I’m Not Your Negro e quelle ferite ancora aperte dell'America

22/03/2017
Dopo essere stato presentato lunedì sera, 20 marzo, al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, presso il Centro Culturale San Fedele di Milano, I’m Not Your Negro debutta questa settimana nelle sale italiane. All’anteprima ha preso parte anche il regista haitiano, Raoul Peck, accolto da un Auditorium gremito e trepidante, complice anche la risonanza mediatica che questo film-documentario ha riscosso in questi mesi grazie alla sua nomination agli Oscar 2017.

Medgar Evers, Malcom X, Martin Luther King: tre uomini, tre storie, tre morti violente che hanno segnato gli anni Sessanta della storia americana. Questo film ne ripercorre i passi, attingendo alla loro speranza ma anche alla loro rabbia, alla ricerca del punto di convergenza di tre vite così diverse. La voce narrante è quella di James Baldwin (1924-1987), scrittore americano e punta avanzata della riflessione letteraria di metà Novecento sul tema dei diritti civili. 

Il regista, infatti, adotta come punto di partenza il breve manoscritto inedito di Baldwin Remember This House (1979), da cui quest’ultimo avrebbe voluto trarre un libro che però non fu mai scritto. «Fin dall’inizio avevo deciso di mantenere il testo di Baldwin così com’era - ha affermato Raoul Peck lunedì sera durante il confronto con il pubblico dopo la visione del film -; per questo l’operazione di montaggio non è stata facile: si trattava di trovare immagini che corrispondessero a quello che le parole di Baldwin evocavano, e non viceversa come avviene di solito». Il risultato è una lettura lenta, ponderata e viscerale del testo di Baldwin, interpretata da un magistrale Samuel L. Jackson. Egli, a detta dello stesso Peck, ha lavorato con tale perizia per interiorizzare le parole e i sentimenti dello scrittore che, all’uscita del film in America, la sua celebre voce non è stata riconosciuta da molti spettatori se non all’apparire del suo nome nei titoli di coda. 

Parole e immagini si intrecciano in un’opera avvolgente che ripercorre il travaglio interiore vissuto da Baldwin in quegli anni. I filmati di repertorio ci mostrano anche spezzoni di alcune sue interviste televisive. Il suo atteggiamento e i tratti decisi del suo ampio volto, sofferente e sorridente insieme, non fanno che dare maggior peso all’idea che il cosiddetto negro problem (il problema dell’uomo nero) non sia tanto dei neri, la cui dignità di uomini si staglia visibilmente contro l’ingiustizia di cui sono vittima - come dimostrano ciascuno a suo modo Medgar Evers, Malcom X e Martin Luther King - quanto un segno dell’incapacità degli americani bianchi di accettare la propria fragilità e le doglie della loro storia passata e presente. 

«La storia dei neri è la storia dell’America»: è questo il fil rouge che si dipana per tutto il film, dalle immagini razziste del cinema muto degli anni Venti ai video dei pestaggi e degli scontri fra i neri e la polizia di questi ultimi mesi. Il messaggio è chiaro: nonostante un presidente nero sia ormai entrato e uscito dalla Casa Bianca, se le parole di Baldwin continuano a trovare immagini capaci di attualizzarle significa che le ferite della dignità dell’uomo, di qualunque colore esso sia, non si sono ancora rimarginate.

Alessandro Cattini

22 marzo 2017
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