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Educare

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Con i suoi gesti e con le sue parole Gesù ha mostrato il volto autentico di Dio: quello di un Padre ricco di misericordia verso tutti, in particolare verso chi è maggiormente in difficoltà (cfr Teani M., «La misericordia sotto processo», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2017] 246-249). Da tempo questa immagine del divino è posta in primo piano negli studi di esegeti e teologi. Nello stesso tempo è relegata sullo sfondo, e quasi lasciata cadere, la tematica della severa “correzione” che Dio mette in atto nei confronti dei peccatori, significativamente presente non solo nel Primo Testamento, ma anche nel Nuovo (cfr Barbiero G., «“…ma certo non lascia il colpevole senza punizione”: la “giustizia” di Dio e di Mosè in Es 32-34», in Ricerche Storico Bibliche, 14 [2002] 55-79). Tra gli studiosi prevale la tendenza «a soffermarsi sui passi [profetici] che sembrano essere conformi alle loro vedute e preferenze […]. Le parole dure, le gravi minacce, le severe richieste, le promesse di distruzione vengono abitualmente ignorate» (Heschel A.J., Il messaggio dei profeti, Borla, Roma 1981, 81).

Un tale orientamento della ricerca si spiega, almeno in parte, come reazione alla rappresentazione di Dio giudice implacabile, pronto a colpire con sventure i peccatori, diffusa nella predicazione e nel sentire comune fino agli anni del Concilio. È tuttavia innegabile che in diverse pagine bibliche, soprattutto profetiche, si parli della collera e della punizione divine. Si impone allora l’esigenza di interpretare i dati scritturistici nella loro complessità, evitando di liquidare in modo sbrigativo testi e tematiche imbarazzanti. È necessario prendere le distanze «nei confronti di ripuliture ermeneutiche così drastiche, che il più delle volte evitano quel paziente lavoro di scavo letterario e riflessivo che la pratica ermeneutica invece comporta» (Rizzi A., «Dio a immagine dell’uomo?», in Catechesi, 7 [1994] 36). In questa prospettiva, si tratta di cercare di capire come stiano insieme la misericordia di Dio e i duri interventi che gli sono attribuiti, che hanno però un intento pedagogico ben preciso.

 

Dio, un «educatore energico»

In un versetto dell’Apocalisse (3,19) leggiamo: Tutti quelli che amo, li rimprovero [elenchô] e li educo [paideuô]. Questo passo collega, senza esitazione alcuna, amore e rimprovero. Afferma che il rimproverare allo scopo di correggere (il verbo elenchô riveste tale duplice significato) fa parte della severa educazione (paideia) di Dio che, per il bene del popolo, non esita a ricorrere alle maniere forti. «Dio nella storia della salvezza si mostra un educatore “energico”. Non molle o accondiscendente, non rassegnato o fatalista, ma impegnato, deciso, capace di rimproverare [...]. Rimproverare è smascherare le false certezze, smontare le ragioni fasulle, contestare le legittimazioni improprie, che stanno dietro ai comportamenti sbagliati» (Martini C.M., Dio educa il suo popolo, Centro Ambrosiano, Milano 1987, 34 e 36).

Un testo assai vicino a quanto affermato in Apocalisse 3,19 si trova nel libro del Deuteronomio, dove Mosè, evocando il lungo cammino che Dio aveva fatto percorrere a Israele nel deserto, sottolinea la portata “educativa” di quel duro tempo di prova (Deutoronomio 8,1-5). Rilevante è l’esortazione che conclude il brano: Riconosci in cuor tuo che, come un uomo corregge [paideusai] il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge [paideusei] te. Si noti che nella versione greca – quella utilizzata normalmente dagli autori neotestamentari – ricorre due volte il verbo paideuô. Esso traduce l’ebraico jasar, che significa istruire, impartire una lezione, nel senso di correggere con decisione. Il testo parla, dunque, della educazione/correzione che Dio impartisce al suo popolo. Israele è stato condotto nel deserto per imparare a riconoscere il dono che è a fondamento della sua vita e della sua libertà. «È necessario ribadire con fermezza che chi mette alla prova è il “Padre”, l’origine della vita, il creatore che ama gratuitamente e con eterna fedeltà. Quando dunque egli conduce nel deserto, nella prova della umiliazione, lo fa per “insegnare”; il suo intento è benefico per l’israelita, e il mezzo usato è pieno di sapienza, perché è solo in questo modo che il figlio impara la “lezione”» (Bovati P., Il libro del Deuteronomio [1-11], Città Nuova, Roma 1994, 118).

