Che cosa pensano i giovani della fede?

19/03/2018
Il rapporto con la fede e la religione non è abitualmente tra gli argomenti di discussione delle nuove generazioni, che nelle loro fitte interazioni (sia sul web sia di persona) non dedicano troppo spazio alle questioni fondanti dell’esistenza. Tuttavia, la maggior parte dei giovani – se interpellata su questo tema – dimostra di avere idee sufficientemente chiare circa la situazione religiosa dei coetanei che compongono il proprio intorno immediato. Che cosa dicono i giovani del loro rapporto con la religione? In che cosa credono? A quali mutamenti stiamo assistendo?

A queste domande offre alcune risposte il sociologo Franco Garelli, tra i maggiori esperti di religiosità giovanile in Italia, nel numero di marzo di Aggiornamenti Sociali, basandosi alcune recenti indagini. Proponiamo di seguito alcuni passaggi del suo articolo. Qui puoi scaricare il testo integrale.


Un panorama variegato


La varietà delle posizioni è l’immagine che i giovani ci trasmettono quando sono chiamati a descrivere il rapporto che i coetanei che più frequentano hanno con la fede e la religione. La loro cerchia di amici è una realtà assai variegata dal punto di vista religioso; è difficile individuare una tendenza prevalente, anche in questo campo l’eterogeneità delle posizioni prevale di gran lunga sulla convergenza. Come a dire che il legame di generazione non produce oggi sulle questioni religiose quella che il sociologo tedesco Karl Mannheim ha definito l’«unità di generazione». Quello religioso, dunque, è un “luogo” aperto per i giovani, in cui convivono orientamenti e scelte diverse, che rispecchiano la varietà e l’eterogeneità dei percorsi di socializzazione e delle opzioni di vita che si producono nella modernità avanzata. 

a) Ateismo agnostico

Tra i giovani (rispetto al passato) è individuabile una tendenza di sensibile crescita delle posizioni ateo-agnostiche o di indifferenza religiosa. La percezione diffusa è che i “senza Dio” e i “senza religione” siano ormai uno dei gruppi più consistenti, magari non ancora maggioritario, ma così rilevante da poter essere considerato il fenomeno emergente dell’attuale panorama religioso nazionale. Tuttavia si tratta di una realtà frammentata al proprio interno. Da un lato vi sono i giovani atei “forti” e ben motivati, i cui riferimenti culturali prescindono da un orizzonte religioso, per i quali la negazione di un essere superiore passa per il dissidio tra fede e ragione, fede e scienza, religione e progresso. Per questi soggetti, dunque, «è difficile credere o aver fede in precetti considerati poco plausibili o senza alcun fondamento scientifico». Inoltre, «non c’è bisogno di scomodare Dio per condurre una vita sensata». 

Al loro fianco, vi sono gli atei che possiamo definire “deboli”, la cui non credenza è più di facciata che motivata, frutto più dell’adeguamento a una tendenza culturale diffusa (o del rifiuto dei modelli ufficiali di religiosità) che di specifiche convinzioni e opzioni esistenziali. 

Altri giovani, invece, esprimono un ateismo dal carattere “ostile” verso la religione costituita, la cui matrice dunque è più anticlericale che antireligiosa; e ciò come reazione nei confronti dell’istituzione prevalente e della formazione ricevuta, come se negando Dio volessero liberarsi dal fardello di una Chiesa ritenuta o vissuta come invasiva nel campo della morale e della sfera pubblico-politica. 

b) Credere, tra convinzione e convenzione

I giovani intervistati avvertono tra i loro amici anche una minoranza di soggetti (sempre più ridotta, ma qualificata) caratterizzati da un elevato livello di coinvolgimento e di impegno religioso. Si esprimono così: «Alcuni frequentano regolarmente la chiesa, partecipano attivamente alla vita comunitaria, sono inseriti nei gruppi religiosi»; «alcuni sono credenti e molto attivi in campo parrocchiale, a livello di catechismo, di oratorio, di gruppi famiglia, di volontariato, di animazione dei ragazzi, di frequentazione della messa domenicale»; «un piccolo gruppo crede fermamente in Dio e prende parte alle varie celebrazioni»; «una percentuale ristretta di giovani è ancora devota alla propria religione, e anche praticante»; «ho coetanei che frequentano gli ambienti religiosi sin dall’infanzia, la maggior parte perché i genitori vivono da tempo la vita parrocchiale mentre altri si sono avvicinati in maggior età più per una scelta personale non tanto influenzata dalla famiglia; ma questa, va fatta notare, è una minoranza».

