• Cambio di paradigma
Scheda di: 

Cambio di paradigma

Uscire dalla crisi pensando il futuro
Mauro Magatti
Feltrinelli, Milano 2017, pp. 176, € 15
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All’indomani del 2008, le voci critiche di diversi analisti, studiosi e politici si levarono concordi: la crisi esplosa negli Stati Uniti ma rapidamente propagatasi all’Europa e al resto del mondo, innescatasi nei mercati finanziari per poi contaminare l’economia reale, i risparmi delle famiglie, l’occupazione e, di fatto, la vita quotidiana delle persone, era il segno inequivocabile del collasso del sistema di accumulazione capitalistica incentrato sulla capacità di creare un circuito virtuoso tra produzione (di beni e ricchezza) e consumi. Tale sistema sino a quel momento aveva promesso di crescere in modo lineare, incrementale e illimitato, assicurando che tutti, prima o poi, avrebbero avuto accesso al benessere, anzitutto materiale. La crisi sembrava invece averne svelato d’un tratto il carattere illusorio. A crescere erano stati soprattutto gli effetti perversi del sistema: speculazione, indebitamento pubblico e privato, rischi energetici e ambientali, erosione del capitale sociale e istituzionale, sperequazione delle risorse materiali e simboliche, diseguaglianze sociali, diventate tanto ampie da risultare insostenibili. La crescita economica non era andata di pari passo con lo sviluppo sotto il profilo dell’equità, della giustizia, del benessere sociale, né con la sua sostenibilità nel lungo periodo.

A quel primo levarsi di voci critiche non è però seguito ciò che da più parti si auspicava: una messa in discussione di quel sistema di accumulazione. In effetti, il sistema si è mostrato resiliente e la sua capacità attrattiva appare ancora molto potente. È forse questa la ragione principale per cui, come scrive nella premessa del suo libro Mauro Magatti, «le soluzioni adottate fino ad oggi sono state soltanto pezze d’appoggio riciclate da stagioni precedenti» (p. 11). Ma i “correttivi” non bastano. Da un lato, infatti, non intervengono sul nodo principale: il modo in cui si è ottenuta la crescita del benessere fa leva su dualismi, paradossi e tensioni irrisolte. Dall’altro, non affrontano la questione della dimensione qualitativa dello sviluppo, del suo senso, della sua direzione.

Dopo che «le grandi cornici storiche di riferimento si sono progressivamente esaurite», dopo che la crisi ha fatto crollare la convinzione di poterle sostituire con l’ideologia del mercato come “panacea di tutti mali” e con l’idea che la corsa verso il benessere potesse essere elemento di coesione e condivisione, «oggi avvertiamo la necessità di qualcosa che nessuna delle vecchie soluzioni è stata in grado di fornire. Sentiamo la mancanza di un orizzonte condiviso in cui riconoscere noi stessi e gli altri» (p. 12). Riportare indietro le lancette del tempo è tanto irrealizzabile quanto indesiderabile perché non risolverebbe i problemi che ci hanno portato sin qui, ma una via di uscita positiva dalla crisi è ancora possibile e scaturisce dalla capacità che avremo di colmare tale mancanza. Questa è la “buona notizia” da cui l’A. prende le mosse per condurci in un percorso, articolato in tre passaggi fondamentali, che non è solo di conoscenza e approfondimento scientifico, ma anche di consapevolezza, di impegno, di speranza concreta.

Primo passaggio: nelle sue mutevoli forme storiche, il capitalismo si è sempre strutturato attorno a un determinato “scambio sociale” in grado di definire un punto di equilibrio tra molteplici interessi: gli interessi sociali (materiali e simbolici) di gruppi dotati di potere, posizione sociale e reddito diversi; gli interessi economici legati all’accumulazione del capitale; gli interessi politici governati dall’ottenimento del consenso da parte degli attori politico-istituzionali.

