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Dialogo

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L’esperienza di vivere relazioni difficili, che possono talora divenire veri e propri conflitti, è di sicuro comune: può accadere in famiglia, nella rete di amicizie o nell’ambito lavorativo; oppure si può realizzare a un livello più ampio, tra i sostenitori di visioni sociali, politiche e culturali diverse e opposte, come nel caso dei confronti aspri tra partiti politici (ad esempio la contrapposizione tra italiani e stranieri) o nei dibattiti nazionali su alcuni grandi temi della convivenza civile. Infine, vi sono le divergenze di visioni e di interessi tra gli Stati, solo apparentemente più distanti dalla vita quotidiana dei cittadini, dato che hanno poi conseguenze ben concrete: basti ricordare le questioni legate ai cambiamenti climatici. L’ultimo stadio, quello più drammatico, si tocca quando si giunge al livello del conflitto: quello sordo nelle relazioni interpersonali, talora accompagnato dalla violenza verbale o fisica che le parti si infliggono reciprocamente o che una, la più debole, subisce indifesa; o lo scontro frontale, urlato, aggressivo a livello sociale, quando ci si arrocca su barricate, ideali o reali, opposte e si attacca l’altro come un nemico.

Come vivere e superare queste situazioni, in cui alle volte si può avere la sensazione di essere impotenti e disarmati? Sempre più spesso la via proposta dagli studiosi delle scienze sociali è quella del dialogo; un’indicazione condivisa anche dalla spiritualità cristiana sin dai primi secoli fino ai tempi recenti, ad esempio con l’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI o i documenti di papa Francesco, in cui la parola “dialogo” è tra le più ricorrenti. Il credito accordato al dialogo come mezzo per attraversare i conflitti ha un chiaro fondamento biblico: Gesù può essere definito un “maestro del dialogo” per il modo in cui ha saputo comunicare in profondità con gli uomini e le donne che ha incontrato, anche quando erano ostili, andando al di là delle diversità di opinioni o di appartenenza etnica, culturale o religiosa. Ne sono testimonianza i racconti evangelici degli incontri di Gesù con gli israeliti (dalle persone più semplici ai capi religiosi) o con gli stranieri (ad esempio il centurione in Matteo 8,5-13 o la donna siro-fenicia in Matteo 15,21-28), in cui, tra l’altro, non fa distinzione tra uomini e donne, infrangendo una barriera culturale molto forte nell’antichità.

Tra i tanti episodi evangelici, per mettere a fuoco lo stile di Gesù ci soffermiamo su quello “estremo” del dialogo con la samaritana (Giovanni 4,1-42), in cui sono superate le diverse barriere di natura sociale che separano Gesù, uomo ebreo, riconosciuto e stimato come un rabbì, da questa donna, che non solo appartiene a un popolo nemico, ma è emarginata all’interno della sua comunità per la sua travagliata storia personale. Dietro la narrazione evangelica si coglie l’esperienza della comunità giovannea, chiamata a misurarsi con l’integrazione dei samaritani divenuti cristiani e il superamento delle resistenze tradizionali nutrite nei loro confronti dagli ebrei.


L’incontro a un pozzo

Il pozzo di Giacobbe a Sicar, in Samaria, è lo scenario in cui avviene l’incontro casuale tra Gesù, che viaggia con i suoi discepoli dalla Giudea alla Galilea, e questa donna samaritana, che si reca al pozzo per prendere dell’acqua a mezzogiorno, un’ora in cui di solito non si svolge questa attività. Il ritrovarsi nello stesso luogo, un pozzo che nella Bibbia è sempre un crocevia di incontri, non implica necessariamente che avvenga un contatto tra il galileo e la samaritana. A impedirlo non sono ostacoli di tipo personale (i due non si conoscono e non vi è alcun conflitto tra loro), ma sociale, in particolare barriere di genere ed etnico-religiose.

Giovanni 4,5-26

5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».


Se questo incontro inatteso e imprevedibile si realizza è perché Gesù, abbattendo pregiudizi radicati e convenzioni su ciò che è permesso e opportuno per un ebreo, prende l’iniziativa e chiede alla donna di dargli da bere. Così ha inizio una conversazione in cui Gesù, che si trova al contempo in una posizione di forza per la sua condizione e di bisogno perché ha sete, entra in relazione con questa donna su un piano di parità: è un’interlocutrice che ha una propria dignità e non una persona immeritevole di attenzione e rispetto perché donna e samaritana. Così facendo Gesù compie un atto che è fondamentale per un vero dialogo: il riconoscimento e l’accoglienza del proprio interlocutore così come è. La conferma della bontà di questo passo l’abbiamo nell’atteggiamento della samaritana che non è succube, ma davvero interloquisce con questo ebreo da pari a pari.

