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Disarmarsi

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«Occorre condurre la guerra più dura, che è la guerra contro se stessi. Occorre giungere a disarmarsi. Ho condotto questa guerra per anni. È stata terribile. Ma sono disarmato. Sono disarmato dal voler avere ragione, dal cercare di giustificarmi screditando gli altri. Accolgo e condivido. Non tengo particolarmente alle mie idee, ai miei progetti […]. Se ci si disarma, se ci si spossessa, se ci si apre al Dio Uomo che fa nuove tutte le cose, allora Egli cancella il passato negativo e ci consegna un tempo nuovo in cui tutto è possibile». Questa vibrante testimonianza di Atenagora I (1886-1972), Patriarca ortodosso di Costantinopoli dal 1948 sino alla sua morte, mantiene intatta la sua forza di interrogazione nei confronti di tanti odierni modi di pensare (e di vivere). Sono parole inquietanti: ci sollecitano a “disarmarci”, ad abbandonare la logica dello scontro, a deporre la smania di averla sempre vinta. E questo non per masochismo o pusillanimità, ma per promuovere relazioni interpersonali e sociali nel segno della riconciliazione e della pace. Sono parole che affondano le loro radici nelle Scritture ebraico-cristiane. In particolare, la “lotta” ingaggiata da Atenagora presenta un contatto significativo con il cammino travagliato percorso da Abramo.

Il ciclo di Abramo (Genesi 12-25) si apre con l’appello che Dio gli rivolge a prendere le distanze dal proprio mondo – un mondo, come emerge dalle prime pagine della Bibbia, segnato dalla logica del possesso e del dominio – per divenire latore di una benedizione destinata a tutti (Genesi 12,1-3). L’appello a uscire dal suo ambiente familiare (cfr v. 4) è accompagnato da una duplice promessa: il dono di una terra e il dono di un figlio. Abbiamo già mostrato in un precedente intervento (Teani M., «Spostarsi», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2013] 330-334) che, in rapporto alla terra, Abramo è chiamato ad assumere lo statuto dell’emigrante, rinunciando al diritto che deriva dall’essere insediato in un territorio. Per riprendere l’espressione di Atenagora, è chiamato a “disarmarsi”. Spogliarsi di diritti da far valere contro gli altri, accettare di abbandonare garanzie rassicuranti, è la sola via capace di aprire un varco alla benedizione. Passiamo ora a considerare come Abramo sia chiamato a vivere la relazione con il figlio promesso, lasciandosi guidare da questa stessa logica di «spossessamento».

La prova: appropriarsi del dono

Il racconto della Genesi richiama più volte il dramma che segna l’esistenza di Abramo: quello di un futuro irrimediabilmente chiuso, di una vita che non può trasmettersi, a causa della sterilità della moglie Sara (Genesi 11,30; 15,2; 16,1) e dell’età avanzata di entrambi (Genesi 17,17; 21,2ss). In questa situazione senza uscita, Dio interviene con una parola che ha dell’incredibile: promette una discendenza innumerevole (Genesi 12,7; 13,14-17). Abramo crede a quanto annunciato dal Signore. La sua fede, tuttavia, conosce ripetute crisi, dal momento che la promessa tarda a compiersi (ad esempio Genesi 15,1-6). Finalmente, dopo ben venticinque anni di attesa, a volte fiduciosa a volte impaziente, nasce Isacco (Genesi 21,1-7). Tutto risolto? Niente affatto. Dopo lo svezzamento di Isacco, Dio interviene con un ordine sconcertante: richiede ad Abramo di offrire in sacrificio il figlio a lungo promesso e alla fine accordato (Genesi 22,1-19).

La vicenda non cessa di interrogare la coscienza dei credenti, dato che sembra del tutto inaccettabile. Infatti, non solo Dio comanda di sacrificare il figlio che era stato da Lui stesso donato, ma addirittura attribuisce a tale atto una valenza religiosa! Sono stati fatti diversi tentativi per cercare di trovare un senso plausibile al comando divino. Una qualche attenzione merita la posizione di chi vede nell’episodio una critica rivolta contro la pratica, largamente attestata nell’antichità, di sacrificare i figli in onore della divinità. Il testo, in tal modo, intenderebbe evidenziare la diversità del Signore, mostrando come egli non voglia affatto la morte di Isacco e come intervenga attraverso il suo angelo per fermare la mano di Abramo. Ciò, si noti, è pienamente coerente con la tradizione biblica, che considera «abominio» la pratica del sacrificio dei figli, tipica degli adoratori del dio fenicio Molok (Deuteronomio 12,29-31). In ogni caso, questa pur valida precisazione non elimina l’aspetto inquietante dell’episodio.