Il fatto che Dio si comporti come un padre nei confronti del proprio figlio permette di riconoscere l’intenzionalità positiva che sta dietro ai suoi interventi “correttivi”, come emerge chiaramente in un passaggio della lettera agli Ebrei.


Ebrei 12,5-11

5 E avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli:
«Figlio mio, non disprezzare la correzione [
paideia] del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso [elenchomenos] da lui; 6 perché il Signore corregge [paideuei] colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio».
7 È per la vostra correzione [paideia] che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che il padre non corregge [paideuei]? 8 Se invece non subite correzione [paideia], mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! 9 Del resto noi abbiamo avuto come educatori [paideutas] i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? 10 Costoro infatti ci correggevano [epaideuon] per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. 11 Certo, sul momento ogni correzione [paideia] non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.


In apertura del testo l’Autore riporta un passo del libro dei Proverbi (3,11-12), per scuotere i cristiani e spingerli a riconoscere come Dio sia all’opera dentro le avversità che stanno incontrando. Soprattutto, intende mostrare come la correzione che Dio mette in atto tragga unicamente origine dall’amore che Egli nutre nei confronti del suo popolo. Si noti come anche in questo testo l’enfasi cada sul motivo della paideia divina (il sostantivo ritorna quattro volte; il verbo corrispondente tre volte; una volta ricorre “educatori”). Dio, quale “educatore energico”, interviene con decisione per produrre necessarie correzioni di rotta nell’esistenza dei suoi fedeli, per purificare la loro coscienza da attese ambigue, orientamenti illusori e progetti fuorvianti. Così facendo, tratta ciascuno come figlio e non come illegittimo che, non essendo riconosciuto dal padre, è abbandonato a se stesso e si ritrova senza una guida sicura e fidata. Anche nel Nuovo Testamento non mancano i brani in cui Gesù svolge questo “energico” ruolo di pedagogo con i suoi discepoli (ad esempio Marco 8,17) o con i farisei (cfr Matteo 23,13-33).

 

Condurre alla sapienza

Il motivo della severa educazione che Dio impartisce come fa un padre con il proprio figlio è tipicamente sapienziale (cfr Scarpat G. [ed.], Libro della Sapienza, Paideia, Brescia 1989, 70-79). Su di esso insiste in modo particolare il libro del Siracide. L’autore si trova a vivere in un periodo storico critico, a cavallo tra il III e il II secolo a.C., allorché la Giudea passa dalla dominazione egiziana a quella siriana dei Seleucidi. Sotto di loro l’infiltrazione della cultura ellenistica si accentua in modo deciso. Era, allora, la cultura dominante ed esercitava un grande fascino tra i giovani, i quali erano portati a considerare ormai antiquato l’insegnamento tradizionale, basato sulla Torah. Non ne coglievano più la rilevanza per la vita personale e sociale. Una situazione – sia detto per inciso – che si ripropone oggi, in cui il messaggio cristiano risulta per molti insignificante rispetto al proprio vissuto. Quanto detto spiega la preoccupazione dell’Autore di portare le nuove generazioni a riscoprire nella Torah la Parola di senso capace, in ogni tempo e in ogni circostanza, di illuminare l’esistenza. Di qui l’importanza che riveste nel libro il tema dell’educazione (paideia), quale percorso esigente che porta a riscoprire l’attualità del patrimonio spirituale trasmesso dai Padri e insegna a riconoscere in esso la vera sapienza: Figlio, se tu vuoi, l’educazione ti renderà saggio [paideuthêsê] (Siracide 6,32). È un percorso lungo il quale deve essere condotto ogni figlio (l’appellativo figlio ritorna ripetutamente nella prima collezione di sentenze, costituita dai capitoli 2-23 [cfr 2,1; 3,1.17; 4,1; 6,18.23.32; 16,24; 18,15; 21,1; 23,7]). Identificando Torah e sapienza, l’Autore sottolinea con forza che un figlio di Israele non deve arrossire del suo patrimonio religioso (cfr Siracide 42,2). In esso, e non nella cultura alla moda, ha la possibilità di trovare il vero nutrimento. Se sceglie di farsi carico del giogo della sapienza (cfr Siracide 51,26), egli accetta di sottoporsi a un percorso educativo certo esigente, ma che si rivelerà liberante e lo renderà a sua volta saggio (come ricorda Siracide 6,32 che abbiamo appena menzionato).