Si tratta di indicazioni particolarmente interessanti, in quanto attestano che anche a livello giovanile persiste uno zoccolo duro di credenti convinti e impegnati, che ruotano attorno agli ambienti cattolici e si identificano (magari anche criticamente) nella Chiesa, in ciò rispecchiando tendenzialmente quanto avviene nel mondo degli adulti. Questi soggetti hanno alle spalle un modello di socializzazione religiosa positivo, frutto dell’influenza esercitata dalla famiglia di origine e da esperienze significative negli ambienti ecclesiali di base. Anche a livello giovanile, quindi, sembra mantenersi nel tempo quella “subcultura” cattolica che rappresenta uno dei tratti più interessanti del nostro Paese. Con riferimento a questi casi, non si può dire quindi che gli ambienti religiosi non abbiano più presa tra i giovani, siano disarmati di fronte alle domande espresse dalle nuove generazioni; anche se ciò avviene per una minoranza di soggetti, particolarmente “affini” (per cultura, famiglia, percorsi di crescita) a uno stile di vita e di proposta religiosa coinvolgente, alcuni giovani hanno incontrato figure umanamente e spiritualmente feconde.

Stando alla percezione dei giovani, anche l’ambito cattolico-religioso è comunque caratterizzato da una doppia velocità. A fianco di una minoranza di coetanei motivati e coinvolti in un orizzonte di fede, molti registrano la folta presenza nel proprio gruppo amicale di soggetti il cui rapporto con la fede appare debole o esile, frutto più di convenzione sociale che di un’opzione personale. Si tratta dei giovani la cui fede abita nel sottofondo di una vita che pulsa altrove, di matrice più etnico-culturale che spirituale. La diffusa presenza tra i giovani d’oggi di un rapporto religioso labile e allentato, in qualche modo riflesso della tradizione e dell’educazione ricevuta, è per vari aspetti sorprendente, perché contrasta l’idea che le nuove generazioni siano il prototipo delle scelte convinte e ripensate. Molti giovani (anche dal punto di vista religioso) sembrano seguire le orme dei padri, sono coinvolti in uno stand-by religioso che sa più di inerzia che di rigenerazione. Come a dire che è meglio credere in Dio (nel Dio della tradizione cristiana) che essere privi di riferimenti fondanti, è meglio ancorarsi alle risposte offerte dalla religione prevalente che rimanere scoperti sulle questioni ultime della vita. 

c) Altri comportamenti e modalità 

Oltre a quelle descritte, emergono varie altre indicazioni dalle parole dei giovani. Alcuni coetanei sono attratti dalle religioni orientali, dai nuovi movimenti religiosi, un fenomeno che risulta senza dubbio in crescita anche se con minor forza rispetto a quanto viene illustrato dai media. Ben sottolineata poi è la presenza – anche nel panorama giovanile nazionale – di fedi religiose storiche diverse da quella cattolica: all’origine vi sono i recenti flussi migratori e una nuova vitalità delle minoranze religiose storiche nel nostro Paese, che sembrano reagire meglio al processo di secolarizzazione della società italiana rispetto al “popolo” cattolico. In particolare, non pochi giovani riconoscono il maggior impegno religioso dei coetanei musulmani con cui sono in contatto, per i quali la fede rappresenta anche un fattore di identità e diversità culturale. 

Secondo alcuni intervistati, poi, vi sono coetanei che non rientrano nelle categorie “religiose” sin qui descritte, perché il loro profilo esistenziale sembra caratterizzato più dall’essere “in ricerca” circa il senso della vita e le questioni ultime dell’esistenza che dal fatto di riconoscersi e collocarsi in una qualche posizione religiosa o non religiosa. Un’attitudine prevalente, dunque, alla ricerca umana e spirituale, aperta ai più diversi sviluppi, che in alcuni casi può assumere il tratto più di un’intenzione che di una pratica di vita.

Infine, un ultimo accenno spetta ai comportamenti incongruenti o alle posizioni spurie rilevati da una parte dei giovani intervistati. Vari coetanei (si definiscano essi atei o indifferenti alla religione, oppure credenti o praticanti) sembrano alle prese con una contraddizione interiore tipica, ad esempio, di quanti «sono culturalmente cattolici, ma bestemmiano», «si presentano come dei mangiapreti, ma indossano santini», «si dichiarano miscredenti, ma ogni tanto vanno in chiesa e pregano», «si ritengono credenti emancipati ma talvolta fanno i baciapile». L’ambivalenza dei comportamenti sembra dunque coinvolgere anche una quota di giovani d’oggi, limite che attenua un po’ l’idea – sovente sostenuta anche in autorevoli studi – che l’etica dell’autenticità sia uno dei tratti distintivi delle nuove generazioni. 



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