Un’altra interpretazione tiene conto dell’atteggiamento di fondo che Abramo è sollecitato a far proprio lungo l’intera avventura in cui Dio lo ha coinvolto. Egli, come detto, è stato gradualmente condotto a svincolarsi da una mentalità possessiva nei confronti della terra d’origine, dove abitava, forte del suo diritto di residente. L’appello a vivere la stessa esperienza di spossessamento è stato da lui avvertito anche nei confronti del figlio della promessa. È quanto lascia intendere la formulazione dell’ordine divino di offrire in olocausto Isacco, che è molto vicina a quella del comando che lo stesso Abramo aveva avvertito all’inizio del suo “esodo”: Va’ verso la terra che Io ti farò vedere (Genesi 12,1); Va’ verso la terra di Moria (= della visione) (Genesi 22,2).

La chiara corrispondenza tra i due versetti mostra come Abramo, tanto nei confronti della terra quanto nei confronti del figlio, abbia sentito risuonare nella sua coscienza uno stesso e unico imperativo, quello di non allungare le mani sul dono ricevuto, di non farsene padrone. Alla luce di questa prospettiva va letto l’episodio di Genesi 22.

Un secondo punto da considerare è l’annotazione con cui si apre il racconto (Dopo questi fatti, Dio mise alla prova Abramo). Essa costituisce una sorta di titolo, che offre la chiave interpretativa di quanto sta per essere narrato. In tal modo, il lettore è subito avvertito che il vero interesse dell’autore è di fissare l’obiettivo non tanto sul sacrificio di Isacco, quanto sulla prova a cui viene sottoposto Abramo. Conseguentemente, risulta cruciale precisare il senso e la portata di una tale prova. Ora, come emerge dalla tradizione biblica, la prova riguarda fondamentalmente il senso della vita. Con essa ci si misura ogni volta che si è posti in situazioni di oscurità e di pericolo. Diventa quello il momento del vaglio decisivo, in cui viene a galla, senza possibilità di barare, ciò su cui si fa realmente affidamento. Il tempo della prova si rivela come il tempo della verità. È allora che si manifesta inequivocabilmente l’orientamento del cuore: esso viene “saggiato”, per evidenziare in chi o in che cosa pone la sua fiducia. Saprà Abramo mantenere la fiducia in Dio e nella sua promessa, allorché avvertirà drammaticamente che l’obbedienza a quanto Dio comanda significa sacrificare ciò che ha (ricevuto) di più caro, Isacco? Detto altrimenti: «se Isacco è un dono di Dio, come lo accoglierà Abramo? Accaparrandoselo, tenendolo gelosamente come un oggetto che gli appartiene, che possiede?» (Wénin A., Le scelte di Abramo, Dehoniane, Bologna 2016, 28). Insomma, obbedire al comandamento equivale a rinunciare al figlio mirabilmente donato da Dio, rinunciare cioè al proprio futuro e, in definitiva, alla propria vita. Come si vede, l’aspetto tragico di Genesi 22 è dato dal fatto che Dio si presenta, contemporaneamente, come l’origine del dono e come la fonte del comandamento che esige la “de-possessione” del dono stesso.

La reazione di Abramo è narrata nei vv. 3-10. All’inizio e alla fine di questa unità testuale c’è un’insistenza voluta sui gesti che egli compie in totale obbedienza alla Parola. La disposizione del testo evidenzia che Abramo ha fedelmente eseguito tutto quanto era stato disposto dal Signore: v. 3: prese suo figlio, spaccò la legna, si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato; v. 9: arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato, legò suo figlio sopra la legna.

