Il senso di uno slogan visto da «casa loro»

11/07/2017
«Aiutarli a casa loro» (con punto di domanda) era il titolo di un articolo pubblicato sul numero di maggio di Aggiornamenti Sociali. Lo slogan, utilizzato strumentalmente negli anni passati da movimenti politici contrari all'accoglienza dei migranti, è stato recentemente riproposto - in modo da molti considerato infelice e inappropriato - dal segretario del Partito democratico, Matteo Renzi. Senza entrare in sterili polemiche, proponiamo come strumento di riflessione il paragrafo finale dell'articolo (che può essere scaricato integralmente a questo link), frutto di un viaggio degli autori (Maurizio e Miriam Ambrosini) nel Kurdistan iracheno. 


Il nostro viaggio ci ha mostrato che il Kurdistan sta sopportando uno sforzo di accoglienza di sfollati interni e rifugiati dalla Siria e dall'Iraq che non ha equivalenti in Europa, in proporzione alla numerosità della popolazione e alla situazione sociale ed economica.

Per di più, lo fa mentre è impegnato in operazioni belliche di grande portata e con costi elevatissimi, umani ed economici. Riceve aiuti internazionali per i profughi, ma le conseguenze sul mercato abitativo, sul sistema occupazionale, sul funzionamento dei servizi scolastici e sanitari, sono tutte a carico della società locale.
Abbiamo verificato che la solidarietà familiare allargata assorbe una parte degli oneri dell’accoglienza, ma non del tutto, non per gli ultimi arrivati, e comunque non senza gravare sul sistema-Paese.

È paradossale che l’Occidente, con le sue istituzioni internazionali, debba fare affidamento sulla solidarietà delle famiglie curde, arabe e cristiane dell’Iraq per fronteggiare la situazione dei profughi di guerre di cui è seriamente responsabile. Il nuovo Segretario generale dell’ONU, il portoghese António Guterres, in occasione della sua recente visita nella zona ha ricordato che le operazioni di soccorso condotte in loco dalle Nazioni Unite sono coperte finanziariamente soltanto per l’8%. Nella maggior parte dei casi, lo slogan «Aiutiamoli a casa loro» appare una scappatoia retorica per non assumersi responsabilità nei confronti dei migranti forzati, né qui né là.

La visita dei campi profughi ci ha poi resi edotti del fatto che «aiutarli a casa loro» è tutt’altro che facile: presuppone non solo di finanziare strutture di accoglienza, il che avviene comunque con lentezza, discontinuità, interventi di corto respiro, ma di ricostruire il tessuto socioeconomico del Paese e pacificare i rapporti tra le comunità etnico-religiose. La precarietà degli equilibri e la crescita delle tensioni, andando sul posto, si toccano con mano.

Nel frattempo, l’accoglienza rimane necessaria. Caricarla sulle spalle dei Paesi in prima linea è una delle più gravi ingiustizie globali del nostro tempo, di cui si prende coscienza solo se si supera un’ottica eurocentrica e si considera la situazione con gli occhi di chi vive nelle zone più colpite. Rappresenta anche un rischio per il futuro: il flusso di migliaia di persone provenienti da altri Paesi o regioni in Iraq, come in Libano o in Giordania, ha notevolmente modificato il fragile equilibrio etnico e politico che si era faticosamente stabilito in quei Paesi. Ha modificato i rapporti intercomunitari, esponendo queste società al rischio di nuovi scontri che potrebbero tra l’altro generare nuove ondate migratorie.

Infine, sarebbe assai semplicistico e riduttivo pensare che aiutando i Paesi di origine automaticamente si freni l’emigrazione. I nostri incontri ci hanno confermato che la guerra e la povertà non sono l’unica causa per cui le persone fuggono verso l’Europa. Anche qui non sono i più poveri e i disperati a emigrare: questi non hanno le risorse per farlo. Le migrazioni sono processi socialmente selettivi, tanto più quando aumentano le distanze tra luoghi di origine e di destinazione. Nel caso del Kurdistan iracheno, tanto gli incontri personali quanto i dati confermano che la maggior parte dei profughi provenienti da altre zone dell’Iraq e dalla Siria appartiene alla media borghesia: persone istruite, benestanti, con mezzi economici e conoscenze. Chi è disperato, tante volte non vede la possibilità di un futuro diverso; sono coloro che ne hanno la possibilità a vedere nell’Europa la speranza di una nuova vita. Dal Medio Oriente, come da tanti altri Paesi, le persone e le famiglie scappano perché stanche dell’insicurezza, dell’impossibilità di costruirsi un futuro stabile, di Governi considerati incapaci o ingiusti, di uno Stato che non riesce a governare sulle rivalità etniche e tribali. 

Risolvere queste problematiche richiede un lungo percorso di formazione di una nuova classe dirigente e di costruzione di una rinnovata fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato. Non è un processo rapido, e pensare di risolvere il problema semplicemente investendo di più negli aiuti umanitari di emergenza o nelle azioni belliche è un programma che può ottenere risultati a livello di consenso politico interno, forse alcuni successi a breve termine, ma non basta a configurare un orizzonte di pace stabile e di sviluppo dei popoli.


11 luglio 2017

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