Fra talent e reality: la rappresentazione del lavoro nei media

25/09/2017
Rappresentare il lavoro attraverso i mass media non è impresa semplice, come testimonia la storia della televisione dalle origini a oggi e come dimostrano anche le nuove forme di comunicazione digitali. Quali produzioni nel corso dei decenni si sono rivelate più adatte a parlare del lavoro? Come rifuggire da una spettacolarizzazione eccessiva del lavoro, che impedisce di coglierne la vera portata? Sono i temi dell'articolo di Paolo Carelli, del CERTA (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi) dell'Università Cattolica di Milano, pubblicato sul numero di agosto-settembre di Aggiornamenti Sociali. Di seguito il paragrafo centrale, clicca qui per scaricare l'articolo integrale.


Una prospettiva interessante per cogliere le traiettorie e i punti di connessione tra i media e la loro narrazione e rappresentazione del lavoro è quella che riguarda l’arco di tempo coincidente con la crisi economica, esplosa e intensificatasi su scala mondiale a partire dal biennio 2007-2008. In questi dieci anni il mondo del lavoro ha ripreso timidamente ad affacciarsi nel sistema della comunicazione, sebbene da punti di vista inediti e per certi versi in controtendenza rispetto alla crescente drammaticità della situazione sociale. Nel sistema italiano, con particolare riferimento all’ambito televisivo, è possibile individuare alcune tendenze e costanti che hanno scandito le modalità di racconto delle diverse forme e dimensioni del mondo del lavoro; tralasciando in questa sede un’analisi approfondita della rappresentazione del tema all’interno dell’informazione (telegiornali e talk-show hanno spesso acceso i riflettori in occasione di atti di cronaca come le tragedie sui luoghi di lavoro, le ristrutturazioni aziendali e i conseguenti licenziamenti, le condizioni di occupazione in alcune delle nuove realtà dell’economia digitale, ecc.), è interessante soffermarsi su come l’intrattenimento e la serialità abbiano affrontato la questione. 

Talent e reality

Un primo ed evidente approccio è quello dei talent e dei reality show (Carelli 2015), in cui a emergere è soprattutto la dimensione competitiva del lavoro; se in alcuni casi, tuttavia, essa assume una valenza legata a specifiche abilità dei singoli (si pensi, su tutti, ai talent a tema culinario come Masterchef, Bake Off, ecc.), in altri gli oggetti del contendere finiscono con l’essere il posto di lavoro, l’assunzione, le dinamiche relazionali tra datore di lavoro e dipendenti. 
Il primo esempio di questo filone risale al 2011, quando La7 mandò in onda – per la verità senza grandi fortune – il programma Il contratto – gente di talento, condotto da Sabrina Nobile. Si trattava di un prodotto incentrato sugli aspetti motivazionali del recruiting, con giovani concorrenti alle prese con professionisti reali di varie aziende chiamati a testarne le capacità e le attitudini, offrendo al più dotato un vero e proprio contratto di assunzione. Il reality di La7 anticipò una tendenza esplosa poi negli anni successivi, di nuovo con alterne fortune, dove aspetti quali la competizione, il talento imprenditoriale, le relazioni gerarchiche, l’abilità commerciale volta alla ricerca di finanziamenti sono diventati a tutti gli effetti elementi dirimenti del meccanismo narrativo; si pensi, in questo senso, alla versione italiana di The Apprentice (condotta da Flavio Briatore, in onda su Sky Uno dal 2012 al 2014), oppure a Shark Tank (Italia 1, 2015), con aspiranti imprenditori in cerca di investitori interpretati da figure reali di rappresentanti aziendali, o ancora a Boss in incognito (su Rai Due dal 2014, tratto dal format britannico Undercover Boss), l’unico a riscuotere un discreto successo di pubblico, nel quale un imprenditore o top manager di un’azienda assume le sembianze di un dipendente con l’obiettivo di osservare in incognito le relazioni sul luogo di lavoro, salvo poi svelare la propria identità e ricompensare con aumenti di stipendio e altri premi i lavoratori risultati più meritevoli. 
Tutti questi programmi condividono una visione del lavoro che richiama la cornice neoliberale, nella quale emergono valori come l’individualismo, l’affermazione di sé, la competizione, l’azienda come spazio ultimo (e unico) di regolazione dei rapporti di forza, di negoziazione diretta e “non mediata” tra capitale e lavoro. 

