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Giovani e anziani

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In genere, la Bibbia sottolinea le qualità degli anziani più che quelle dei giovani. Per convincersi, basta rileggere alcune frasi di Ben Sirac il saggio, chiamato anche Ecclesiastico: Quanto s’addice il giudicare ai capelli bianchi e agli anziani il saper dare consigli! Quanto s’addice la sapienza agli anziani, il discernimento e il consiglio alle persone onorate! Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto è temere il Signore (Siracide 25,4-6). O ancora: Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno (Siracide 8,9). Ovunque nell’antichità, dall’antico Vicino Oriente alla Grecia e a Roma, la vecchiaia è molto apprezzata. Gli anziani possiedono la saggezza, presiedono numerose assemblee, prendono decisioni o giudicano in molte circostanze.

Ne abbiamo conferma nel trattato De senectute, che Cicerone scrisse quando aveva sessantatre anni, in cui sono indicate quattro ragioni per apprezzare la vecchiaia. Dà buoni consigli chi ha l’esperienza acquisita con l’età. Se le forze del corpo diminuiscono, quelle della mente possono rimanere intatte. Quando si è anziani si è anche liberati dalla tirannia delle passioni e si è aperti al piacere dello spirito e alla contemplazione della natura. Infine, l’idea della morte spaventa gli anziani meno dei giovani, perché la morte è per loro nell’ordine naturale delle cose e sanno meglio prepararsi a scoprire l’immortalità. L’influenza di Platone è percepibile in queste riflessioni, così come in quella di Epicuro: «Non il giovane è felice, ma l’anziano che ha vissuto bene: poiché il giovane, nel pieno del vigore, è sempre in balia della sorte, mentre l’anziano è approdato alla vecchiaia come a un porto tranquillo e di tutti i beni che prima aveva con dubbio sperato ora ha sicuro possesso nella tranquilla gioia del ricordo» (Sentenze vaticane 17). Per Epicuro, la calma e la serenità dell’anima sono una prerogativa della vecchiaia piuttosto che della giovinezza.

C’è certamente una convergenza tra i testi biblici prima citati e le riflessioni del mondo greco-romano sulla vecchiaia, almeno a prima vista. In effetti, la Bibbia contiene anche altre affermazioni a riguardo e, come in altri casi, sa capovolgere le gerarchie.

Dio sceglie l’ultimo nato

Da dove viene l’idea che la gioventù, in alcuni casi, ha un valore insolito, se non superiore alla vecchiaia nella Bibbia? Per il Primo Testamento, questa idea ha la sua radice nell’esperienza del popolo d’Israele. È un dato di fatto che quest’ultimo si presenta come l’ultimo nato, un popolo giovane nel consesso delle nazioni. Non ci sono tracce di Israele nei primi capitoli della Genesi. Solo nel libro dell’Esodo (1,9) appare il nome dei figli di Israele per designare il popolo scelto da Dio. Molti altri popoli sono stati menzionati in precedenza, tutti elencati nella famosa “tavola delle nazioni” di Genesi 10, in cui si menziona Sem ma non Israele.

Israele non è un popolo potente, ricco e glorioso, ma il più piccolo di tutti i popoli (Deuteronomio 7,7). Eppure lo stesso versetto biblico ci dice che è il popolo scelto da Dio. Per quale motivo? Per ragioni molto personali, se è possibile dire così. Prima di tutto, Dio ha amato Israele, e «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» come scrive Pascal. Poi, Dio ha voluto essere fedele alla promessa fatta agli antenati di Israele di farne un grande popolo, di dare loro una terra e di essere il loro Dio (Deuteronomio 7,8). Tutto ciò conferma quanto appena detto: Israele è stato per molto tempo il popolo della “promessa” prima di diventarlo realmente durante l’esodo.