Di fronte alla disponibilità di Abramo a offrire in olocausto il figlio – cioè a rimettere totalmente la propria vita nelle mani di Dio – interviene l’angelo del Signore (il Signore stesso, come risulta dal contesto) a fermare la mano pronta al sacrificio. Abramo, che ha rinunciato ad appropriarsi del figlio donato e non lo ha trattenuto per sé, può alla fine riaverlo. Avendo messo tutto in gioco sulla Parola di Dio, riceve di nuovo tutto. La vita consegnata a Dio non è persa, ma è ri-consegnata come benedizione per tutti (cfr i vv. 15-18, in cui è solennemente ribadita la promessa di benedizione che aveva raggiunto Abramo al momento della vocazione).

Abramo, specchio della vicenda umana

La prova a cui è sottoposto Abramo non è diversa da quella che Israele ha dovuto ripetutamente affrontare nel corso della sua storia (Deuteronomio 8,2; Esodo 15,25; 16,4; 20,20). Essa illustra, in maniera emblematica, la difficile esperienza con cui tutti si devono misurare (Bovati P., Il libro del Deuteronomio [1-11], Città Nuova, Roma 1994, 112-117). Come Abramo, come Israele, ogni persona si trova, prima o poi, ad affrontare una realtà contraddittoria: la compresenza di un dono vitale e di un imperativo che comanda di rinunciare a possederlo. Un tale cammino di distacco, faticoso da percorrere, è però la via che porta la benedizione nel mondo.

Questa fondamentale convinzione è simbolicamente espressa in Israele attraverso l’azione cultuale descritta in Deuteronomio 26,1-11. Si tratta dell’offerta delle primizie, con cui l’israelita riconosce che la sua vita è segnata da un dono originario, che non va trattenuto gelosamente, ma va comunicato e condiviso. In concreto, all’israelita entrato e insediatosi nella terra datagli in eredità dal Signore, viene richiesto di prendere le primizie del raccolto, porle in una cesta e andare nel luogo dove il Signore ha scelto di abitare. Giuntovi, deve pronunciare alcune parole nel momento stesso in cui consegna la cesta al sacerdote. Con esse afferma di avere ricevuto in dono, proprio come i padri, la terra in cui abita. Riconosce che essa non è un possesso dovuto. Il sacerdote, presa la cesta, la depone ai piedi dell’altare (v. 4). Il gesto esprime l’atto di “de-possessione” che l’israelita compie davanti al Signore; indica simbolicamente che tutta la propria vita viene messa nelle mani di Dio. In tal modo si riconosce che il Signore è l’origine della vita, che Lui solo fa vivere. In concomitanza con la deposizione della cesta, l’israelita riprende la parola per narrare la sua storia: Mio padre era un Arameo errante… (vv. 5-10).


Deuteronomio 26,5-10

5«Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. 6 Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. 7 Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; 8 il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. 9 Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. 10 Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato».


Afferma di appartenere a un popolo nomade, che non aveva un territorio proprio dove risiedere. Rievoca le vicende chiave del passato, le quali mostrano come tutto quello che possiede è un dono di Dio. Per questo ridona simbolicamente tutto a Dio. Questa rinuncia al possesso si trasforma in benedizione. A chi consegna tutto a Dio, tutto è ridonato perché sia condiviso in un clima di gioia (vv. 10-11). Il rito, infatti, si conclude con l’israelita che fa festa con il levita e con lo straniero (coloro che non possiedono terra), condividendo con loro i frutti del suolo.

Disarmare gli animi

All’inizio abbiamo riportato la testimonianza del patriarca Atenagora. Concludiamo richiamando alcune incisive riflessioni del cardinal Martini sulla matrice delle violenze che anche oggi si scatenano in tante parti del mondo. Martini – che in un precedente intervento aveva lanciato «l’appello a disarmare gli animi armando la ragione» (La Repubblica, 29 maggio 1999) – tornato da Gerusalemme dopo l’attentato del 19 agosto 2003, parlò degli idoli più radicati negli animi e più duri a morire, che ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio: «sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere (politico, militare, economico…) sentito come risorsa definitiva e ultima. È l’idolo del voler stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo. Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano» (Corriere della sera, 27 agosto 2003). Disarmarsi da questi idoli è agli occhi di tanti un segno di debolezza, ma in realtà è un passo verso una vita liberata da falsi valori che può essere vissuta come seme di pace e riconciliazione.




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