Farmaci e terapie sono davvero accessibili a tutti?

13/12/2016
Negli ultimi decenni, i progressi della ricerca medica hanno rivoluzionato la prevenzione e la terapia di moltissime malattie, permettendo un significativo miglioramento dell’aspettativa o della qualità della vita. Se questi benefici sono noti, è ancora poco conosciuto il processo che porta alla commercializzazione di un farmaco, processo che solleva non pochi interrogativi etici: ad esempio, spesso le nuove terapie non sono messe a disposizione nei Paesi a basso reddito, che pure hanno contribuito al loro sviluppo in fase di sperimentazione. 

Raffaella Ravinetto, del Dipartimento di Salute pubblica dell’Istituto di Medicina tropicale di Anversa (Belgio), Gianluca Gaidano, professore ordinario di Malattie del sangue (Dipartimento di Medicina traslazionale dell'Università del Piemonte Orientale) e Pier Davide Guenzi, docente di Teologia morale (Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale), nel loro articolo sul numero di dicembre di Aggiornamenti Sociali affrontano questi temi da un duplice punto di vista: quello della ricerca e quello della bioetica. 

Dopo avere brevemente spiegato come funziona il processo di ricerca che porta allo sviluppo di un nuovo farmaco (studi pre-clinici, in vitro e su animali, e studi o trial clinici), gli autori spiegano alcuni requisiti etici fondamentali, che vengono però solo in parte rispettati: gli studi clinici devono essere realizzati solo con l’autorizzazione delle autorità sanitarie competenti e di un Comitato etico indipendente; i volontari sani e i pazienti possono essere “arruolati” in uno studio solo dopo il consenso informato; la popolazione in cui è sperimentato un nuovo farmaco deve poterne fruire nel futuro, altrimenti sarebbe stata oggetto di sfruttamento, cioè “utilizzata” per sperimentare un farmaco di cui non beneficerà mai.

Quest'ultimo requisito, in particolare, è oggi messo in discussione dalla globalizzazione della ricerca clinica: infatti, se in passato lo sviluppo clinico di nuovi farmaci era di solito realizzato dall’industria farmaceutica in Paesi ad alto reddito, nel corso degli ultimi vent’anni si è assistito alla cosiddetta globalizzazione dei trial clinici. Ma a questa globalizzazione degli studi clinici non corrisponde quella dei loro benefici: i nuovi farmaci sviluppati dalla ricerca commerciale non sono sistematicamente resi disponibili e accessibili nei Paesi a medio o basso reddito che hanno partecipato alla ricerca, come dimostra il caso dei farmaci "salvavita" per i tumori del sangue.  

Emerge dunque con chiarezza che la globalizzazione della ricerca non è accompagnata da strategie adeguate per la condivisione dei benefici e che concetti come vulnerabilità, inclusione, autonomia decisionale, trasparenza non vengono presi in considerazione nel normale svolgimento delle ricerche in ambito medico e farmaceutico. Per questo, come sottolineano gli autori nella parte finale dell'articolo, è necessario (ri)dare centralità alla dimensione etica per arrivare a un equilibrio accettabile tra pertinenza della ricerca, rischio di sfruttamento e misure di condivisione dei benefici.  

13 dicembre 2016
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