• El abrazo de la serpiente
Scheda di: 

"El abrazo de la serpiente"

Ciro Guerra
Ciudad Lunar, Colombia 2015, drammatico, durata: 125 min
DVD in lingua originale con sottotitoli in italiano
Fascicolo: 
La trama del film

Lo sciamano Karamakate, ultimo discendente della sua tribù, incontra i due scienziati ed esploratori Theodor Koch-Grunberg e Richard Evans Schultes a distanza di circa 40 anni, instaurando con loro un rapporto profondo e controverso. I due scienziati si recano in Amazzonia in periodi diversi, ma accomunati dallo stesso obbiettivo, cercare la yakruna, una pianta sacra e dai potentissimi poteri. Per entrambi, un viaggio di lavoro dagli scopi prettamente scientifici diventerà ben presto l’esplorazione di una cultura pressoché sconosciuta e la ricongiunzione con la loro essenza più primordiale.
 

Due esploratori e botanici europei penetrano nel nord-ovest dell’Amazzonia in tempi diversi: 1909 e 1940. Il secondo studioso si basa sugli appunti e i diari di chi l’ha preceduto, alla ricerca di una pianta sacra, la yakruna, in grado di curare coloro che non riescono più a sognare. Entrambi i viaggiatori incontrano lo stesso sciamano Karamakate, “Colui che muove il mondo”, che li accompagnerà nel cuore della giungla. Il film, diretto dal 34enne Ciro Guerra – primo regista colombiano nominato a un Oscar –, si ispira liberamente al lavoro di due noti scienziati, il tedesco Theodor Koch-Grunberg e lo statunitense Richard Evans Schultes. Il montaggio intercala sequenze delle due spedizioni, indicando che esse seguono un unico destino morale.

L’itinerario ha valenze naturalistiche e mediche. Theo è malato, smagrito, febbrile, allucinato e consapevole dell’incombente follia (splendida l’interpretazione di Jan Bijvoet), carico di reperti, mappe e quaderni, che gonfiano pericolosamente la canoa condotta dal fidato Manduca, un indigeno liberato dalla schiavitù. Theo non tornerà più dall’Amazzonia e Manduca spedirà in Germania i libri di etno-botanica, poi pubblicati. Theo e Manduca dovranno vincere la rabbiosa sospettosità di Karamakate, unico sopravvissuto di un popolo vessato da una colonizzazione crudele, che asservisce gli umani e isterilisce gli alberi per raccoglierne il prezioso caucciù. Evans, trent’anni dopo, trova un Karamakate ancora energico e fiero, che però lamenta amnesie, mentre disegna sulla roccia misteriosi graffiti di cui non ricorda il significato.

L’etica contemporanea ha riservato una speciale attenzione ai diritti dell’ambiente, domandandosi che cosa sia meritevole di tutela: ogni singolo vivente, oppure la specie in via d’estinzione, o il gruppo di enti (il bosco invece che ciascun albero considerato isolatamente), oppure l’equilibrio integrale della biosfera? La teologia si è chiesta in particolare quale significato specifico rivesta l’annuncio cristiano per la costruzione di un ethos ecologico e quale centralità sia assegnata dal Dio creatore all’uomo, rispetto a una natura che va custodita e coltivata con premura. Chi è interessato a questi temi troverà nella pellicola icone memorabili, d’intima risonanza religiosa. Ogni albero è pieno di saggezza. Non si entra nella foresta senza rispettare divieti arcani (non strappare radici vegetali né mangiare carni prima delle piogge). Tutti i viaggiatori sono eguali in valore. I soldi non servono e «hanno sapore cattivo» – dice lo sciamano –, piacciono solo alle formiche, ingorde come «l’uomo bianco, che ingoia tutto e poi muore grasso». Il carico dev’essere leggero: nessun oggetto è utile, se appesantisce la mente, se t’impedisce di ascoltare la rischiosa verità sussurrata dalla natura. Solo la nudità, l’acutezza dei sensi, il rispetto dei viventi possono salvare l’intruso dalla foresta che gli si attorciglia attorno e lo soffoca, come un serpente costrittore, prima di inghiottirlo.

