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La liberazione del lavoro

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«Nel lavoro manuale e in genere nel lavoro di esecuzione (che è il lavoro propriamente detto) c’è un elemento irriducibile di servitù che nemmeno un’equità sociale perfetta potrebbe giungere a cancellare. Perché è governato dalla necessità e non dalla finalità. Lo si esegue per un bisogno, non in vista di un bene: “perché bisogna guadagnarsi la vita”, come dicono quelli che in quel genere di lavoro consumano la propria esistenza» (Weil S., La condizione operaia, Mondadori, Milano 1990, 293, ed. or. 1951). 

Da quando Simone Weil rielaborava in questi termini la sua esperienza di operaia in fabbrica tra il 1934 e il 1935 molto è cambiato nel mondo del lavoro. Resta, però, attuale la sua lettura in termini di servitù, necessità e finalità: spesso non si lavora in vista della produzione di un bene o di un servizio per sé e gli altri, ma per garantirsi il reddito necessario e se ne farebbe a meno, se ci fosse un’altra via per sostentarsi. Il tempo trascorso lavorando non ha altro senso che permettere di vivere più o meno bene in quello che resta “libero”. 
In effetti, nel corso della storia la possibilità di vivere da “uomini liberi e uguali in dignità e diritti” è sempre fortemente dipesa dalla condizione lavorativa. Ne siamo divenuti sempre più coscienti fino a sancirlo con gli articoli 23 e 24 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Ma come può essere vissuta questa tensione tra necessità e libertà quando ci riferiamo al lavoro? In un precedente articolo abbiamo visto che anche per la Bibbia lavorare è una necessità, ma intesa in un modo diverso da quello comune: fa parte della condizione dell’uomo, al fine di realizzarsi come partner di Dio nell’opera della creazione (cfr Trotta G., «La dignità del lavoratore», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2017] 158-161). Per continuare la nostra riflessione ci volgiamo a una pagina biblica, tratta dall’Esodo, che presenta la storia del processo di liberazione del popolo di Israele, in cui il lavoro gioca un ruolo essenziale. 


Dalla servitù al servizio 

Tutto comincia dalla situazione di crisi successiva alla morte di Giuseppe, il figlio di Giacobbe venduto come schiavo dai suoi fratelli invidiosi, il quale, divenuto governatore dell’Egitto, salva il Paese dalla carestia e si riconcilia con i suoi familiari ospitandoli presso di lui (cfr Genesi 37-50). I suoi discendenti prosperano grazie alla libertà e alla disponibilità di beni di cui godono, diventando sempre più numerosi, finché un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe, li considera una minaccia dal punto di vista politico e decide di limitarne la crescita opprimendoli con i lavori forzati (cfr il riquadro qui sotto). 


Esodo 1,8-14 8 

8 Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. 9 E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10 Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». 11 Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. 12 Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva; si cominciò a nutrire timore davanti ai figli d’Israele. 13 Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. 14 Resero loro amara la vita mediante una dura schiavitù, col fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

La paura di perdere il controllo politico del proprio Paese acceca il faraone al punto da fargli perdere la memoria del passato, a non considerare che l’Egitto era sopravvissuto a sette lunghi anni di pesante carestia grazie al buon governo di uno straniero, proprio quell’ebreo Giuseppe che lui non ha conosciuto, ma dalle cui mani ha ricevuto la nazione più ricca e potente dell’epoca. Oltre a questa ingrata dimenticanza, il faraone commette un grave errore di valutazione politica: da una parte ha bisogno della manovalanza israelita per la costruzione delle due grandi città-deposito, Pitom e Ramses, segno del suo potere politico ed economico; dall’altra vorrebbe che non crescesse il loro numero. Le sue scelte si rivelano fallimentari (quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva), ma il re, invece di prenderne atto, inasprisce ulteriormente l’oppressione e decide di eliminare dal Paese gli israeliti come gruppo etnico distinto, uccidendo sistematicamente i loro neonati maschi (cfr Esodo 1,15-22). 

