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La diplomazia dei bradipi. I negoziati intermedi sul clima di Bonn

Nella tarda serata di giovedì 18 giugno si sono conclusi a Bonn i negoziati intermedi in preparazione alla trentunesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro dell’ONU sui Cambiamenti Climatici (COP31), che si terrà ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre 2026.

L’incontro, che si ripete annualmente, ha di solito un carattere prettamente tecnico e ha lo scopo di definire l’agenda dei lavori della COP. Le dinamiche e le tensioni che sono emerse a Bonn, tuttavia, mostrano che siamo in una fase di forte politicizzazione dei negoziati sul clima, connotata dalla polarizzazione in blocchi, trasversale a tutti i tavoli negoziali.

È riapparsa infatti la frattura, già evidente nelle COP degli ultimi anni, tra i Paesi industrializzati, portatori di visioni più ambiziose in tema di mitigazione del cambiamento climatico, ma regolarmente accusati di non tenere fede ai propri impegni di cooperazione finanziaria, e i Paesi in via di sviluppo che, conseguentemente, rifiutano di assumere nuovi impegni per ridurre le emissioni di gas serra.

La prima vittima di questa polarizzazione è stato il Global Goal on Adaptation, un dispositivo dell’Accordo di Parigi sull’adattamento dei territori alle conseguenze del cambiamento climatico: si è discusso a lungo della creazione di un gruppo di lavoro dedicato, se dovesse trattarsi di un organo più tecnico o più politico, o di un ibrido tra i due. Il negoziato sulla task force, trascinato fino a giovedì sera, è infine naufragato.

Sempre sul fronte dell’adattamento, la questione finanziaria è ritornata al centro. Secondo questo rapporto dello United Nation Environment Programme, per adattarsi ai cambiamenti climatici i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di una somma compresa tra 310 e 365 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Nel 2023, i fondi internazionali pubblici mobilitati a questo scopo sono stati 26 miliardi, tra prestiti e contributi a fondo perduto. A Bonn si è prodotta una spaccatura tra i Paesi in via di sviluppo, che vogliono includere il pacchetto finanziario nel Global Goal on Adaptation, e i Paesi più ricchi, che si oppongono. Si è arrivati quindi a uno stallo: come è possibile pianificare l’adattamento senza certezze sui mezzi finanziari per realizzarlo? Inoltre, la finanza per l’adattamento è una quota del Nuovo Obiettivo Quantitativo Collettivo (New Collective Quantified Goal, NCQG), il pacchetto per la finanza climatica che è stato adottato alla COP29 di Baku nel 2024. Quanto è credibile questo impegno, se a due anni di distanza è ancora oggetto di dibattiti?

In materia di giusta transizione, lo scenario è ambivalente. Da un lato, il Programma di lavoro per la giusta transizione (United Arab Emirates Just Transition Work Programme) ha compiuto un passo in avanti: è stato approvato un testo con un importante allegato che contiene i “termini di riferimento”, ossia i criteri per misurare lo stato di avanzamento degli obiettivi del programma e le fonti di informazioni per la revisione. Invece, si è arenata la discussione sul Meccanismo di giusta transizione approvato alla COP30 di Belém, anche a causa della frattura tra i Paesi che vorrebbero farne uno strumento per accelerare l’uscita dai combustibili fossili e quelli che vogliono proprio evitare questo risultato.

Veniamo quindi al Global Stocktake, l’inventario globale delle emissioni di gas serra. A Bonn si è concluso il primo capitolo del dialogo avviato alla COP28 di Dubai (2023), che ha l’obiettivo di allineare gli obiettivi climatici nazionali (Nationally Determined Contributions, NDC) all’inventario delle emissioni. Semplificando, si tratta di verificare che gli obiettivi e le strategie per azzerare le emissioni di gas serra siano commisurati a quelle di ogni Paese. La buona notizia è che il 90% degli NDC presentati nel periodo 2024-2026 fa riferimento al Global Stocktake, la cattiva è che mancano all’appello ancora 53 NDC su 198, sebbene la scadenza per presentarli fosse febbraio 2025.

Sulla finanza climatica, il quadro è particolarmente conflittuale e incerto. Bonn è stato il primo banco di prova del programma di lavoro sulla finanza istituito dalla deliberazione detta Global Mutirao della COP30, che tuttavia non riflette l’unanimità degli Stati presenti alla COP. Di nuovo, la frattura è emersa tra il G77 più la Cina e i Paesi industrializzati. Il primo gruppo vuole rinegoziare il piano, basandolo su una guida politica affidata agli Stati e non su una guida tecnica, e rifiuta di considerare avviati i lavori. I secondi ritengono che la struttura del programma vada bene così com’è, che gli incontri svolti a Bonn facciano parte del lavoro di attuazione e che il processo debba concludersi entro la COP32 (2027). Dietro questa disputa procedurale c'è una questione politica: i Paesi in via di sviluppo vogliono mantenere aperto il negoziato e aumentare la pressione sui Paesi ricchi; questi ultimi preferiscono un percorso più limitato e con una scadenza certa.

Il processo negoziale, evidentemente, sta procedendo con eccessiva lentezza. È il massimo che possiamo aspettarci in un momento di crisi del multilateralismo, disprezzo del diritto internazionale, riarmo e autoritarismi rampanti? La tentazione è perdere ambizione e accontentarsi che il processo esista ancora e non sia stato affossato. Il rimedio è mettere al centro il punto di vista di chi rischia di non sopravvivere alla crisi climatica. «Alcuni di noi – ha dichiarato in chiusura il delegato delle Isole Fiji, commentando lo stallo sull’adattamento – affronteranno viaggi di oltre trenta ore per tornare a casa per riferire che una delle questioni fondamentali su cui cercavamo progressi qui per i Paesi vulnerabili è bloccata, proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di guida e risultati. Se si aggiunge che abbiamo superato i 1,5°C di riscaldamento globale e che la scienza è sotto attacco, questo è altro sale sulle nostre ferite».

22 giugno 2026
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