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Dominare la violenza

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Gli episodi di violenza a tutti i livelli, domestica, urbana o quella che insanguina alcune regioni del mondo, continuano a essere purtroppo all’ordine del giorno. Immersi in questa realtà potremmo leggere la vicenda di Caino e Abele nella Genesi come se fosse un articolo di cronaca nera, che descriverebbe il primo omicidio storicamente avvenuto. In realtà, ci troviamo di fronte a un testo ben diverso: «È un “racconto di inizio” in cui ciò che viene proiettato ai primordi dell’umanità non è il “cronologicamente originario”, ma l’“umanamente primordiale”» (L. Manicardi, «L’omicidio è un fratricidio [Gen 4,1-4]», in Parola, Spirito e Vita, 2 [1995] 11-26, qui 13). L’intenzionalità del testo è di affrontare la problematica della fraternità, del perché sia così difficile vivere da fratelli, di come sia possibile che al loro interno sorga la violenza. Per questo, dopo aver messo a fuoco le componenti fondamentali che caratterizzano (in ogni tempo e in ogni luogo) la relazione di fraternità, il testo si sofferma sulla radice della violenza che troppo spesso inquina i rapporti a livello personale e sociale.

I personaggi in gioco

Prendiamo innanzitutto in considerazione i personaggi che compaiono nel racconto della Genesi.

Genesi 4,1-16

1Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore». 2Poi partorì ancora Abele, suo fratello. Ora Abele era pastore di greggi, mentre Caino era lavoratore del suolo.

3Trascorso del tempo, Caino presentò frutti del suolo come offerta al Signore, 4mentre Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, 5ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 6Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai».

8Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. 9Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». 10Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! 11Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. 12Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono. 14Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà». 15Ma il Signore gli disse: «Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse. 16Caino si allontanò dal Signore e abitò nella regione di Nod, a oriente di Eden.


All’inizio sono menzionati Adamo ed Eva, da cui nascono i due fratelli. Una maniera semplice per dire che Caino e Abele (come ogni essere umano) sono preceduti e condizionati dalla vicenda dei loro genitori, già segnata dall’insorgere di disarmonie nelle relazioni tra loro, con la terra e con Dio. Una vicenda che lascia «una “eredità” in cui la volontà di dominio, lo spirito di possesso, la bramosia e dunque la rivalità ma anche l’inganno, è forte» (A. Wénin, «Caïn. Un récit mythique pour explorer la violence», in V. Collado Bertomeu [ed.], Palabra, prodigio, poesìa, PIB, Roma 2003, 37-53, qui 39).

Subito dopo i genitori, è presentata la figura di Caino, il vero protagonista di tutto il racconto, come indica il fatto che il suo nome ritorna per ben tredici volte. Ciò suggerisce come il testo intenda attirare l’attenzione su questo personaggio e su quello che succede dentro di lui. In un certo senso, il lettore è invitato a specchiarsi in Caino e a riconoscersi nei meccanismi nei quali rimane invischiato, imparando così a prendere coscienza e a governare quei processi che, se non sono sottoposti a un discernimento e a una pacata valutazione, finiscono inevitabilmente per lasciare spazio alla violenza.

Per ultimo è nominato Abele. Egli è sempre in secondo piano, come una figura precaria, una presenza fragile. È quanto indica il suo stesso nome: il termine ebraico hebel, infatti, significa «soffio», «vapore», «fumo», fa riferimento a qualcosa di inconsistente, di evanescente. Si noti che Abele è presentato solo in rapporto a Caino: nascendo per secondo, egli instaura la fraternità, «fa di Caino un fratello» (L. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello? Pagine di fraternità nel libro della Genesi, Paideia, Brescia 1987, 33). Accetterà Caino l’altro come fratello? È questo il problema fondamentale che il testo solleva.

L’esperienza della differenza

Il racconto della Genesi risulta organizzato in modo significativo. Al centro si trova una parte costruita in forma di dialogo, alla quale viene riservato un ampio sviluppo (vv. 5b-15a). Essa è incorniciata da due brani più brevi di carattere narrativo (vv. 1-5a e 15b-16). Il fatto che la parte preponderante (e centrale) sia di carattere dialogico sottolinea l’importanza e il ruolo della parola come interpretazione della realtà (cfr L. Manicardi, «L’omicidio è un fratricidio», 15), in assenza della quale, come vedremo, finisce inevitabilmente per prevalere la “logica” della violenza.