Ma anche il programma di pulizia etnica del faraone fallisce grazie al boicottaggio delle levatrici e Mosè, uno dei bimbi scampati all’eccidio, diviene il leader che guiderà il popolo d’Israele verso la libertà. Nell’affidargli la missione, parlandogli dal roveto ardente, Dio gli dice: «Io sarò con te. E questo è per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (Esodo 3,12). Il servizio di cui parla il Signore è cultuale, fa riferimento al popolo raccolto insieme come assemblea liturgica, libero di poter celebrare il proprio Dio invece degli idoli d’Egitto. Nella cultura d’Israele questo servizio è una forma di lavoro: il verbo “servire”, infatti, in ebraico ha la stessa radice del verbo “lavorare” (‘ābad), per cui il processo di liberazione che Dio sta avviando per mezzo di Mosè comporterà anche una trasformazione del modo di lavorare e del senso del lavoro: da quello forzato imposto dal faraone a quello esercitato in libertà al cospetto del proprio Dio (cfr Auzou G., Dalla servitù al servizio, EDB, Bologna 1976). 

Per Israele servire il Signore non è una possibilità fra altre, ma è la fonte della sua identità di popolo e la ragione della sua sussistenza. Tuttavia, da qui in avanti, a più riprese dovrà scegliere quale via seguire, chi e come servire: Dio o il faraone. In entrambi i casi si tratta di compiere un “lavoro”, ma nel modo ordinato dal Signore c’è un aspetto di gratuità e libertà che non può essere presente in quello del faraone, legato a logiche di oppressione e sfruttamento politico ed economico. 
 Un altro aspetto caratterizza poi il lavoro così come concepito dal Signore: la celebrazione della festa. L’associazione fra festa e lavoro-servizio è insita nell’opera della creazione e per questo Dio la richiama come segno della liberazione compiuta. Quando invece il lavoro è strumentalizzato, si perde il senso e la possibilità di far festa, del riposo contemplativo come fine e compimento del lavoro stesso, dimensione vissuta anche da Dio quando il settimo giorno della creazione si astiene da ogni altra attività che non sia godere della bellezza e della bontà dell’opera (cfr Bittasi S., «Riposo», in Aggiornamenti Sociali, 7-8 [2010] 552-555). Da qui l’origine dello šabbāt, il sabato ebraico, uno dei precetti più importanti della legge mosaica (cfr Genesi 2,1-4). Lavoro e festa, lavoro e libertà stanno insieme o insieme cadono. Lo si vede dal prosieguo del racconto. 


Lavoro e festa 

In obbedienza alla missione ricevuta, Mosè, aiutato dal fratello Aronne, chiede al faraone di lasciar partire gli israeliti per celebrare al proprio Dio una festa nel deserto. La richiesta non solo è respinta, ma il faraone decide un ulteriore inasprimento delle condizioni di lavoro: i sovrintendenti ai lavori forzati non forniranno più le materie prime agli israeliti che dovranno d’ora in poi procurarsi da sé quanto necessario, pretendendo al contempo che continuino a produrre lo stesso numero di mattoni (cfr il riquadro qui sotto). 


Esodo 5,1-9 1 

1 Dopo, Mosè e Aronne vennero dal faraone e gli annunziarono: «Così dice il Signore, il Dio d’Israele: Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!». 2 Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce e lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele!». 3 Ripresero: «Il Dio degli Ebrei si è presentato a noi. Ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca di peste o di spada!». 4 Il re di Egitto disse loro: «Perché, Mosè e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori forzati!». 5 Il faraone aggiunse: «Ecco, ora il popolo del paese è numeroso e voi li vorreste far cessare dai lavori forzati!». 6 In quel giorno il faraone ordinò ai sorveglianti del popolo e ai suoi scribi: 7 «Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni come facevate prima. Si procureranno da sé la paglia. 8 Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano prima, senza ridurlo. Perché sono fannulloni; per questo protestano: “Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio”! 9 Pesi dunque la schiavitù su questi uomini e lavorino: non diano retta a parole false!».


A questo punto la condizione lavora-tiva diventa insopportabile. La politica del faraone genera un profondo conflitto sociale e pone fine al periodo di prosperità e pace di cui tutti, gli egiziani e quanti vivevano nel Paese, avevano goduto in precedenza, anche grazie al lavoro degli israeliti (cfr Esodo 5,12-23). Ancora una volta la politica del faraone fallisce, perché stravolge il senso e la finalità del lavoro: pretendere che si produca la stessa quantità di beni in condizioni peggiori; accumulare la ricchezza prodotta nelle mani di alcuni a scapito degli altri; imprigionare l’intera vita delle persone nella realtà lavorativa, impedendo la celebrazione della festa, a lungo andare logora tutti e distrugge la ricchezza generata in precedenza. Quando ciò accade, come osservava Simone Weil, anche l’eventuale giorno del riposo festivo diventa alienante, svilito a una mera occasione per dimenticare la necessità di dover lavorare, spendendo soldi per soddisfare l’illusione di potere. 

