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Il vero “cambio epocale”? Ri-animare la nostra politica

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Il «Contratto per il governo di cambiamento» elaborato a metà maggio da Movimento 5 Stelle (M5S) e Lega rappresenta un condensato della cultura politica oggi prevalente e merita di essere analizzato innanzi tutto da questo punto di vista: le molte misure proposte, a partire da quelle più controverse, sono rilevanti, ma prese una per una non esauriscono la portata del documento. Per questo tenteremo di guardare al Contratto nel suo insieme, cercando di coglierne lo spirito e alcuni elementi di fondo – che senza dubbio ritroveremo nei prossimi passi della politica italiana –, per mettere a fuoco che cosa ci dicano della nostra società e soprattutto a che cosa ci chiamino, come cittadini e come credenti.

Niente di nuovo sotto il sole (o quasi)

Comprensibilmente i protagonisti hanno esaltato il carattere epocale della novità della loro proposta. In una diversa prospettiva, però, le vicende di queste settimane non sono che un passo ulteriore lungo una linea evolutiva che la politica italiana ha imboccato da tempo e a cui tutti i protagonisti, almeno dell’ultimo decennio, hanno dato il proprio contributo, a partire da chi, come Berlusconi e Renzi, oggi si professa fiero oppositore dell’intesa M5S-Lega. Inseguendosi a vicenda, i partiti hanno finito per scimmiottarsi e imparare il peggio l’uno dall’altro. Gli editoriali che in questi anni Aggiornamenti Sociali ha dedicato alla politica nazionale hanno seguito questo processo, segnalandone sette snodi che ci sembra opportuno qui riproporre.

La politica spettacolo. Questo approccio ha segnato la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e man mano tutti i partiti vi si sono adeguati, adottando uno stile comunicativo improntato alle logiche dell’industria dell’intrattenimento con l’intenzione di vincere la lontananza della gente comune dalla politica della Prima Repubblica. I politici si trasformano in star mediatiche, all’inseguimento di un consenso che assume i connotati del gradimento in termini di audience, puntando quindi a piacere, affascinare e sedurre assai più che a proporre idee per il futuro del Paese. A ciò si accompagna una personalizzazione sempre più esasperata attorno alla figura del leader, il cui nome diventa un marchio che affianca e talvolta sostituisce il simbolo del partito, con una netta riduzione degli spazi di pluralismo interno.

Il riduzionismo anti-intellettualistico. L’eccesso di semplificazione della complessità e l’adozione di una prospettiva localistica e anti-intellettualistica sono probabilmente un contributo la cui origine va ascritta alla Lega Nord di Umberto Bossi, che ne ha fatto la chiave per catturare l’attenzione e il consenso delle persone più smarrite di fronte al crescente pluralismo e alle dinamiche di una globalizzazione da cui ci si sente indifesi. L’enfasi sul “noi” – un tratto distintivo di tutti i sovranismi – conduce rapidamente dal tentativo, anche legittimo, di sottolineare identità e appartenenza a una retorica che identifica diverso con ostile.

La fine delle ideologie. Lungo il ’900 destra e sinistra hanno rappresentato un fattore identitario e strutturante. La caduta dell’impianto ideologico che le sosteneva, un fenomeno che travalica i confini italiani, non elimina il conflitto politico, che continua a emergere e ad essere rappresentato, anche a fini elettorali, attraverso opposizioni bipolari, né attenua le passioni e le emozioni che la politica continua a suscitare (paura, ansia, rabbia, entusiasmo, speranza, ecc). Viene a mancare il vettore su cui innestarle, per cui l’unico fattore di definizione delle posizioni politiche risulta l’interesse personale, inteso come tornaconto ma anche come ciò che piace e sta a cuore, per motivazioni profonde o per simpatia superficiale.

Efficacia senza etica. In questo contesto ben si spiega un’enfasi sul fare che fa dell’efficacia (il raggiungimento del risultato) o talvolta dell’efficienza (l’impatto sul bilancio pubblico) il criterio ultimo di valutazione di ogni provvedimento, a prescindere da qualsiasi considerazione di valore. È il caso dei periodici condoni: la raccolta di risorse finanziarie aggiuntive prevale sulla lesione del principio di legalità o sull’implicito incentivo all’evasione futura. Si imboccano così scorciatoie non sempre produttive, rispetto a cui hanno poco mordente le battaglie di principio o i richiami ai valori, che spesso hanno segnato anche l’azione politica dei cattolici italiani.