Dopo questo primo passo compiuto da Gesù, il brano riporta il lungo dialogo tra Gesù e la donna in cui sono toccati temi diversi e tra loro collegati. All’inizio il confronto si sofferma su dimensioni materiali, come la necessità di dissetarsi per vivere, per poi spingersi a un altro livello, più profondo e spirituale, in cui entra in scena il desiderio di un’acqua viva, che Gesù può donare: chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno (Giovanni 4,14). In modo analogo si passa dalla sfera della vita personale della donna (va’ a chiamare tuo marito, in Giovanni 4,16) alla vita religiosa di tutta una comunità (dove bisogna andare per adorare Dio?).

Le domande e le risposte si succedono rapidamente e la narrazione biblica mostra l’evoluzione del dialogo intrapreso: all’inizio gli argomenti affrontati coinvolgono meno direttamente la samaritana; poi, in modo sempre più intenso, ne sono toccati altri in cui sono sollevate questioni vitali della sua esistenza. Gesù stesso alla fine si mette a nudo, affermando la sua messianicità: Sono io che parlo con te (Giovanni 4,26). Questo crescendo del dialogo verso una dimensione sempre più intima e personale, nel segno della verità, avviene grazie all’accoglienza reciproca, vissuta fin dalle prime frasi e man mano approfonditasi nel corso della conversazione. È questo il secondo elemento che contraddistingue lo stile di dialogo di Gesù.


Una comunicazione profonda

Le parole e il comportamento di Gesù infrangono i muri invisibili che lo separano dalla donna, costituiti da convenzioni sociali e ataviche rivalità tra popoli vicini e pongono le condizioni perché si possa svolgere un dialogo inatteso e profondo. Compiere un passo analogo, andando incontro all’altro da cui mi separa uno scontro passato, un conflitto presente o un pregiudizio, non implica automaticamente il passaggio a quel livello di comunicazione descritto nel brano di Giovanni tra Gesù e la samaritana. Ciò non accade, in effetti, quando le iniziative prese sono solo formali, “di facciata”, senza un serio proposito di affrontare le vere questioni, come può capitare talvolta nelle relazioni diplomatiche o nelle dinamiche sociali. Al contrario, quando sono messi in discussione con uno spirito libero i luoghi comuni e la difesa cieca dei propri interessi, le rivalità e i dissidi personali o sociali, è possibile vivere una comunicazione autentica. Questo permette di affrontare i nodi irrisolti e le ferite del passato di relazioni compromesse o di confrontarsi davvero sui sottili preconcetti e gli interessi divergenti che separano persone tra loro estranee o distanti. Anche a livello della storia dei popoli si può vivere un processo analogo, mutando il giudizio su eventi dolorosi risalenti nel tempo, che così non concorrono più a definire un popolo e le relazioni al suo interno o con altri popoli (si pensi alla situazione della comunità afroamericana negli Stati Uniti o alle relazioni complesse tra Stati confinanti).

Giungere a questo risultato richiede una duplice disposizione, che si rivela anche un banco di prova per le parti coinvolte. È, infatti, chiamata in causa la capacità di ascolto, che è feconda quando si caratterizza per l’attenzione e la benevolenza, lontana da forme di autoreferenzialità e concentrazione su di sé, rivolta all’altro, alle sue parole, richieste, proposte e bisogni. Oltre all’ascolto è importante anche la parola pronunciata. Quando questa è vera e rispettosa, allora abbiamo un parlare secondo parresia (cfr Trotta G., «Parresia», in Aggiornamenti Sociali, 6-7 [2015] 516-519), che non modifica o maschera la realtà, ma la usa non per ferire o punire l’interlocutore, ma per procedere insieme verso la verità. Tra l’ascolto e la parola vi è poi il silenzio, il lasso di tempo necessario a lasciar davvero risuonare la parola altrui, senza affrettarsi a cercare annaspando una risposta qualunque o la riproposizione della propria verità, per poter entrare in dialogo e non fare un monologo. Si tratta di due momenti strettamente legati: la consapevolezza che il proprio interlocutore pratica un ascolto accogliente e attento permette che vi sia una parola franca; a sua volta, una parola autentica e pronunciata in prima persona sollecita un ascolto partecipe, in cui riserve e diffidenze possono pian piano cedere il passo alla benevolenza. Questa intesa è poi cementata dalla prossimità e dalla condivisione, come ricorda papa Francesco: «fare qualcosa insieme è una forma alta ed efficace di dialogo» (Jonsson U., «Verso la visita del Papa: il paesaggio religioso in Svezia», in La Civiltà Cattolica, 3991 [2016] 3-14).