Secondo passaggio: dal secondo dopoguerra a oggi il capitalismo ha attraversato tre fasi, ciascuna incentrata su un particolare scambio sociale. Comprenderne le specificità è cruciale per interpretare il presente e pensare il futuro. La prima di queste fasi, avviatasi nel periodo post-bellico e durata per circa trent’anni, si è strutturata attorno allo scambio sociale definito “fordista-welfarista”, sostenuto dalla convergenza di molteplici fattori: economia in espansione; crescita di profitti, salari e consumi; consolidamento del sistema di welfare; consenso elettorale. La contestazione culturale scoppiata tra il 1968 e il 1969 e l’avanzare di una domanda soggettiva di liberazione dall’invadenza delle istituzioni nella vita individuale denunciarono l’esaurirsi di questa fase. A questa istanza ha fatto eco – sotto il profilo economico – una domanda di liberazione dai vincoli che si riteneva bloccassero il raggiungimento di livelli sempre maggiori di efficienza e profitto. La seconda fase del capitalismo è sorta sull’onda di queste domande, a cui si è cercato di dare risposta scegliendo la strada neoliberista della riorganizzazione flessibile dei rapporti di produzione e del lavoro, della liberalizzazione e deregolazione del commercio internazionale e delle transazioni finanziarie. In questa fase, lo scambio sociale si è caratterizzato – nei termini dell’A. – come “finanziario-consumerista”. La finanziarizzazione dell’economia con le sue inedite possibilità di accesso al credito (e all’indebitamento) ha consentito di alimentare una corsa ai consumi altrimenti impossibile quando i salari hanno smesso di crescere. Il consumo è così divenuto, oltre che motore della crescita, la fonte principale di accesso al benessere e alla formazione dell’identità individuale e sociale, tanto da erodere la centralità del lavoro sotto il profilo esistenziale e da appiattire il desiderio di realizzazione personale (sempre più individualizzato) sul possesso perennemente insoddisfatto di nuovi beni. La crisi del 2008 ha mandato in frantumi gli equilibri di questa forma di scambio, lasciando in eredità una serie di problematiche: «focolai di disordine» (p. 35) che si manifestano sul piano sociale, demografico, politico, economico-finanziario, ambientale, e si traducono in diseguaglianze crescenti, pressione migratoria, instabilità politica, conflitti e populismi, deflazione, squilibri ambientali e altro ancora. È con queste eredità sulle spalle che il capitalismo si trova catapultato in una terza fase, quella che viviamo oggi.

Terzo (decisivo) passaggio: dare un nuovo ordine a questo disordine è estremamente difficile e lo sforzo – se guardiamo all’Europa – è stato in primis quello di spingere l’acceleratore dell’efficientismo economico, facendo leva dapprima sulle politiche di austerità e poi sul tentativo di immettere nuova liquidità e sfruttare intensivamente gli strumenti finanziari (come gli ormai “familiari” bond). Queste soluzioni considerano l’economia come mero apparato tecnico, distaccato dalle sue basi sociali, culturali e istituzionali. Rafforzando lo slegamento tra economia e società inaugurato dal neoliberismo, esse rendono le élite al potere e le istituzioni «sorde alle istanze delle persone e delle comunità» (p. 55). L’incapacità, anzitutto politica, di modellare una nuova forma di scambio sociale e il ricorso a soluzioni tampone, che tentano di contenere gli effetti della crisi senza riuscire a risolverla, finiscono con l’alimentare anziché ridurre il disordine, mettendo a rischio persino gli assetti democratici dei Paesi avanzati. Sentimenti di paura e di chiusura difensiva, fenomeni di ripiegamento regressivo che erigono barriere e muri (non solo simbolici), creando nuovi esclusi, si moltiplicano sotto i nostri occhi.

Immaginare un nuovo modello di scambio sociale è dunque necessario e urgente. E, rassicura l’A., è anche possibile: emerge tra le pieghe del contesto socioeconomico contemporaneo e delle molteplici trasformazioni che lo investono (basti citare le possibilità aperte dalle tecnologie digitali e dal cosiddetto “Internet delle cose” nei più svariati ambiti della nostra vita personale, lavorativa e sociale).

Il nuovo modello di scambio – che l’A. definisce “sostenibile-contributivo” – è chiamato a invertire le logiche di fondo del passato: anziché sul consumo individualizzato sostenuto dalla finanziarizzazione, esso si basa sulla partecipazione attiva, sulla contribuzione consapevole da parte di ciascuno secondo le proprie capacità alla creazione, o meglio alla “generazione” del valore e del benessere. È la partecipazione attiva, realizzata in un quadro di contribuzione e di condivisione a rendere possibile il consumo. In questa nuova logica di azione le nozioni di valore, crescita, benessere sono riscritte, ridefinendo il loro significato (e la loro “misurazione”) in chiave sociale, ambientale, istituzionale e culturale, e non più solo economica. Lo sviluppo è sostenibile nel lungo periodo se è condiviso e integrale.

Non è un discorso solo teorico, come dimostrano le pagine che costituiscono il cuore pulsante del libro: qui si investigano le vie concrete attraverso cui lo scambio “sostenibile-contributivo” si concretizza nelle strategie di imprese “civilmente responsabili”, nelle pratiche di condivisione di produzione e di consumo di cui i giovani sono i primi protagonisti, nelle realtà di mutuo aiuto e di solidarietà organizzata che rivitalizzano i sistemi locali di welfare, nel ripensamento delle forme dell’abitare. Tutto ciò accompagnato dalla riflessione sulle politiche governative che possono sostenerlo e senza temere di ammettere che il “cambio di paradigma” non è scontato e che il rischio di un’involuzione è altrettanto tangibile. Da lettori vorremmo che queste pagine aumentassero mentre si leggono, per poter andare ancora più a fondo, conoscere le esperienze, capire come ciascuno può concretamente raccogliere la sfida e contribuire. Perché è chiaro che se vogliamo davvero invertire la rotta, nessuno può chiamarsi fuori.

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