L’insofferenza per il dissenso e i corpi intermedi. Coerente con le logiche della semplificazione e della personalizzazione è anche la crescente insofferenza verso quelli che tradizionalmente erano chiamati “corpi intermedi”: organismi e istituzioni della società civile non immediatamente riconducibili ai partiti, quali i movimenti associativi e per molti versi anche i sindacati. Essi sono in grado di svolgere una preziosa opera di mediazione e di compensazione, oltre che di canalizzare il dissenso in circuiti di partecipazione costruttiva, evitandone la strumentalizzazione o il semplice controllo repressivo; il loro ruolo è però fortemente inibito quando li si comprime a ogni costo nel ruolo di giocatori della propria squadra o di quella avversaria.

Senza verità. A ciò si accompagna una evoluzione del sistema mediatico e comunicativo che si va svincolando dal riferimento alla verità e alla forza dei fatti, smarrendo la propria funzione di verifica dell’attendibilità e della credibilità. La moltiplicazione all’infinito delle fonti e dei canali informativi finisce per legittimare qualunque opinione e per creare circuiti al cui interno ci si incontra solo tra persone con le medesime convinzioni. Di fatto la rarefazione del confronto aumenta lo spazio della manipolazione ed è sempre più evidente l’asimmetria nel rapporto tra chi detiene il potere di persuasione e i singoli cittadini, interpellati uno a uno. Resta vero, comunque, che la partecipazione politica e sociale ha cambiato volto e ha trovato nuovi canali.

La tentazione dell’autoreferenzialità. Le linee evolutive sopra evidenziate convergono nel rendere l’esercizio del potere fine a se stesso, esponendo chi lo detiene al rischio dell’autoreferenzialità e del progressivo allontanamento dalle esigenze e dalla volontà dei cittadini, arrivando fin quasi all’incomunicabilità. Ne è un esempio, tra gli altri, la parabola del PD: la centralità politica di cui ha goduto nella scorsa legislatura lo ha spinto ad avvitarsi sulla gestione del potere, svuotandosi di idee e progetti e dividendosi in correnti ferocemente in lotta tra di loro, con il risultato di allontanarsi dai suoi stessi elettori.

Scorrendo il «Contratto per il governo di cambiamento» e ripensando alle reazioni di chi lo ha proposto, è facile riconoscere l’effetto di tutte queste dinamiche. Pur inedite, le modalità con cui ha preso piede l’alleanza tra M5S e Lega non hanno rappresentato una frattura, ma l’esito di una cultura democratica che attraversa l’intero scenario politico nazionale, al cui interno si collocano anche le esperienze che l’hanno preceduta, a partire da quel renzismo che pure rappresenta il bersaglio polemico di entrambi i movimenti. In comune hanno ad esempio la retorica e talvolta l’affanno della novità: il cambiamento a cui è intitolato il contratto è la versione “ministeriale” del “vaffa” grillino (e per nulla alieno alla tradizione leghista), ma ha molto da spartire anche con il giovanilismo della rottamazione di Renzi, a cui i due attuali leader sono accomunati anche dal punto di vista generazionale. Analogo è il senso di vertigine che suscitano e le domande che ne scaturiscono: è praticabile una via pop alla democrazia o percorrerla conduce a ridurla un simulacro di se stessa? Possiamo costruire una forma di democrazia che resti tale, ma risulti appropriata alle nostre società liquide?

La “svalorizzazione” della politica

Ben più che a una svolta storica, ci siamo trovati di fronte alla puntata più recente di una serie di lunga durata sull’evoluzione della cultura democratica del Paese. Il contributo dei due protagonisti è farci compiere con il Contratto (e con tutto ciò che sta seguendo) un passo più evidente verso una sorta di “seconda” secolarizzazione, che svincola la politica e le dinamiche sociali non dalla religione o dal riferimento al trascendente come fondamento del potere, ma anche da quell’insieme di valori di cui è tessuta la Costituzione, che restano un riferimento poco più che retorico, privato di ogni efficacia integrante del discorso politico. Non è un caso che fin da subito i costituzionalisti abbiano fatto rilevare l’inconciliabilità di vari elementi del Contratto con la Carta fondamentale. Ci interessa però qui evidenziare soprattutto lo spirito che complessivamente lo anima.

