La cura della casa comune: una nuova opera di misericordia

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Nel Messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato (1º settembre 2016), intitolato Usiamo misericordia verso la nostra casa comune, papa Francesco ha sorpreso molti annunciando l’introduzione di un’ottava opera di misericordia, tanto spirituale quanto corporale: la cura della casa comune.

Queste opere sono un esercizio di misericordia nel senso latino del termine – “prendere a cuore la miseria di un altro” –, che ha dato vita a una tradizione che si è evoluta lungo la storia della Chiesa. Quando ci occupiamo di bisogni specifici, come le tradizionali opere di misericordia ci spingono a fare, dovremmo anche operare per cambiare le condizioni del mondo sociale e naturale che possono condurre a diverse forme di miseria, quali fame, sete, incertezza e ignoranza.

Francesco ci ricorda che la misericordia è l’essenza del rapporto d’amore di Dio con l’umanità: quando la esercitiamo, collaboriamo con la misericordia di Dio che abbiamo sperimentato su di noi. Così, sebbene abbiamo correttamente identificato la misericordia con azioni specifiche e concrete – come dar da mangiare agli affamati e ospitare i senzatetto –, il vero oggetto della misericordia è la vita umana in quanto tale e tutto ciò che abbraccia. Come l’enciclica Laudato si’ (LS) ribadisce con grande forza, i confini di questo “tutto” devono essere estesi per includere la terra e tutto ciò che è vivo nella «nostra casa comune».

Una nuova opera di misericordia

«La misericordia senza le opere è morta in sé stessa. […] A causa dei mutamenti del nostro mondo globalizzato, alcune povertà materiali e spirituali si sono moltiplicate: diamo quindi spazio alla fantasia della carità per individuare nuove modalità operative. In questo modo la via della misericordia diventerà sempre più concreta» (Udienza, 30 giugno 2016). La vita cristiana include la pratica delle tradizionali opere di misericordia corporali e spirituali. «Di solito pensiamo alle opere di misericordia ad una ad una, e in quanto legate ad un’opera: ospedali per i malati, mense per quelli che hanno fame, ostelli per quelli che sono per la strada, scuole per quelli che hanno bisogno di istruzione, il confessionale e la direzione spirituale per chi necessita di consiglio e di perdono… Ma se le guardiamo insieme, il messaggio è che l’oggetto della misericordia è la vita umana stessa nella sua totalità». Ovviamente la vita umana stessa nella sua totalità comprende la cura della casa comune. Quindi, mi permetto di proporre un complemento ai due tradizionali elenchi di sette opere di misericordia, aggiungendo a ciascuno la cura della casa comune. Come opera di misericordia spirituale, la cura della casa comune richiede «la contemplazione riconoscente del mondo» (LS, n. 214) che «ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare» (ivi, 85). Come opera di misericordia corporale, la cura della casa comune richiede i «semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo […] e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore» (ivi, 230-231).

Papa Francesco, Usiamo misericordia verso la nostra casa comune, 2016, n. 5.


L’introduzione di una nuova opera di misericordia riflette la prospettiva di LS, che sottolinea l’interrelazione di tutti gli esseri umani non solo tra loro, ma con tutta la creazione. C’è una complessa interdipendenza tra gli esseri umani, le altre creature e il mondo naturale, quindi la natura deve rientrare nell’ambito delle nostre pratiche di misericordia. Nel mondo di oggi fame, violenza e povertà non possono essere comprese separandole dai cambiamenti che interessano l’ambiente.

In queste pagine, dopo aver riletto la tradizione delle opere di misericordia, cerchiamo di capire perché tra queste rientri anche la cura della “casa comune”.

Una tradizione vivente

La decisione di papa Francesco non è affatto una novità assoluta. Già in passato la lista delle opere di misericordia è stata modificata o ampliata. Per secoli, la Chiesa ha insegnato che ci sono quattordici opere di misericordia: sette corporali (dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti) e sette spirituali (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti).

Il punto di partenza è il cap. 25 del vangelo di Matteo: nel giorno del giudizio, coloro che avranno accolto Gesù aiutando le persone bisognose verranno salvati. In questo testo le “opere” sono solo sei. Molti teologi hanno stilato liste diverse a partire da quella evangelica, tra cui Origene (III sec.), Agostino (IV sec.) e Tommaso d’Aquino (XIII sec.). Fu il teologo medievale francese Pietro Comestore (morto nel 1178) ad aggiungere “seppellire i morti”, basandosi sul libro di Tobia. In parallelo, si sviluppavano gli elenchi delle opere di misericordia spirituale.

