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Redazione di Aggiornamenti Sociali

Genitocrazia

14/02/2017
«Questa non è una famiglia, questa è una genitocrazia!» Ricordo ancora tutto di quell’attimo in cui una tredicenne agli albori dell’adolescenza urlò addosso a sua madre questa frase. Era l’esito di una discussione su che cosa era permesso e cosa invece vietato. Nulla di straordinario, ma siccome la madre aveva all’attivo nel suo curriculum studi di scienza della politica, le suonò come una vera e propria genialità. Così si affrettò a cogliere la provocazione. 

«E perché?». «Perché in questa casa il governo è in mano solo a voi, mamma e papà, e non vi è possibilità di alternanza: decidete solo e sempre voi!». «Nulla di più vero, tesoro! La famiglia non può essere una democrazia, mi spiace».

Da quel giorno nella bacheca del mio ufficio (ah già, la mamma ero io) è conservato un “pizzino” su cui, appena terminato lo scontro verbale, avevo appuntato GENITOCRAZIA (in carattere maiuscolo), per non dimenticare e per coltivare la genialità di un neologismo molto promettente. Sono passati 5 anni e, da allora, ogni giorno il mio sguardo si è posato su quel pezzo di carta di fortuna, alimentando riflessioni al riguardo: che cosa vuol dire che una famiglia è una genitocrazia? Quali sono le caratteristiche della forma di governo genitocratica? 

Oggi, grazie a qualche ricordo universitario e ad evidenze empiriche maturate negli anni di confronto con quell’adolescente in fasce e i suoi fratelli, posso provare a balbettare che una buona e sana genitocrazia ha bisogno di almeno tre condizioni.

1. Considerare tutti i suoi membri come uguali e paritari, cioè meritevoli di attenzione e cura, ciascuno nella propria dignità originale. In questo modo tra mamma e papà passa quel rispetto per la diversità femminile e maschile, così preziosa e fragile, specie quando oggetto di stereotipi di genere. Ogni figlio è unico e uguale a se stesso e dunque destinatario di “politiche” esclusive, anche se ripetute nel tempo e magari già parzialmente “testate” sui fratelli maggiori!

2. Una buona libertà di espressione (e di dissenso) di tutti coloro che fanno parte della famiglia. Così come la buona salute di una democrazia si misura con la presenza di diverse e alternative fonti di informazioni, così il confronto, il dialogo schietto e sincero tra mamma e papà prima, e tra genitori e figli poi, alimentano la buona salute di un regime genitocratico. Laddove non venisse coltivata un’autentica libertà espressiva (e di pensiero prima), accettando anche il conflitto, la svolta autoritaria sarebbe in agguato!

3. Una reale partecipazione di tutti alla vita famigliare. Ad ognuno l’opportunità di assumere livelli differenti di partecipazione, piccole o grandi responsabilità nella gestione di casa. Il coinvolgimento di ciascuno aumenta il senso di appartenenza alla famiglia e di solidarietà tra tutti, ma soprattutto con chi vive momenti più faticosi (malattia, vecchiaia, ecc…).

Sembrerà un paradosso, ma una democrazia può sopportare tanto più conflitto quanto più forte è il consenso di fondo su di essa. Credo che possa essere così anche nella genitocrazia, a maggior ragione quando i figli crescono. Forse che un maggiore coinvolgimento consapevole, responsabile e sinergico di noi adulti potrebbe giovare all’educazione dei nostri giovani, dentro e fuori dalla famiglia? Con una speranza: l’incertezza dell’esito finale possa essere un fattore di serenità ed equilibrio del sistema genitocratico!

14 febbraio 2017
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