Europei e indigeni non sono “stranieri morali”, non si guardano con indifferenza, non si confrontano come avversari, né sono chiusi in mondi linguistici e valoriali separati. Il film mostra anzi che possono venire promosse una vibrante comunicazione e persino un’intrigante alleanza, a patto che essi esprimano la spontanea curiosità per le altrui storie, che vogliano apprendere i riti segreti di tradizioni lontane, che condividano le esperienze oniriche, che aprano un credito di fiducia verso chi abita l’unico mistero con occhi differenti. Gli uni sono autorizzati a chiedere agli altri «perché»: perché lo fai? Che cosa vuoi? Quale desiderio ti spinge? I nativi sono rapiti dai poteri della bussola e contemplano i ritratti fotografici come fantasmi svuotati e muti. Di contro, gli esploratori imparano una nuova sapienza, una nuova sensibilità verso la biosfera, una capacità d’orientamento che il ricorso alla tecnica ha usurato. Theo accetta persino che il mago gli soffi nelle narici una polvere tonificante e gli offra una bevanda che lo svuota, attraverso il vomito, di ciò che lo ingombra. E poi non basta trovare il caapi, il rampicante dagli effetti psicoattivi, bisogna capire ciò che un maestro dice di quella pianta.

L’incursione dei bianchi dentro le simbologie di una sacralità pagana li espone a cambiamenti imprevisti. Un cristianesimo rigido e dispotico sfocia in atti di violenza (il missionario col fucile, che rapisce e frusta i bambini indigeni, imponendo loro nomi di santi e la lingua latino-ispanica) o degenera nel delirio mistico (il sedicente Messia che terrorizza i devoti ed esige sacrifici di carne). Quando si scala l’Officina degli Dèi, la montagna della rivelazione definitiva, quando si rema lungo l’enorme Vaupés, il fiume-Serpente dalle molte rive, quando si chiede aiuto al «Padrone degli Animali», nulla è più garantito. Segni e rituali fascinosi invadono i tuoi pensieri e nei sogni a occhi aperti ti contagiano miti arcaici. Il Giaguaro e l’Anaconda ti assediano e ti parlano. L’ossessione occidentale del controllo viene colpita da una malattia oscura (che ricorda il Cuore di tenebra di Conrad portato sugli schermi da Apocalypse Now di Coppola), la quale impone una conversione e conduce al bivio tra morte e salvezza. Qualcuno potrebbe non far più ritorno. Nessuno torna indietro quale era prima.

Ciascun personaggio cerca una cosa preziosa: Theo la guarigione, Evans i propri sogni e la conferma delle precedenti scoperte, il giovane Karamakate vuol farsi prossimo ad altri indigeni minacciati e, da vecchio, insegue addolorato i suoi flebili ricordi. La foresta ha anch’essa un’anima e anela al riscatto dalle devastazioni subite, pretende l’integrità della propria bellezza, feconda da capo ciò che il saccheggio industriale e culturale ha profanato. Ci sono popoli, di cui non conosceremo mai il canto (si legge nei titoli di coda) e che fungono da personaggi invisibili, che attraverso i reportage e il cinema premono per tornare in vita e bramano una risurrezione.

Un bianco e nero strepitoso strappa al buio ogni possibile molecola di luce e riproduce le infinite sfumature tra due culture. Solo la sequenza del sogno psichedelico è a colori. La troupe ha dovuto sopportare la fatica di lavorare in un ambiente selvaggio, una fatica che Herzog aveva portato al parossismo nel film Fitzcarraldo. La macchina da presa accompagna lenta e inesorabile l’incontro tra due ottiche morali, che si avvicinano impaurite o affascinate, sospettose o solidali. Rumori acquatici, dialetti arcaici, lingue civilizzate (lo spagnolo dell’egemonia e il tedesco dell’intimità), le note de La Creazione di Haydn, musiche e canti tribali fanno da colonna sonora di un viaggio calato nel silenzio iniziatico di una natura sublime e inaccessibile.

A un ulteriore livello di lettura, il film parla dell’esperienza di andare al cinema, come l’avventura, affascinante e pericolosa, di farsi abbracciare da un serpente di immagini, le cui spire trattengono fuori dal mondo (la sala di proiezione come foresta onirica), ma dalle cui carni può provenire il balsamo magico, che apre a inedite trame di speranza. L’evento della rivelazione narrativa si accende solo tramite un patto tra l’autore e il fruitore, la cui iniziale estraneità (quali abitanti di continenti lontani) lascia il posto a una curiosità incalzante, a un dono reciproco, pagina dopo pagina, sequenza dopo sequenza. Il cinema come fede nella visione autorizza a capire il senso di ciò che nella vita reale si dà solo per barlumi che rimbalzano tra le foglie troppo intricate dell’esistenza.

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