Un esempio illuminante è l’uso, frequente, del concetto di dignità. Al n. 19 del Contratto essa viene però riferita “all’individuo”, come se questo termine fosse sinonimo di “persona”. In questo modo, forse inconsapevolmente, si svuota il principio personalista della Costituzione, che intende la dignità non soltanto in riferimento all’essere umano in quanto tale, ma considerando la concretezza dei legami sociali al cui interno si svolge la vita della persona. La dignità ha una dimensione sociale che l’individualismo liberale conduce a dimenticare, ma che rappresenta l’unica garanzia per farne una pratica condivisa e non un privilegio di chi può permettersela. La dignità è di tutti e di ciascuno, e negarla a qualcuno minaccia quella degli altri. Per questo non può essere fatta a pezzi e allocata soltanto a chi fa parte dei “nostri”, in opposizione ad “altri” la cui dignità può tranquillamente essere calpestata. L’insistenza del Contratto sulla cittadinanza come discriminante all’accesso a una serie di servizi – a partire dagli asili –, mentre il carico fiscale riguarda tutti i residenti a prescindere dalla cittadinanza, è solo la manifestazione di una incapacità o di un rifiuto a riconoscere le minoranze e le differenze: è una dignità “a taglia unica”. Non è un caso che, pur di fronte a un’Italia variegata e plurale, il termine “minoranza” nel Contratto appaia una sola volta, in riferimento alle dinamiche parlamentari e non a quanto accade nella società.

Così, il n. 12 menziona esplicitamente la tutela della dignità dei detenuti, ma all’interno di quello che è un passo indietro rispetto al valore di rieducazione e reinserimento sociale che la Costituzione assegna alla pena, in particolare attraverso il lavoro. Si scorge l’addio al potenziamento delle misure alternative e persino alla “sorveglianza dinamica”, che richiuderà i detenuti in cella 22 ore su 24. La concretezza delle misure smentisce la retorica utilizzata.

Lo stesso capita al n. 14, dedicato alla dignità dei lavoratori. Dell’efficacia delle misure proposte per tutelarla è lecito dubitare, a partire dall’ipotesi di reintroduzione dei voucher, tanto controversi quando erano in vigore e di cui viene ora criticata l’abolizione. Viene citato l’art. 36 della Costituzione, ma poi si dimentica il successivo n. 37, che impone la lotta alle disparità di genere: la dignità delle donne sparisce dai radar? Non è allora un caso che nella parte sulla famiglia si parli di sostegno alla maternità, ma non alla paternità, o che solo in riferimento alle donne si parli di conciliazione tra i tempi della famiglia e del lavoro, ignorando una visione della responsabilità genitoriali come cura condivisa, peraltro prevista anche dal Codice civile.

Altrettanto significativo dal punto di vista dello spirito che pervade il Contratto è il continuo emergere della riduzione di ogni aspetto della vita sociale a occasione di business: ad esempio il patrimonio artistico e paesaggistico del Paese è concepito fondamentalmente come fattore di crescita economica del turismo. Qui come altrove, appare chiaro come il vero riferimento sia il tornaconto. Si compie così lo svuotamento del linguaggio dei valori e dei principi, che pure continua a essere utilizzato.

L’impressione è che proprio la composizione degli interessi sia il criterio che ha guidato la stesura del Contratto. Non c’è una reale mediazione e quindi nessuna autentica integrazione dei punti di vista dei due contraenti, per cui resta irrisolta la questione di come si concilia la drastica riduzione del carico fiscale (la flat tax leghista) con una serie di misure, anche di welfare, che non possono che far lievitare la spesa pubblica (a partire dal reddito di cittadinanza a 5 stelle). Più che un progetto comune, l’accordo sembra riguardare la spartizione delle sfere di influenza, in modo che ciascuno possa portarsi a casa un risultato che gli permette di gratificare i propri elettori: infatti al n. 1 è sancito l’impegno «a non mettere in minoranza l’altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza». Non è un caso allora che sulle questioni eticamente sensibili (fine vita, DAT, ecc.), rispetto alle quali è inevitabile un autentico lavoro di mediazione se le posizioni di partenza sono molto lontane, non ci sia nemmeno una parola.