Nella prima parte (Genesi 4,1-5a) il testo richiama la fondamentale uguaglianza dei due fratelli (hanno un’origine comune dal momento che provengono dagli stessi genitori), ma insiste ripetutamente sulle loro diversità. Dice in tal modo che, nella storia concreta, l’esperienza della fraternità si configura come esperienza della differenza. Una prima differenza è quella di nascita. Caino è il primogenito, il che lo pone in una condizione di vantaggio rispetto ad Abele, il secondogenito. Tra fratello maggiore e minore, infatti, si ingenerano «sempre questioni di priorità, di diritti di primogenitura, di speciale benedizione, privilegi non facili da capire e da accettare» (P. Bovati, «Violenza e giustizia nell’Antico Testamento», in Atti del convegno su “Giustizia e violenza”, Fermo 1992, 7-36, qui 12). Una seconda differenza riguarda il lavoro: Caino è agricoltore e Abele pastore, il che implica anche una differenza di cultura, ossia un diverso modo di guardare la realtà, di concepire il lavoro, il ruolo dell’uomo e della donna, ecc. Vi è anche una differenza di culto, della maniera di vivere il rapporto con il divino: mentre uno offre i nati del gregge, l’altro i primi frutti della terra. Queste diversità costituiscono il retroterra che rende problematico il rapporto.

Ma ciò che scatena la conflittualità è l’ultima differenza: Il Signore gradì Abele e la sua offerta e non gradì Caino e la sua offerta (Genesi 4,4b-5). Perché questo diverso trattamento? Esso sembra del tutto arbitrario. Sono stati fatti diversi tentativi per spiegare questo aspetto enigmatico del racconto. Quello più ricorrente, di cui troviamo traccia anche nella Scrittura (Sapienza 10,3 ed Ebrei 11,4), vede Caino come il tipo dell’ingiusto e Abele come il tipo del giusto. Si deve, però, riconoscere che il testo non dà alcuna indicazione a sostegno di questa lettura. Una linea interpretativa più pertinente (cfr L. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello?, 38) prende le mosse dall’espressione stessa, che nella sua traduzione letterale significa guardare a… non guardare a… (Genesi 4,4-5). Si tratta di un modo di dire che non esprime la scelta di una parte e il rifiuto dell’altra, ma la preferenza di una parte rispetto a un’altra. Ne risulta che il testo parla dell’attenzione e della cura particolari che Dio ha per Abele, il più debole. Ciò è in linea con tutta la tradizione biblica, in cui è più volte ribadito che Dio sceglie chi è sfavorito, si mette dalla parte del piccolo, facendo grandi cose per lui.

La radice della violenza: l’invidia

Alcuni commentatori, proseguendo nella linea interpretativa appena evocata, giungono a vedere nell’ultima differenza una diversità di riuscita nella vita, una diversità di successo (cfr P. Bovati, Parole di libertà. Il messaggio biblico della salvezza, EDB, Bologna 2012, 36-38). Ad alcuni le cose vanno bene, ad altri no, e questo senza una ragione convincente. «Dietro l’esperienza dei fratelli si nasconde un’esperienza umana quotidiana: la vita non è “logica”, è sempre imprevedibile ed è fatta di ineguaglianze che non sono sempre spiegabili. In Genesi 4 Dio pone Caino a confronto con questa esperienza che ogni uomo deve fare nella sua vita» (Th. Römer, «Des meurtres et des guerres: le Dieu de la bible hébraique», in D. Marguerat [ed.], Dieu est-il violent?, Bayard, Paris 2008, 35-57, qui 44). Questo stato di cose è percepito come ingiusto. Si ha la sensazione di essere defraudati di qualcosa che era dovuto. La reazione di Caino illustra quello che può succedere a ciascuno di noi di fronte ai disinganni della vita, la quale sembra offrire troppo poco rispetto alle attese che suscita.