Raccontare il lavoro che non c’è

Decisamente meno rappresentata nell’ambito dell’intrattenimento televisivo è, al contrario, una fotografia del mondo del lavoro che cerchi di coglierne in presa diretta la dimensione conflittuale legata non tanto all’ascesa professionale quanto piuttosto alla sua negazione, in una sorta di rappresentazione che agisca per sottrazione, tentando di descrivere e mettere a fuoco la drammaticità della crisi e della perdita dei posti di lavoro. Un caso rilevante, sotto questo profilo, è quello di Un posto… Alcoa (Rai Tre, 2016); si tratta di uno spin-off di Gazebo, innovativo programma di seconda serata condotto da Diego Bianchi (alias Zoro), con il quale il servizio pubblico ha cercato di sensibilizzare una fetta della propria audience verso il tema della crisi economica e occupazionale nei difficili territori del Sulcis, in particolare in seguito alla chiusura dello stabilimento dell’Alcoa, azienda produttrice di alluminio con sede a Portovesme (CI). Già dal titolo, Un posto… Alcoa ha richiamato la sua collocazione di rete e di fascia oraria, manifestando l’obiettivo di intercettare un tipo di pubblico ben definito: in onda nella fascia del cosiddetto access prime time, la mini-serie (una striscia giornaliera di circa venti minuti) è stata programmata prima della soap-opera Un posto al sole, appuntamento storicamente radicato dell’offerta quotidiana di Rai Tre. Protagonisti di Un posto… Alcoa sono stati gli stessi lavoratori e operai della fabbrica sarda, che hanno così potuto raccontare in una fascia di palinsesto particolarmente pregiata testimonianze dirette della propria esperienza, seppur articolata con un linguaggio e una struttura leggeri, ben integrati con un’efficace narrazione attraverso i social network contemporanea alla messa in onda.

La cosiddetta “TV utile”

Un filone specifico è quello che riguarda programmi di pubblico servizio, capaci cioè di uscire dalla semplice rappresentazione televisiva per ergersi a punti di riferimento del cittadino, sia esso in difficoltà e in cerca di occupazione, oppure avviato verso un’attività formativa o imprenditoriale. Pioniere di questa strada è stato l’autore Romano Benini, che nel 1998 ha firmato il primo prodotto televisivo capace di affrontare il tema del lavoro inseguendo un profilo da cosiddetta “tv utile”; condotto da Federica Gentile, Okkupati, in onda su Rai Tre per diversi anni, ha raccontato il lavoro e le sue trasformazioni, diffuso informazioni, recuperato le antiche tradizioni artigianali sparse per l’Italia, «diventando il principale strumento televisivo di segnalazione delle occasioni di impiego e di formazione» (Benini 2007, 29). Grazie anche a un’efficace strategia di collaborazioni e sinergie con enti, istituzioni e centri per l’impiego, Okkupati ha svolto per lungo tempo una funzione civica di integrazione e complementarità rispetto al mercato del lavoro, non limitandosi al racconto e alla rappresentazione dell’esistente, ma contribuendo direttamente ad affrontare problemi e disagi e agendo da centro di raccolta e di risonanza di segnalazioni, annunci e offerte di occupazione. Lo stesso autore ha poi replicato l’intuizione con Il posto giusto (Rai Tre, dal 2015), un approfondimento settimanale condotto da Federico Ruffo in onda la domenica all’ora di pranzo che, grazie anche alla collaborazione con il ministero del Lavoro, racconta il mondo del lavoro in Italia a 360 gradi, dalle start-up innovative a chi cerca un’occupazione, dai distretti industriali e artigianali alle scuole di formazione sparse per il territorio nazionale, nelle quali si prova ancora a insegnare e tramandare un mestiere. 

Le fiction

Diverso è il discorso per quanto riguarda la fiction e la serialità: anche in questo caso, la narrazione del piccolo schermo ha privilegiato un approccio al lavoro fondato sulla caratterizzazione dei personaggi, portatori di elementi professionali distintivi legati al mestiere svolto più che alle dinamiche e al senso ultimo della propria attività. Restando alle produzioni nazionali (ma dentro un trend valido almeno per la gran parte dei Paesi occidentali), ad esempio, sin dal periodo a cavallo tra gli anni ’90 e Duemila, 
la fiction ha individuato e messo a fuoco alcune specifiche categorie, certamente colte nella quotidianità dei propri mestieri, ma raramente indagate negli aspetti più profondi e sociali della propria condizione; ecco, pertanto, proliferare figure come medici, poliziotti, commesse, dove la funzione svolta non diventa veicolo di riflessione sull’identità sociale connessa al lavoro, ma piuttosto cornice di un sistema di relazioni (amorose, sentimentali, amicali, conflittuali, ecc.) di respiro più privato e personale. Incentrata sulla condizione femminile e sull’aperta questione della conciliazione tra famiglia e lavoro è, invece, la fiction Non dirlo al mio capo (Rai Uno, 2016), in cui la protagonista, una giovane vedova interpretata da Vanessa Incontrada, riesce a farsi assumere presso un prestigioso studio legale, nascondendo al datore di lavoro di essere madre di due figli.
Solo recentemente la serialità ha tentato una strada diversa, mettendo i luoghi e le relazioni di lavoro al centro della trama; è accaduto nel 2016 con Rimbocchiamoci le maniche, fiction in otto puntate diretta da Stefano Reali con Sabrina Ferilli, in onda su Canale 5. La serie racconta la storia di un gruppo di lavoratrici operaie che si trova a fronteggiare la messa in liquidazione dell’azienda presso cui lavorano; tra queste spicca Angela, che decide di candidarsi a sindaco riuscendo a farsi eleggere e gestendo così attraverso l’incarico istituzionale tutto il processo di salvataggio della fabbrica e di difesa di un’intera comunità. 

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