Del tutto fuori dall’alveo della Costituzione, per la cui difesa peraltro i due movimenti si erano impegnati in occasione del referendum del 4 dicembre 2016, sono quelle parti del contratto che prevedono l’introduzione del vincolo di mandato, o la sostanziale assenza dei corpi intermedi e del mondo associativo. Si parla invece di democrazia diretta, concetto di cui sono note le ambiguità e le possibilità di manipolazione. Anche la cittadinanza si riduce a prerogativa individuale, senza diventare tessuto sociale.

L’elenco potrebbe continuare, spostando l’attenzione alle singole misure; tra l’altro varie espressioni sono così generiche che è difficile non essere d’accordo in linea teorica. La vera posta in gioco ci sembra rappresentata dal fatto che l’impianto valoriale della Parte I della Costituzione non rappresenti più l’orizzonte al cui interno si ritiene necessario inserire le diverse proposte. L’azione del Governo sarà chiamata a dare attuazione non tanto ai valori fondamentali, a cui ci si richiama solo retoricamente e talvolta in modo maldestro, ma alle preferenze che i leader ritengono che i loro elettori abbiano espresso, magari con l’ausilio di una opportuna azione di persuasione. Il problema vero sta però nel fatto che la società nel suo insieme, o almeno una larga parte, sembra aver perso la sensibilità per riconoscere e difendere il ruolo dei valori e dei principi come cornice di riferimento dell’azione politica. Non stiamo dicendo che il Paese stia precipitando nell’amoralità collettiva, ma che si sta smarrendo la consapevolezza che i diversi piani diversi – quello dei valori, quello delle pratiche individuali e sociali, quello delle norme e delle misure pratiche – sono inestricabilmente connessi. La mancanza di coerenza fra i diversi piani rende strutturale una condizione di contraddizione tra gli obiettivi perseguiti su ciascuno di essi, impedendone il raggiungimento armonico.

Una politica da ri-animare

Di fronte a questa situazione siamo esposti a due tentazioni, peraltro ricorrenti nella storia del Paese. La prima è quella della nostalgia e del rimpianto per un’epoca passata dove la politica aveva la P maiuscola – ma ce ne lamentavamo anche allora! – opposta ai tempi bui dell’attuale decadenza. La seconda è quella di rimanere alla finestra, in attesa di veder fallire – ancora una volta lamentandosi – anche questo tentativo, salvo poi ritrovarsi con il problema di dove tracciare un segno sulla scheda delle prossime elezioni. Due atteggiamenti che è facile deridere superficialmente, ma di cui vanno indagate le ragioni profonde e le componenti emotive: quello che li accomuna è l’incapacità di generare futuro.

Affermarlo richiede (anche) un atto di fede, eppure la capacità della coscienza delle persone di riconoscere il bene e di esserne attratta non si è spenta definitivamente. Gli esempi di come siamo alla ricerca di senso e di umanità sono molteplici, quotidiani. Ottengono scarsa attenzione, ma non per questo non toccano in profondità. Lo vediamo persino da alcuni spunti di cronaca di questi giorni, che interpretiamo come segnali senza approfondirne l’analisi o caricarli di significato, come nel caso dell’accoglienza – sorprendente per gli stessi addetti ai lavori – che ha incontrato al Festival di Cannes, tempio del cinismo e dello scetticismo, Lazzaro felice. Racconta la storia di un “ultimo degli ultimi”, dotato – afferma la regista e sceneggiatrice Alice Rohrwacher – di «un animo buono oltre ogni razionalità», di cui tutti si approfittano scambiando la sua gentilezza per stupidità. Lazzaro cammina leggero sulla terra che coltiva con umiltà, senza chiedere mai nulla per sé, mettendo costantemente da parte i propri bisogni per soddisfare quelli degli altri: il contrario del tornaconto. Pur ricorrendo, come è stato scritto, al genere letterario della favola, il film ha, per esplicita ammissione della giovane regista, una intenzionalità politica. Nella stessa direzione, sempre a titolo di cronaca, va il diffondersi di sezioni o inserti dei principali quotidiani dedicati alle buone notizie o alle buone pratiche: nonostante tutto, evidentemente “tirano”.