 

Collera di Dio, reazione al male

I testi fin qui analizzati dicono due cose. Da una parte, ripetono che nell’agire di Dio si coniugano correzione e amore, punizione e ricerca del bene del suo popolo. Dall’altra, mettono a fuoco l’intento pedagogico che guida i severi interventi del Signore, il quale, se così si può dire, agisce con Israele con lo stesso coinvolgimento affettivo di un padre nei confronti del proprio figlio. Ci resta ancora un aspetto da prendere in considerazione. Se Dio rimprovera, educa, insegna a partire dalla sua grande misericordia – a tal punto che si può affermare: Tanto grande è la sua misericordia, quanto grande è il suo rimprovero [elenchos] (Siracide 16,12) – come interpretare i numerosi testi in cui si parla della sua collera?

È necessario, innanzitutto, precisare il significato da attribuire al termine: «La collera è la reazione di un soggetto di fronte a un fatto percepito come insostenibile, con una spinta ad agire perché sia tolto di mezzo ciò che è insopportabile. C’è una collera “ingiusta”, immotivata e violenta; ma c’è anche un’ira “giusta”, come quella di Dio o del giudice zelante del bene, o del padre che si preoccupa del futuro del figlio scapestrato» (Bovati P., Vie della giustizia secondo la Bibbia. Sistema giudiziario e procedure per la riconciliazione, Dehoniane, Bologna 2014, 82 nota 20). Troviamo qui un’indicazione per interpretare adeguatamente il linguaggio biblico. Quando i profeti dicono che Dio dà libero sfogo alla sua collera ardente, all’ira contro i peccatori (ad esempio Geremia 25,38; 30,24; 36,7; Ezechiele 5,13; 7,3; 20,8), intendono affermare che Egli non assiste passivamente al dilagare del male. «Quelli tra noi, per i quali i crimini del mondo sono dei semplici incidenti, e l’agonia dei poveri uno dei tanti fatti della vita, possono essere portati a descrivere il Dio dei profeti come un essere severo, arbitrario, inscrutabile e perfino irresponsabile» (Heschel A., Il messaggio dei profeti, 103). Il fatto è che mentre noi rischiamo di assuefarci all’ingiustizia e al malaffare, Dio reagisce con forza di fronte alla corruzione che inquina la terra, mostrandone la gravità e l’insopportabilità. La sua non è l’ira di chi cerca una condanna senza remissione; è la reazione appassionata di chi non accetta la condizione di fatto in cui versa l’umanità. Se ogni giorno si accende il suo sdegno (Salmo 7,12), è perché non è indifferente e non si rassegna allo status quo di un mondo attraversato dalla violenza.

Non solo. La Scrittura, dicendo che Dio si adira e interviene decisamente contro i peccatori, ricorda che Egli è all’opera per smascherare il male e le sue rovinose conseguenze. È impegnato a far emergere in tutta la sua forza dirompente il processo di corruzione della vita, innescato dal peccato. È un processo già in atto nel mondo: la punizione che il Signore stabilisce non è qualcosa di arbitrario, aggiunto dall’esterno. È invece la conseguenza intrinseca del peccato (cfr Geremia 2,19; Sapienza 1,12; Romani 6,23), che è manifestata in modo incontrovertibile.

Davvero si può affermare con il salmista: Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà (Salmo 25,10). Tutte le strade che Dio percorre, tutti gli stratagemmi a cui ricorre, tutti gli interventi “punitivi” che, nella sua ira, mette in atto, scaturiscono dal suo amore misericordioso e fedele. «La sollecitudine di Dio è il presupposto e la sorgente della sua ira. È perché si prende a cuore l’uomo che la sua ira si può accendere contro l’uomo. Ira e misericordia non sono contrapposte, ma correlative» (Heschel A., Il messaggio dei profeti, 87). La sua collera è momentanea, mira a scuotere la coscienza del peccatore. Quello che rimane in ogni tempo e circostanza è la sua bontà (cfr Salmo 30,6; anche Isaia 54,6-7).

Il modo con cui il Signore affronta (e vince) il male costituisce «il progetto più alto assegnato ad ogni persona e ad ogni civiltà» (Bovati P., Vie della giustizia secondo la Bibbia, 7). Per assumere effettivamente un tale progetto, è necessario – come si legge nei salmi (cfr Salmo 107,43) – acquisire la sapienza propria di chi sa osservare e custodire queste cose, sa cioè discernere la logica dell’agire di Dio nella storia, giungendo a comprendere, in tutta la loro ampiezza e profondità, i suoi interventi, ispirati da un amore al contempo tenero e tenace. L’azione pedagogica di Dio, che talora fa ricorso come mezzo anche alla collera, tende allora a un fine ben preciso: far maturare uomini e donne capaci di riconoscere e distinguere il bene e il male, compiere il primo e combattere il secondo. L’educare di Dio, in questo senso, non è un paternalistico sostituirsi al figlio, ma metterlo in condizione di agire in piena autonomia e maturità.

 


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