Il lavoro dei "nativi precari"

11/05/2018
Negli ultimi vent’anni il mercato del lavoro italiano è stato oggetto di svariate riforme ed è stato fortemente colpito dalla crisi economica. La precarietà della situazione lavorativa è una delle conseguenze più evidenti di questo insieme di fattori e i giovani nati negli anni ’90 ne sono consapevoli, come mostra la ricerca Il ri(s)catto del presente. Giovani e lavoro nell’Italia della crisi, realizzata dall’IREF (Istituto di ricerche educative e formative). 
Quali conseguenze sulla cultura del lavoro dei giovani ha l’essere cresciuti in questo periodo di riforme, culminate con il Jobs Act? Quali sono le risposte dei giovani alla precarietà? Quale contributo può venire dal mondo associativo? Sono i temi dell'articolo di Gianfranco Zucca, ricercatore dello stesso IREF, pubblicato nel numero di maggio di Aggiornamenti Sociali, di cui anticipiamo le conclusioni (clicca qui per leggere l'articolo integrale).


L'obbedienza preventiva: la conseguenza della precarietà


L’espressione “lavoro in deroga” ci sembra che colga con sufficiente precisione uno slittamento culturale la cui ampiezza è ormai significativa, soprattutto tra chi ha meno di 30 anni. Tale risultato è in linea anche con quanto riscontrato da altre indagini, come il Rapporto Giovani 2018 dell’Istituto Giuseppe Toniolo, secondo cui il 60% dei giovani considera poco o per nulla problematico il lavoro festivo; inoltre, il lavoro di notte, le ricorrenti trasferte e il cambio frequente di orari non sono un problema per quote di giovani comprese tra il 53% e il 55% degli intervistati. L’abbandono degli standard lavorativi che hanno strutturato la vita di milioni di lavoratori, per i giovani è un dato di fatto. Tuttavia, se si vuole capire appieno come stia cambiando la cultura del lavoro di chi è nato e cresciuto con lo spettro della precarietà non bisogna guardare solo a quanta disponibilità alla deroga abbiano i giovani, ma al contesto in cui essa avviene, poiché le richieste di abbandono degli standard lavorativi che abbiamo conosciuto nei decenni passati sono tante e tali da rendere effettivamente difficile, per tutti, resistere alle pressioni del mercato. 

Da una parte la deroga ha una funzione difensiva: le concessioni servono a difendere il proprio posto di lavoro; dall’altra essa è agita all’interno di un progetto professionale, con l’obiettivo, al netto delle promesse tradite, di chiudere il cerchio tra formazione e lavoro o di fare semplicemente il lavoro desiderato. Queste due diverse strategie per far fronte alle difficoltà occupazionali sono accomunate da una sorta di “obbedienza preventiva”: la precarietà si è talmente incorporata nelle vite dei giovani, da far loro accettare in maniera anticipata le penalizzazioni del mercato del lavoro. La scelta di andare a lavorare all’estero mitiga solo in parte questo atteggiamento rinunciatario: gli expat mostrano una maggiore propensione per la deroga inserita in un progetto professionale, mentre chi è rimasto in Italia aderisce più spesso a una versione difensiva. 

Comunque sia l’esperienza all’estero coincide con una maggiore autostima professionale, un senso di autoefficacia più sviluppato e una maggiore fiducia: l’elemento unificante sembra essere la capacità di prefigurare un futuro lavorativo migliore, cosa che molti giovani rimasti in Italia non sembrano più in grado di fare. Queste osservazioni sull’obbedienza preventiva vanno ponderate tenendo conto della fase della vita delle singole persone: la funzione difensiva può prevalere in una determinata fase della vita (ad esempio, appena usciti da casa o all’avvio della vita di coppia); la funzione proattiva in un’altra (usciti dall’università, in abbinamento a un secondo lavoro “di sopravvivenza”). La questione semmai si pone sui vincoli che si incontrano nel passaggio dall’una all’altra tattica. 

Va precisato che questi passaggi “stretti” sono vissuti per lo più in modo individuale. Il sindacato, ad esempio, riscuote pochissimo consenso: solo l’11% del campione lo considera un soggetto in grado di tutelare i giovani dal rischio disoccupazione; addirittura per quasi il 40% degli intervistati «al giorno d’oggi non c’è modo di difendersi dal licenziamento». Questa visione rassegnata, pur avendo evidenti legami con la realtà sperimentata dai giovani, soprattutto in Italia, richiama l’esigenza di ripensare le forme di intermediazione e rappresentanza. Tra le diverse proposte presentate nel volume Il ri(s)catto del presente, alcune sono state elaborate proprio per incidere sulla naturale tendenza al vivere il lavoro come un fatto privato, in solitudine (cfr «Dare cittadinanza ai giovani: indicazioni di metodo per le politiche», in Zucca G. (ed.), Il ri(s)catto del presente, 155-183). 

Tra le azioni che il Presidente nazionale delle ACLI, Roberto Rossini, propone nelle conclusioni del volume in cui sono presentati i risultati della ricerca per trasformare il ricatto del lavoro in riscatto (Zucca G., Il ri(s)catto del presente, Rubbettino 2018), vale la pena di menzionare quella riguardante la formazione poiché, allo stato attuale, appare essere l’unico argine contro la precarizzazione, a patto che si agisca nella direzione di un maggiore legame tra istruzione e mondo del lavoro. In altre parole, c’è la necessità di mettere in campo un piano di azione per strutturare un sistema di formazione professionale nel nostro Paese, dal livello secondario, al terziario non accademico fino alla formazione continua (Rossini R. «Conclusioni. Generazione on demand? L’impegno delle Acli contro il lavoro usa e getta», in Zucca G. (ed.), Il ri(s)catto del presente, 185-197). Si tratta di una proposta che già riscuote un certo consenso ed è stata anche rivolta al Governo in occasione delle Settimane sociali di ottobre 2017 a Cagliari.

11 maggio 2018
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