e culturali avvenuti nell’ultimo ventennio, in terra siciliana permane una radicata e influente criminalità organizzata. Infatti, concluso il periodo “stragista”, oggi la mafia – come annotano i vescovi italiani nel documento Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno – si muove al pari di un torrente sotterraneo che investe ogni angolo della società isolana e, perciò, interroga e preoccupa anche le comunità ecclesiali: «le organizzazioni mafiose, che hanno messo radici in tutto il territorio italiano, hanno sviluppato attività economiche, mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato, mantenendo al contempo ben collaudate forme arcaiche e violente di controllo sul territorio e sulla società» (Conferenza Episcopale Italiana 2010, n. 9).

A venticinque anni dalle parole di condanna di Giovanni Paolo II rivolte alla civiltà della morte generata dalla criminalità organizzata e in preparazione alla visita di papa Francesco dello scorso 15 settembre, con la lettera intitolata Convertitevi! – rivolta tanto ai credenti quanto a chi opera per la giustizia e la pace, oltre che agli stessi mafiosi – i vescovi siciliani sono intervenuti per sostenere un discorso propriamente cristiano ed ecclesiale di resistenza alla mafia. Secondo i pastori delle Chiese di Sicilia, è necessario lasciarsi interpellare ancora da quel celebre discorso di Wojtyla poiché si tratta di un vero e proprio: «annuncio evangelico, peraltro, coraggiosamente e sapientemente mirato. Vale a dire non formulato in termini generici o espresso in astratto, bensì rivolto proprio a noi siciliani» (Conferenza Episcopale Siciliana 2018, 11).

La riflessione ecclesiale sul fenomeno mafioso ha vissuto diverse stagioni, alcune delle quali hanno indotto certi commentatori a parlare di una sorta di silenzio della Chiesa sulla criminalità organizzata. In realtà, alla luce dell’insegnamento del vescovo siciliano Cataldo Naro, possiamo individuare tre fasi che hanno condotto la comunità credente a una matura riflessione sulla mafia. Secondo Naro, dopo le questioni fra Chiesa e Stato per via dell’unità d’Italia, la comunità ecclesiale si percepiva estranea a problematiche come la mafia, la cui diretta competenza ricadeva nell’autorità statale. Si trattava di «un silenzio nato da un’estraneità ostile» (Naro 2007a, 261). All’indomani della Seconda guerra mondiale, quando i cattolici guidavano politicamente la Regione siciliana e l’intero Paese, il cardinale arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini fu il primo a utilizzare la parola mafia accostandola alla delinquenza comune presente in tutti i grandi agglomerati urbani. In quel periodo, a parere di Naro, la Chiesa assumeva le categorie interpretative diffuse nella società civile. Difatti le parole di Ruffini «non erano diverse da quelle utilizzate dal Presidente della Regione di allora o dal Procuratore della Repubblica di quel tempo, i quali ancora, a quell’epoca, sottovalutavano di fatto il fenomeno […] Anche le parole di Pappalardo, più tardi, erano identiche a quelle del sindaco di Palermo e a quelle dei magistrati del suo tempo» (Naro 2007b). La svolta si compie con il discorso di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi con il quale per la prima volta la Chiesa utilizzava le categorie biblico-profetiche per interpretare e giudicare le cosche mafiose: «Finalmente il modo di parlare della Chiesa sul fenomeno mafioso fa riferimento alla sua tradizione. La Chiesa giustamente si unisce al coro che chiede giustizia, legalità […] ma aggiungendo finalmente l’apporto peculiare ricavato dalla sua tradizione evangelica» (ivi, 265). Da quel grido di dolore e di speranza di Wojtyla si è avviata una riflessione sistematica sulle mafie a partire da categorie specificatamente cristiane.