Come ha sottolineato il card. Walter Kasper, le «differenti enumerazioni delle opere di misericordia corporali e spirituali non sono […] né ingenue né arbitrarie» (2013). Ognuna ha precisi riferimenti biblici e riflette una visione cristiana dell’ordine e della compassione che scaturisce dal dolore e dalla sofferenza. Sulla base della proposta di papa Francesco di aggiungere una nuova opera di misericordia, possiamo includere la “cura della casa comune” in questa tradizione antica ma ancora viva.

In latino misericordia ha un significato più ampio del suo corrispondente nel linguaggio corrente, che tendenzialmente indica atti generosi di aiuto o di perdono, in una relazione a senso unico, che prescinde dall’atteggiamento di chi dà verso chi ha bisogno.

Il termine latino misericordia invece significa avere a cuore (cor) coloro che soffrono (miseri). Quindi la tradizione delle opere di misericordia non si limita a stabilire una lista di azioni concrete, ma include l’atteggiamento con cui vengono compiute e le relazioni a cui danno vita. L’amore è molto di più della relazione tra benefattore e beneficiario, come impariamo dalla vita familiare e dalla cura illimitata e costante che unisce sposi, genitori e figli, fratelli e sorelle. L’amore è sempre presente, nella buona e nella cattiva sorte.

Inoltre c’è un legame tra i nostri gesti di amore e l’esperienza di un Dio che si prende cura di noi. Non siamo noi l’origine della misericordia; piuttosto cooperiamo con la misericordia che è presente e agisce nelle nostre vite. Se riconosciamo la nostra povertà e miseria – come ha fatto il figliol prodigo – allora possiamo ricevere la misericordia di Dio. Nel Padre Nostro, Gesù ci mostra la reciprocità del perdono: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Possiamo praticare le opere di misericordia, incluso il perdono delle offese, se riconosciamo i nostri limiti e accettiamo umilmente il perdono di Dio.

A partire da questa esperienza che ci nutre in profondità, possiamo partecipare al bene con opere che contrastano il male, il peccato, il limite, la finitezza e rispondere in maniera creativa alle sofferenze, alle privazioni, alla confusione, cioè alle differenti forme di “miseria”, sul piano individuale e sociale. Si tratta di «semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo» (LS, n. 230), con cui contribuiamo all’ordine e al senso, alla giustizia e alla guarigione del caos presente nel mondo.

Questi gesti si trasformano in cultura e stile di vita: se davvero vogliamo ciò che è buono, andiamo oltre azioni sporadiche – dare una mano qui, una parola di consolazione là – per sviluppare un effettivo habitus di virtù. In questo senso, le opere di misericordia tengono insieme l’andare incontro ai bisogni di chi è in difficoltà e il cammino di crescita umana e spirituale della persona o del gruppo che le compie; sono un modo estremamente concreto di agire sulla formazione dei nostri desideri. Oggi papa Francesco ci ricorda che la misericordia ha una dimensione pienamente e integralmente spirituale. Pienamente esercitata, è la nostra trasformazione e continua conversione attraverso un’azione ispirata dalla preghiera.

La cura della casa comune

Papa Francesco ha dato nuova articolazione e conferito urgenza a un tema di cui si erano già occupati i pontefici precedenti. Riflessioni sull’ambiente e sui temi ecologici si trovano ad esempio già nell’Octogesima adveniens (1971) di Paolo VI: «Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile» (n. 21).

Giovanni Paolo II ha continuato, collegando la misericordia al dibattito sulle questioni ambientali. A causa dell’enorme e rapido sviluppo della scienza e della tecnologia – scrisse – l’umanità «è diventata padrona e ha soggiogato e dominato la terra (cfr Gn 1,28). Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superficialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia» (Dives in misericordia, 1980, n. 2). Per combattere il degrado dell’ambiente, lanciò un appello alla “conversione ecologica”, che è «un’ecologia umana, che protegga il bene radicale della vita in tutte le sue manifestazioni e prepari alle generazioni future un ambiente che si avvicini il più possibile al progetto del Creatore» (Pastores gregis, 2003, n. 70). Nell’enciclica Caritas in veritate (2009), Benedetto XVI ha evidenziato il fallimento dei modelli economici dominanti, proponendo una svolta verso un’economia del dono e una visione che pone la carità piuttosto che semplicemente la giustizia a fondamento dell’ordine sociale. Come il suo predecessore, nel Messaggio del 2010, Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato, sostiene che se vogliamo lavorare per la sicurezza globale dobbiamo vedere la relazione tra il rapporto con Dio e quello con il creato.