Quando il dialogo muove da queste premesse ed è condotto secondo questo stile, il suo esito finale può andare ben oltre ogni aspettativa iniziale. Se le persone coinvolte nella dinamica conflittuale accettano di mettersi in gioco in verità come ascoltatori e locutori, allora lo scambio può spingersi a toccare anche le dimensioni più intime e segrete delle loro esistenze, come abbiamo visto accadere per la samaritana, facendo sì che quanto è problematico all’interno della relazione e quanto è desiderato per l’avvenire possano essere espressi con una forza e una chiarezza nuova. Questa dinamica può realizzarsi non solo a livello personale, ma anche comunitario fino a riguardare un’intera nazione, come avvenuto in Sudafrica in occasione del processo di riconciliazione nazionale dopo la fine dell’apartheid.


La guarigione della persona e della relazione

Il frutto di un simile dialogo si realizza a un duplice livello: il primo è quello personale. Lo cogliamo bene nella vicenda della samaritana. Se la donna può recarsi in città e raccontare l’incontro vissuto con Gesù senza più nascondersi dai suoi concittadini, è perché quanto accaduto le ha permesso di compiere un passo innanzi nell’accettazione di sé, superando non solo la distanza che la separa dall’ebreo Gesù, ma anche le vicende che la emarginano nella sua comunità. Mi ha detto tutto ciò che ho fatto (Giovanni 4,29) è la testimonianza di una vita guarita grazie a un incontro inatteso, in cui barriere ataviche sono state abbattute e una comunicazione profonda e autentica ha avuto luogo. Il primo risultato di un dialogo vero in una situazione conflittuale è allora il permettere a chi lo vive di poter maturare una migliore e più precisa conoscenza di sé, che spinge anche a trasmettere ad altri quanto si è appreso dalla propria esperienza. Alle volte ciò si realizza per entrambe le parti, ma talora solo una di esse, quella che ha deciso di mettersi in gioco del tutto, beneficia appieno del cammino di dialogo intrapreso. Quando ciò accade si determina quanto vissuto dalla samaritana o in tanti altri episodi evangelici: si vive una vera e propria metanoia, una conversione, che si tramuta anche in una spinta alla condivisione, che fa saltare le barriere e incita a superare paure e pregiudizi per andare incontro agli altri.

Giovanni 4,27-30

27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.


Il secondo frutto si determina sul piano della relazione, che è sanata e può continuare su nuove basi se era stata ferita da eventi passati o può iniziare davvero se era stata invece sabotata da idee preconcette. Questo esito positivo non è certo scontato né automatico. Anche nella Bibbia non mancano gli episodi in cui il dialogo si avvita su se stesso, perché la libertà necessaria non è vissuta fino in fondo, perché le aspettative frustrate bloccano il cammino o perché si è spiazzati da quanto accade e allora si cerca rifugio nel “già noto”, anche se difficile e conflittuale (cfr i lunghi scambi tra Gesù e gli israeliti in Giovanni 6-8). Queste battute d’arresto non sono necessariamente dei fallimenti: il rifiuto e l’ostinazione opposti da una delle parti a intraprendere un vero confronto non escludono che sia comunque iniziato un processo, almeno per una delle parti, i cui esiti potrebbero essere positivi, pur se più in là nel tempo.

In una situazione in cui le vicende personali e i condizionamenti socioculturali sfavorivano il realizzarsi di un incontro e l’avviarsi di un dialogo, l’atteggiamento di Gesù permette di fare un passo in più, di lanciare un possibile ponte. Allargando lo sguardo alcuni elementi si evidenziano nel suo stile di dialogo: una grande libertà interiore, l’affrancarsi dalle convenzioni ricevute, il rispetto verso la persona di cui riconosce la dignità, la disponibilità a mettersi in gioco in una relazione nuova da costruire o in una esistente da recuperare, senza arroccarsi in posizioni difensive dettate da pregiudizi o dalle conseguenze di storie passate che hanno lasciato dolorose tracce. Inoltre un ascolto partecipe, un silenzio fecondo e una parola abitata sono ciò che aprono a una comprensione di sé e a una relazione con l’altro guarita. Ancor di più colpisce che la richiesta iniziale – donna dammi da bere – rivela Gesù come qualcuno che ha bisogno, e in questo senso si mette a nudo, non esita a rivolgersi a un altro per chiedere aiuto, lasciando emergere la sua condizione di “mancante” di qualcosa. In questo modo egli indica che il superamento delle tensioni esistenti o l’abbattimento delle barriere invisibili che separano passa anche per l’ammissione e la manifestazione della vulnerabilità in cui le persone coinvolte si trovano. La debolezza rivelata diviene il modo per entrare disarmati in una relazione da recuperare o da far nascere, senza alcuna garanzia sull’esito finale, ma mossi dalla fiducia che un dialogo autentico può essere la via per costruire insieme un futuro riconciliato.


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