Nella logica del faraone, lavoro e celebrazione della festa sono incompatibili: la richiesta di Mosè e Aronne è frutto di una mentalità da fannulloni e sarebbe assurdo recepirla proprio ora che il popolo è così numeroso da produrre tanto. Al di là della distorsione dovuta alla volontà di arricchirsi dominando e opprimendo, l’errore del re d’Egitto consiste nel considerare in opposizione il tempo del lavoro e quello della festa. Nella logica di Dio, invece, sono coessenziali: lo šabbāt, come pura contemplazione dell’opera compiuta, arriva alla fine della creazione, ma ogni giorno c’è una pausa di godimento estetico e morale in cui Dio vede che quanto ha fatto era cosa buona (cfr Genesi 1,4.10.12.18.21.25.31). Il lavoro deve permettere questa possibilità di gustare e trarre gioia per quanto si è compiuto nell’atto stesso di lavorare, senza dover attendere che ciò si realizzi grazie ai mezzi esterni, come il denaro, a cui dà accesso. 


Liberare il lavoro 

Come ogni altra realtà umana anche il lavoro, osservato con uno sguardo biblico, si presenta nella sua ambivalenza: la sua originaria finalità è buona, ma il suo effettivo compimento è affidato agli esseri umani, alla loro capacità di individuare e alla loro libertà di attuare quelle condizioni in cui possa svolgersi in vista di una vita buona, umanizzante. Nelle mani del faraone il lavoro era diventato uno strumento di oppressione, mentre nell’Esodo Dio lo fa rientrare in un cammino di liberazione: liberazione non dal lavoro, perché è necessario, ma del lavoro come tale, restituendolo al suo senso originario di realtà a servizio dell’uomo. 

In questo processo di liberazione del lavoro, un aspetto essenziale è cercare di non contrapporlo al “resto della vita”. Siamo abituati a distinguere fra il tempo trascorso lavorando e quello impiegato in altre occupazioni, come la famiglia, le amicizie, gli hobby, lo sport, ecc. Così facendo pensiamo il lavoro come servitù e non come servizio. Lo šabbāt biblico, in quanto tempo di inattività contemplativa, di gratuità espressa nel godimento dell’opera compiuta, aiuta a considerare lavoro-servizio ogni attività svolta nella vita feriale, facendo così unità nei vari momenti vissuti. In questo senso permette al lavoro di sussistere come tale, perché non lo relega a margine di altre occupazioni più desiderate e apprezzate, che riempiono il cosiddetto “tempo libero”, ma allo stesso tempo ne definisce l’ambito proprio, impedendogli di totalizzare la vita dell’uomo. 

Non si tratta solo di tutelare il riposo festivo, ma anche di far emergere nel lavoro stesso il senso di pienezza e di compimento che deriva dal portare a termine un’attività o dal realizzare prodotti, che saranno necessari o utili per altri. A questo proposito sono molto significativi gli studi e le proposte di Amartya Sen sul versante economico, ripresi da Martha Nussbaum su quello politico: una società giusta non impone “funzionamenti”, cioè modi di essere o di fare che richiedono un certo tipo di abilità da acquisire, ma aiuta ciascuno a sviluppare le proprie capacità e costruisce un contesto in cui ci sia opportunità di impiegarle per il bene comune (cfr Nussbaum M., Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, il Mulino, Bologna 2012). Pur in un quadro fosco, in cui il lavoro è reso insopportabile dall’avidità di pochi e non mancano certo le forme di sfruttamento di chi è più debole, la vicenda narrata nell’Esodo mostra che la libertà e la prosperità dipendono dalla possibilità di esercitare un lavoro che non sia la mera esecuzione di un ordine, ma un servizio libero e retto al suo interno dalla celebrazione della festa. C’è qui una sapienza che può ispirare le scelte di fondo che siamo chiamati anche oggi a compiere come società. 

 

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