Tutto ciò si riflette in alcune pagine della Bibbia. Una delle narrazioni più convincenti al riguardo è la storia di Davide, soprattutto nel contrasto tra lui e il suo sfortunato rivale Saul. Quest’ultimo rappresenta il re ideale secondo le mentalità dell’antico Vicino Oriente e degli ambiti biblici. Ecco come è presentato: C’era un uomo della tribù di Beniamino, chiamato Kis, figlio di Abièl, figlio di Seror, figlio di Becoràt, figlio di Afìach, un Beniaminita, uomo di valore. Costui aveva un figlio chiamato Saul, prestante e bello: non c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeliti; superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo (1Samuele 9,1-2). La descrizione dettagliata sottolinea le qualità di colui che sarà il primo re d’Israele. È un “figlio di buona famiglia”, con una lunga genealogia e quindi una famiglia antica, nobile (questo è il significato dell’espressione uomo di valore). Appartiene a una tribù – quella di Beniamino – nota per il suo valore nelle guerre (Giudici 20,16); è anche il primogenito di questa nobile famiglia; infine, è alto e bello. Dal punto di vista sociale e fisico, è difficile trovare di meglio. I criteri di valutazione indicati sono tradizionali e sulla loro base Saul sarà scelto come re e unto da Samuele (1Samuele 10,1). La bellezza, l’alta statura, la nascita e la primogenitura danno a Saul tutte le qualità necessarie per diventare il primo re d’Israele. Non dimentichiamo anche che il suo nome, in ebraico, significa: “desiderato”, “chiesto”.

Come è noto, il regno di Saul non è stato un successo, anzi si concluderà con un rovescio: la sconfitta del Monte Gèlboe davanti all’esercito dei filistei, in cui Saul troverà la morte insieme a Giònata, suo figlio maggiore ed erede al trono (1Samuele 31). Questo esito fa di Saul uno dei pochi eroi tragici della Bibbia e, a nostro giudizio, lo relega in una cattiva luce. Nella Bibbia, come altrove, i perdenti non sono molto amati e ci vorrà tutta la forza dei Vangeli per convincerci del contrario.

Il racconto del regno di Saul introduce abbastanza presto il lettore alla sua tragica conclusione, evidenziando alcuni fatali errori dello sfortunato monarca. Saul ha scontentato due volte Samuele non rispettando gli ordini dell’uomo di Dio che lo aveva unto re d’Israele. In altre parole, Saul è rifiutato da Dio perché ha offerto un sacrificio prima dell’arrivo di Samuele (1Samuele 13,7-14) e perché non ha applicato alla lettera, durante una campagna militare contro la città di Amalèk, le regole della guerra santa che esigeva di non risparmiare nessun nemico, in particolare il re, Agag (1Samuele 15). Il lettore moderno forse considererà che i rimproveri rivolti a Saul siano per lo meno esagerati, ma gli autori biblici hanno soprattutto cercato di mostrare che Saul non era il candidato giusto per essere re, come poi i fatti confermeranno.

Scegliere secondo il cuore di Dio

È in questo contesto che appare un’altra figura, antitetica, quella del “giovane” Davide, che passerà di successo in successo e sarà celebrato per generazioni, nonostante alcune importanti ombre nella sua vita (cfr 2Samuele 11).

Samuele, il primo profeta che consacra i re nella Bibbia, era ancora preoccupato per gli errori commessi da Saul quando Dio gli ordinò di andare a cercare un sostituto. Fu inviato a Betlemme nella famiglia di Iesse (1Samuele 16,1-13). Questo racconto è particolarmente importante perché invita il lettore a un “cambio di paradigma”: dopo il fallimento di Saul, non basta cambiare il re, bisogna, soprattutto, cambiare i criteri di scelta. In effetti, Samuele cerca un altro “Saul” per sostituire il re appena rifiutato da Dio. Cerca un primogenito di buona famiglia, stavolta nella tribù di Giuda, alto e bello. Sta commettendo uno sbaglio e Dio glielo fa capire, senza che il racconto ci spieghi esattamente come ciò avviene. Il figlio maggiore di Iesse, il candidato naturale, è alto (1Samuele 16,7), ma non piace a Dio. Samuele si volge verso gli altri fratelli, sette in tutto, ma senza successo. Dio li rifiuta tutti, probabilmente perché sono troppo simili a Saul (1Samuele 16,10). È necessario perciò cambiare l’approccio, perché, come dice Dio a Samuele, non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Samuele 16,7). La statura e la primogenitura non sono più i veri criteri. Ora, ciò che conta è il “cuore”.

