• ambro ius soli
Multitalia
Università di Milano, direttore della rivista Mondi migranti

L'Italia è di chi la fa

19/06/2017
Dopo due anni di attesa e di schermaglie in commissione, l’attesa riforma dell’accesso alla cittadinanza italiana per i giovani di origine immigrata è approdato in Senato. Com’era prevedibile, si è scatenata una bagarre dentro e fuori palazzo Madama. Le politiche legate all’immigrazione sono diventate una materia incandescente, su cui scoppiano tumulti parlamentari che un tempo riguardavano temi come l’adesione alla NATO o la legge elettorale. 

Per qualche aspetto si può anche comprendere l’accanimento, giacché la posta sul piano simbolico è elevata: si tratta di decidere chi vogliamo come concittadini, e quindi di abituarsi all’idea che si possa essere italiani con la pelle scura, con gli occhi a mandorla, con il velo o con il turbante. La realtà sociale del Paese è già questa, con 1,1 milioni di minori di origine immigrata, più altri ormai maggiorenni. La visione ottocentesca della nazione del Manzoni, come «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor» (Marzo 1821) è destinata ad essere ridefinita e negoziata in termini nuovi.

Ancora una volta però occorre fare appello a quei valori di razionalità e pragmatismo a cui la politica di uno Stato moderno dovrebbe ispirarsi. Quasi tutti i Paesi democratici hanno adottato nel tempo norme tese ad agevolare l’acquisizione della cittadinanza per i giovani che sono nati o cresciuti per un certo numero di anni sul territorio nazionale, pur  moderando l’automatismo dello ius soli: l’acquisizione della cittadinanza alla nascita resiste ormai principalmente negli Stati Uniti. 

Questo principio infatti ha un difetto: discrimina tra fratelli e sorelle, privilegiando chi è nato nel Paese ricevente rispetto a chi è nato magari un paio di anni prima in un altro Paese. Per contro, concedere la cittadinanza a chi si forma qui, frequenta per anni le stesse scuole degli altri ragazzi, imparando lingua, letteratura, storia del nostro paese, lancerebbe un messaggio ancora più importante sul piano simbolico: che l’Italia è di quanti la vivono e la costruiscono ogni giorno, indipendentemente dalle loro origini. 

Speriamo che il parlamento italiano, sia pure in extremis, sia in grado di mantenere  le promesse già tante volte annunciate.



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