Il discernimento cristiano del fenomeno mafioso comincia dall’assunzione degli esiti nefasti prodotti dalla presenza delle cosche nell’isola. A parere dei vescovi siciliani, al ricordo delle tante e diverse vittime di mafia bisogna legare una testimonianza educativa, sociale, politica, culturale e imprenditoriale tesa ad arginare l’opera mafiosa. L’analisi della realtà riletta alla luce dell’annuncio evangelico genera nella storia un particolare timbro profetico come quello che Wojtyla ha tracciato alla Valle dei Templi. Pertanto, il cambiamento può avviarsi a partire dalla consapevolezza che la mafia è una struttura di peccato, la quale sparge il proprio seme di morte sia fra gli appartenenti alle cosche sia tramite la corruzione amministrativa e la cultura malavitosa: «Tutti i mafiosi sono peccatori: quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi […] Peccato ancor più grave è la mentalità mafiosa, anche quando si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione» (Conferenza Episcopale Siciliana 2018, 20-21). L’incompatibilità tra mafia e Vangelo è la logica conseguenza dell’opposizione di una cultura della morte, come quella mafiosa, alla cultura della vita annunciata dal messaggio cristiano.

In terra di Sicilia, la profezia della parola inaugurata da Giovanni Paolo II si lega alla testimonianza concreta di don Pino Puglisi. La sua opera pastorale e il suo martirio, riconosciuto dalla Chiesa tramite la beatificazione del 2013, indicano alle comunità credenti il terreno per resistere e contrastare la mafia attraverso una visione cristiana della storia. Così, a parere dei pastori delle Chiese siciliane, il discorso cristiano sulla mafia non può livellarsi su ragionamenti sociologici, giuridici, politici o esclusivamente morali tipici dei vari segmenti istituzionali operanti nella società. Piuttosto, con sempre maggiore consapevolezza, la comunità ecclesiale intera è chiamata a elaborare parole e opere profetiche capaci di interpellare e scuotere la coscienza tanto dei mafiosi quanto di chi ha perso ogni speranza di cambiamento. Perciò, nel mutamento d’epoca in atto, per i pastori delle comunità siciliane: «dobbiamo accettare la sfida – precipuamente formativa ed educativa – di risvegliare nelle persone il senso dell’appartenenza ecclesiale» (ivi, 32). Un invito che ha trovato un’ulteriore conferma nell’omelia di papa Francesco a Palermo in occasione del 25º anniversario della morte di padre Pino Puglisi.

Le parole pronunciate nella nostra isola venticinque anni fa da Giovanni Paolo II hanno definitivamente avviato il discorso cristiano sulle mafie. La lettera, che i vescovi inviano al popolo siciliano nella ricorrenza di quella storica visita, si propone di continuare a rileggere con la luce del Vangelo i problemi e le sfide che si presentano tanto alle comunità ecclesiali quanto all’intera società. Il titolo dello scritto rimanda all’atteggiamento di umile pentimento e di concreto cambiamento di sé che ogni fedele, non meno dei mafiosi, è invitato ad assumere nella propria esistenza. L’invito alla conversione riguarda integralmente la nostra comunità che deve abbandonare la cultura della morte per abbracciare quella della vita. L’intera Chiesa siciliana guidata dai suoi vescovi può avanzare un contributo al popolo siciliano se, alla luce del proprio specifico cristiano, oltre a un modo di dire nuovo proporrà e testimonierà un modo di vivere nuovo.

Continuare ad “armare il cuore degli uomini” al fine di resistere alla mafia, per le Chiese di Sicilia significa contribuire ad avviare un nuovo protagonismo – dei credenti e dell’intera società civile – fatto di coraggio e di speranza attraverso una capillare opera di formazione delle coscienze (cfr Conferenza Episcopale Italiana 1991). La Sicilia e l’intero meridione d’Italia hanno tutte le potenzialità per liberarsi dalla morsa delle cosche e mobilitarsi in vista di un progetto per le future generazioni.

Risorse

Conferenza Episcopale Italiana (2010), Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, CEI, Roma.
— (1991), Educare alla legalità. Per una cultura della legalità nel nostro Paese, Roma.
Conferenza Episcopale Siciliana (2018), Convertitevi! Lettera dei vescovi di Sicilia a venticinque anni dall’appello di San Giovanni Paolo II, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani.
Giovanni Paolo II (1983), Omelia nella concelebrazione eucaristica nella Valle dei Templi, 9 maggio, in <www.vatican.va>.
Naro C. (2007a), «Il magistero di don Puglisi», in Id., La speranza è paziente. Interventi e interviste (2003-2006), Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma.
— (2007b), «Legalità, santità, resistenza», in Id., La speranza è paziente, Interventi e interviste (2003-2006), Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma.


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