L’audacia tipica dei giovani

È importante ricordare che nella Bibbia il cuore è la sede dell’intelligenza, del discernimento e delle decisioni, come appare in modo chiaro in Deuteronomio 29,3. Mosè si rivolge al popolo alla fine del soggiorno nel deserto, dicendo che ha assistito a molte meraviglie, aggiungendo: ma fino a oggi il Signore non vi ha dato una mente per comprendere né occhi per vedere né orecchi per udire. In parole a noi più vicine, Dio chiede a Samuele di cercare soprattutto una persona intelligente, capace e con buon senso. Le qualità legate alla nascita o alla genealogia, come l’altezza, la bellezza e la primogenitura, sono secondarie. Le qualità interiori devono guidare nella scelta di un sovrano. Per questo la scelta del nuovo re ricade su Davide, il più giovane, che riceve l’unzione reale da Samuele e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi (1Samuele 16,13), mentre Saul, all’opposto, è tormentato da un cattivo spirito (1Samuele 16,14). Aggiungiamo un dettaglio. Nel brano, Davide è l’ottavo figlio di Iesse (1Samuele 16,10; 1Samuele 17,12). Il sette è un numero perfetto nel mondo antico. Il fatto che Davide sia l’ottavo significa che è di un altro ordine ed è il primo ad appartenere a questa nuova categoria.

A Davide non resta che fare una sola cosa: dimostrare che Dio e Samuele hanno fatto la scelta giusta. Questo è lo scopo del lungo e famoso brano della lotta di Davide e Golia (1Samuele 17). Ancora una volta, il racconto propone al lettore un radicale cambio di prospettiva. Il contesto è quello bellico e, in questo campo, le qualità dei grandi guerrieri sono fissate dalla tradizione. L’eroe di guerra è alto, forte, esperto e invincibile. Tutte queste qualità sono riassunte in Golia: è immenso poiché è alto più di 2,80 metri. La sua armatura pesa circa 60 chili. Il solo ferro della sua lancia pesa quasi 7 chili e il suo legno è grande come il cilindro di un telaio (1Samuele 17,4-7). Ecco il campione dei filistei che sfida Israele in una scena degna dell’Iliade di Omero. Chi può combattere contro questo gigante, questa massa di bronzo, una specie di carro da guerra su due piedi? Secondo le regole dei duelli dell’epoca, colui che doveva affrontare Golia non era altro che Saul, investito del compito di difendere il suo popolo dai nemici. Saul è alto, molto alto, il più alto della sua generazione nel popolo d’Israele. Ma ha di fronte un uomo molto più alto di lui. Non osa affrontarlo: Saul e tutto Israele udirono le parole del filisteo; rimasero sconvolti ed ebbero grande paura (1Samuele 17,11). Che cosa si può fare per sconfiggere Golia? È Davide a rispondere: rifiutarsi di affrontare Golia con le sue armi, perché sarebbe andare incontro a morte certa. Davide cambia la tattica e, così come è stato scelto secondo criteri poco convenzionali, affronterà Golia con armi altrettanto poco convenzionali. Questa innovazione, questa rottura con la tradizione bellica, è all’origine del suo successo.

Lo mostra bene una breve scena, spesso trascurata. Quando Davide si presenta a Saul e si offre di combattere contro Golia, il re riassume molto bene il contrasto tra i due futuri avversari: Tu non puoi andare contro questo filisteo a combattere con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d’armi fin dalla sua adolescenza (1Samuele 17,33). La giovinezza e l’inesperienza di Davide sono contrapposte all’esperienza di un guerriero di lunga data. Quello che apparentemente è uno svantaggio si rivelerà invece una risorsa importante. Rispondendo al re, Davide ricorda che era un pastore e che ha imparato a difendere il suo gregge contro il leone e l’orso (1Samuele 17,34-37); in effetti, affronterà la battaglia con le armi che conosce bene e con l’audacia – per alcuni l’incoscienza – della gioventù.