Pur con i loro limiti e le loro ambiguità, questi esempi indicano due piste che ci sembrano promettenti per abitare la realtà dell’Italia di oggi, anche dal punto di vista politico, senza cedere allo sconforto o alle tentazioni sopra ricordate. La prima è il lavoro culturale di narrare il bene, riuscendo a parlare alla gente e a comunicare una prospettiva profondamente umana che rimette al centro la fiducia, i legami e persino il punto di vista di chi è scartato: una volta che questa prospettiva sarà radicata nella società, la rincorsa al consenso obbligherà anche la politica ad adottarla. La vera sfida è trovare il linguaggio appropriato, in un’epoca in cui si sta spegnendo il richiamo del lessico dei valori e dei diritti, mentre è grande quello degli interessi, dei gusti e delle opportunità. Non è un cambiamento da stigmatizzare superficialmente: in fondo lo “stare a cuore”, che fa parte dell’esperienza del gusto e dell’interesse, può rappresentare un attivatore di risorse emotive, di creatività e di impegno al pari delle ideologie del passato, anzi persino con un maggiore potenziale di integrazione delle dimensioni della persona. Si tratta quindi di individuare i registri su cui anche oggi elaborare proposte culturali capaci di aiutare l’interpretazione della realtà nella sua interezza, riorientando il discorso e l’immaginario collettivo e rimotivando all’impegno per la costruzione di un sentire condiviso, anche in situazioni di crescente pluralismo sociale, culturale e religioso. Per Aggiornamenti Sociali, proprio a partire dalla sua identità di strumento di informazione e comunicazione, partecipare alla scoperta di come continuare a narrare il bene non può che essere un impegno prioritario.

Il secondo filone è quello dell’impegno diretto, della mobilitazione concreta e attiva per la tutela della dignità e dei diritti di tutti, su cui occorrerà probabilmente fare un passo in più. Anche in questo caso non partiamo da zero, ma da un capitale autenticamente sociale di tante iniziative di partecipazione e di lotta contro il degrado, contro la corruzione, la criminalità e le mafie di cui il nostro Paese è ricco. La potenza di questo filone è di far sperimentare la forza del legame quando si agisce a favore di altri, trascendendo l’orizzonte del proprio orticello: il rischio del clima culturale prevalente è quello di rinchiudere nell’individualismo autocentrato anche le pratiche di solidarietà, facendone esperienze che rispondono ai desideri del singolo più che luoghi di progettualità politica condivisa. In altre parole, il rischio è che resti il “bene”, ma sparisca il “comune”, con l’inevitabile conseguenza di favorire l’esclusione e l’emarginazione di alcuni, il ritorno di prospettive assistenzialiste. Per questo la mobilitazione per la tutela di altri diventa anche una modalità di diffondere una cultura alternativa, che possa fare da contraltare a quella che ha ispirato il Contratto e che continuerà a emergere.

Ci ritroviamo di fronte a una provocazione politica: tanto chi è entusiasta di questa cultura quanto chi ne è diffidente ha il dovere di chiedersi perché e di riuscire a spiegarlo. Facendolo, metterà meglio a fuoco la propria posizione e contribuirà al dibattito pubblico e, soprattutto, all’individuazione delle azioni da intraprendere, diventando così attore politico in senso pieno, qualunque sia la posizione che occupa nella società. È proprio la disponibilità dei cittadini a mettersi in gioco e a partecipare, abbandonando la difesa a tutti i costi dei propri interessi (scegliendo anche rappresentanti in grado di fare lo stesso), il migliore indicatore dello stato di salute di una democrazia e, al tempo stesso, la sua più solida difesa.

[versione aggiornata il 1° giugno 2018]

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