Papa Francesco aggiunge a questo insegnamento l’originalità del suo approccio: propone una “ecologia integrale” che riconosce le profonde connessioni tra tutte le parti della creazione. Ricordando che maltrattare la natura significa anche maltrattare gli esseri umani, ci sfida ad ascoltare «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (LS, n. 49). Avere cura della casa comune comprende le innumerevoli azioni che riducono il degrado dell’ambiente naturale, dai piccoli gesti, come l’attenzione a evitare lo spreco di acqua e di energia, a grandi impegni, come concepire politiche industriali e accordi internazionali che riflettano l’evidenza del cambiamento climatico.

Laudato si’, n. 211

L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano. Riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto di amore che esprime la nostra dignità.


La cura della casa comune apre i nostri occhi alla bellezza della terra in tutti i suoi aspetti. Come possiamo permettere che diventi inabitabile per piante e animali, oltre che per gli esseri umani? Tutte le creature «hanno un valore in sé stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (LS, n. 33).

Articolando la cura della casa comune con l’antica tradizione delle opere di misericordia, papa Francesco ci conduce oltre il modo abituale di pensare, per cui è strana l’idea di usare misericordia verso un lago o un bosco. Prendersi cura è ben di più che amministrare bene. Un amministratore non è obbligato ad amare, mentre un genitore si prende cura e ama il proprio figlio, arrivando a sacrificare tutto. La casa non è semplicemente una cosa utile: siamo attaccati alla casa dove riceviamo nutrimento e protezione e in cui abbiamo appreso la nostra identità culturale. La nostra casa terrena si prende cura di noi; insieme a Francesco d’Assisi e a tanti popoli indigeni, papa Francesco riconosce che Dio ci sostiene e ci governa tramite la terra, nostra madre e sorella.

La misericordia è il legame che ci unisce agli affamati quando dar loro da mangiare non è solo un gesto esteriore, ma risponde a un movimento del cuore. Ed è anche il legame che ci unisce alla terra e alla sua generosità quando davvero ci prendiamo cura della nostra casa comune. La cura sgorga dal cuore come la misericordia, e la casa è l’ambiente da cui non possiamo prescindere nel percorso verso la pienezza umana. La cura della casa comune è l’impegno costante ad agire nella linea dell’ecologia integrale per custodire e portare a compimento la creazione che è dono di Dio.

Si aggiunge una dimensione globale alle tradizionali opere di misericordia, che ci invitano a prestare attenzione ai bisogni dei singoli: dar da mangiare a “questa” persona affamata, consolare “questa” persona triste. La prospettiva ecologica integrale di LS va oltre gli individui. L’ottava opera di misericordia pone la questione dell’integrazione e della globalità. Potrei essere un imprenditore filantropo, che fa molta beneficienza, ma ignoro la chiamata di Dio alla misericordia se la mia impresa paga salari che non permettono ai lavoratori di vivere con dignità. Anche se sostengo dormitori e centri di accoglienza, sto ignorando la chiamata di Dio se la mia fabbrica contribuisce alla distruzione di habitat in cui è possibile vivere.

L’ottava opera di misericordia completa e illumina la nostra compassione per chi ha bisogno quando pratichiamo le altre e ci ricorda, con LS, che non possiamo comprendere e rispettare un essere umano isolandolo dal mondo sociale e naturale. Quando diamo da bere agli assetati, entra in scena anche l’ottava opera di misericordia: cura della casa comune significa non fermarsi ai bisogni immediati, ma considerare anche le condizioni sociali e ambientali che fanno sì che ci sia acqua potabile non solo per le persone assetate qui e ora, ma anche per le generazioni future. Questo vale tanto per le opere di misericordia spirituali quanto per quelle corporali: la cura della casa comune ci esorta a capire e agire sulle condizioni sociali e ambientali che mantengono le persone nell’ignoranza o le spingono a fare del male ad altri.

Alle parole di Gesù «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare», papa Francesco ci chiede di aggiungere: «e avete cercato di migliorare le condizioni della nostra casa comune affinché tutti potessero essere sfamati»: è la nuova prospettiva integrale dell’ottava opera di misericordia.

 

Risorse

Benedetto XVI, Messaggio per la 43ª Giornata mondiale della pace Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato, 2010.
, enciclica Caritas in veritate, 2009.
Papa Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato Usiamo misericordia verso la nostra casa comune, 1º settembre 2016.
—, enciclica Laudato si’, 2015.
Giovanni Paolo II, esortazione apostolica postsinodale Pastores gregis, 2003.
—, enciclica Dives in misericordia, 1980.
Paolo VI, lettera apostolica Octogesima adveniens, 1971.
Kasper W., Misericordia. Concetto fondamentale del vangelo – Chiave della vita cristiana, Queriniana, Brescia 2013.


Traduzione dall’originale inglese di Silvia Gianni.

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