Da una generazione all’altra

Ma un’altra scena, anch’essa importante, precede il combattimento. Saul riveste Davide con la sua armatura e il suo elmo e gli dà la sua spada per combattere il filisteo (1Samuele 17,38). Lo fa mosso da un’intenzione buona: Davide non può affrontare il gigante Golia a mani nude. Eppure tutto questo si rivela inutile, perché Davide, bloccato in quella pesante e ingombrante armatura, non è in grado di camminare (1Samuele 17,39). Non è addestrato e rivestito con l’elmo e la corazza non sa come muoversi. Questa scena non ha solo un risvolto comico, visto che Davide è molto più piccolo di Saul e doveva sembrare ridicolo con un’armatura troppo grande per lui, ma ha anche un forte significato simbolico. Gli abiti hanno un valore speciale nella Bibbia e cambiarli indica cambiare status, funzione, personalità. Il fatto che Davide non possa indossare l’armatura di Saul significa che non può essere come lui e non può adottarne le stesse strategie. Deve scegliere un altro percorso. Ed è quello che fa: Poi prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese ancora in mano la fionda e si avvicinò al Filisteo (1Samuele 17,40). Tutti conoscono il seguito. Tuttavia, dobbiamo insistere ancora una volta su un punto essenziale: Davide ha sconfitto Golia perché ha scelto altre armi. Non poteva affrontarlo con una lancia e una spada. Ha scelto uno dei pochi modi per sconfiggerlo: un sasso lanciato da lontano e ben indirizzato. Ha usato la fionda, una delle poche armi che conosceva bene, grazie alla sua esperienza di pastore. Un’innovazione, che forse non sarà riconosciuta dagli studiosi d’arte militare, ma che è stata un successo clamoroso. È la vittoria della gioventù sul mestiere e dell’intelligenza sulla forza. Ma la gioventù di Davide non basta a spiegare il suo successo, che è frutto dell’alleanza tra la giovane età, l’astuzia e l’intelligenza.

La lezione, per tutti i lettori di questa storia, può essere riassunta in poche parole. Di fronte a un avversario più forte, e questa è la situazione abituale per l’antico Israele, non bisogna cercare di affrontarlo con le stesse armi in cui eccelle. È meglio trovare altre armi che si padroneggiano e cercare il punto debole dell’avversario. Inoltre, la storia mette in evidenza le qualità di Davide, che ha mostrato di essere il campione d’Israele e di meritare senza dubbio di diventarne il re, grazie alla sua intelligenza, unita all’audacia della sua giovinezza.

Anche il Vangelo andrà in questa direzione quando parlerà del figlio di Davide, Gesù di Nazareth. Egli non deve affrontare lo stesso tipo di lotte e non si trova di fronte a un nuovo Golia, ma a una religione chiusa ed eccessivamente rigida. Il Nuovo Testamento, specialmente il Vangelo secondo Luca, descrive l’annuncio della buona novella come il passaggio da una generazione all’altra. Nel secondo capitolo due personaggi in particolare, due anziani, accolgono il bambino nel Tempio e proclamano di aver visto in questo neonato il Messia atteso. Sono Simeone, che aspettava la consolazione di Israele (Luca 2,25) – espressione che ricorda Isaia (40,1; 51,12; 61,2) – e la promessa della restaurazione di Israele dopo l’esilio, e la profetessa Anna, di 84 anni, che parla del bambino a tutti coloro che aspettavano la redenzione di Gerusalemme (Luca 2,36-38). Questa volta l’espressione si riferisce ad alcuni testi di Isaia che parlano del riscatto o della redenzione di Gerusalemme da parte di Dio stesso (41,14; 43,14; 44,6.24; 47,4; 52,9; 54,5.7; 60,16). Il testo più chiaro è quello di Isaia 52,9, dove si dice che il Signore ha riscattato Gerusalemme. C’è un verbo che ritorna in riferimento a Simone e Anna: aspettare (Luca 2,25.38). Sono anziani, la loro vita sta per finire, ma invece di volgersi indietro con rammarico o nostalgia pensando al passato, continuano a guardare al futuro ed è per questo che possono accogliere la salvezza sotto forma di un bambino appena nato, con tutta la vita davanti a sé. «Ogni bambino che nasce ci ricorda che Dio non è ancora stanco degli uomini», dice il poeta indiano Rabindranath Tagore. Questo capitolo di Luca mostra chiaramente che gli anziani e i giovani possono incontrarsi, passarsi il testimone, e che la gioventù, quella di un neonato ancora sconosciuto, ad esempio, può soddisfare le aspettative più segrete e autentiche di chi è più grande di età.


Testo originale «“Réjouis-toi, dans ta jeunesse”», in Christus, 258 (2018) 24-31. Traduzione dal francese di Giuseppe Riggio SJ.


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