La storia di Caino è anche la nostra. «Davanti a noi, effettivamente, c’è sempre un altro che risveglia la nostra invidia. Davanti a noi c’è sempre qualcuno di cui invidiamo, in modo più o meno cosciente, la posizione, i doni, i privilegi, i talenti, la bellezza, la ricchezza o quant’altro ancora. Tutti e tutte abbiamo il nostro Abele, i nostri Abele, che suscitano in noi sentimenti di invidia. Tutti e tutte conosciamo persone che vediamo come concorrenti più favoriti rispetto a noi» (A. Wénin, L’uomo biblico, EDB, Bologna 2005, 44). L’altro è vissuto come un rivale. La sua affermazione è immediatamente percepita come diminuzione propria. Si scatena allora il desiderio di avere ciò di cui ci si sente “ingiustamente” privati. In questa reazione di invidia va individuata la radice della violenza.

Interrogare il vissuto in dialogo con la Parola

Sulla reazione di invidia che si sta impadronendo di Caino e, ancor più, sulla necessità di entrare in dialogo con la voce divina, si sofferma il racconto nel suo ampio sviluppo centrale (Genesi 4,5b-15a). L’interesse verte sullo smascheramento del meccanismo che scatena l’aggressività e porta all’eliminazione dell’altro. Il testo dice che Caino era molto irritato e il suo volto era abbattuto (Genesi 4,5b). Egli è arrabbiato dentro e, esteriormente, ha il volto contratto e triste per lo sdegno. È, in altre parole, preda del rancore e della depressione.

È a questo punto che Dio interviene. «Come molti hanno sottolineato, YHWH non lascia Caino solo con la sua sofferenza: il fatto che non guardi alla sua offerta non equivale a un rigetto ma potrebbe procedere da una volontà pedagogica. Infatti, YHWH accompagna Caino nella difficile situazione che gli ha imposto; si fa vicino e gli parla» (A. Wénin, Caïn, 44). Cerca di entrare in dialogo con Caino, spingendolo a interrogarsi su quello che sta succedendo dentro di lui: Perché sei irritato…? Se agisci bene potrai tenere alto il tuo volto. Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua brama [ti vuole dominare], ma tu dominalo (Genesi 4,6-7). Caino non risponde agli interrogativi di Dio. Si rivolge invece ad Abele, ma il testo ebraico non riporta le sue parole, come se non vi sia stata una vera comunicazione tra i due fratelli. Alza invece le mani contro il fratello e lo uccide. Dio allora interviene con una nuova domanda: Dov’è tuo fratello?. Essa ha lo scopo di spingere Caino a fare chiarezza nel suo convulso mondo interiore, così da riconoscere la forza devastante dell’invidia, a cui si è stoltamente consegnato. Questa volta Caino risponde, ma unicamente per negare la sua responsabilità di fratello. Come si vede, la violenza risulta strettamente connessa al rifiuto di comunicare, di entrare in dialogo (con Dio e con l’altro). La violenza è muta e sorda.

Fermiamoci sul colloquio tra Dio e Caino riportato nei vv. 6-7. Il fatto che Dio spinga Caino a valutare attentamente ciò che sta succedendo in lui, evidenzia come questi abbia la possibilità di governare il potenziale di violenza che cova al suo interno: non è affatto alla mercé di un processo ingovernabile. È così che la voce di Dio, risuonando nella coscienza, mette in guardia Caino dal meccanismo perverso e distruttore di cui sta diventando preda. «Fai attenzione – dice in sostanza il Signore – alla aggressività che ti sta occupando il cuore. È insidiosa e aggressiva come una belva accovacciata alla porta della tua casa, pronta a balzarti addosso appena tu esci e affronti lo spazio pubblico. Non lasciarti dominare dalla bestia, ma tu dominala».

La violenza è qui raffigurata sotto forma di un animale feroce che sta in agguato e che, nel momento stesso in cui entriamo in relazione con gli altri, cerca di dominarci trasformandoci in predatori. Tuttavia, abbiamo la possibilità di dominare la violenza belluina che ci insidia. Ed è proprio esercitando il dominio sull’animalità per mezzo della parola, che ogni essere umano realizza la missione ricevuta «in principio» (cfr P. Beauchamp, Parler d’Écritures saintes, Seuil, Paris 1987, 80-84). Uscire dal proprio mutismo, ossia dall’incapacità di comprendere quanto si sta vivendo e di comunicarlo al proprio fratello, al proprio vicino, insieme al passaggio dalla sordità all’ascolto dell’altro, sono due vie da perseguire per sterilizzare gli sguardi nutriti da invidia e astio, che finiscono con avvelenare le relazioni a livello personale o sociale tra fratelli, vicini, colleghi, abitanti del centro o della periferia di una città, cittadini di Stati diversi.


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