Ballottaggio Le Pen-Macron, la scelta dei gesuiti francesi

02/05/2017
La traduzione (a cura della nostra Redazione) dell'articolo pubblicato sul sito del Ceras, Centro di ricerca e azione sociale dei gesuiti di Parigi (che edita anche la rivista Projet), sul secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia, in programma domenica 7 maggio. L'articolo è firmato dall'insieme dell'équipe del Ceras. Qui il testo originale


I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali sono stati fonte di speranza per alcuni e di delusione per altri. A prescindere delle nostre convinzioni, bisognerà comunque recarsi al voto il 7 maggio: non si può restare, per usare l’espressione di papa Francesco, a «guardare dal balcone la vita» (1) o la storia! La scelta è ormai circoscritta, ma votando possiamo e dobbiamo esprimere la nostra libertà. L’astensione, nel nostro sistema elettorale, lascia scegliere gli altri. Per questo non può essere una soluzione (2).

Questa decisione pone più di un cattolico davanti a un dilemma: il programma di entrambi i candidati non è compatibile con l’insieme dei valori della dottrina sociale della Chiesa. Ci limitiamo a richiamare due ambiti sui quali si cristallizzano spesso le opposizioni: il liberalismo di Emmanuel Macron sulle questioni della società si accorda male con l’attenzione verso la famiglia ribadita con forza dal magistero; il progetto di Marine Le Pen di lottare contro l’immigrazione e di privilegiare i francesi si oppone in modo radicale al costante richiamo della Chiesa ad accogliere lo straniero. Altri punti destano preoccupazione in entrambi i candidati, a partire dalla loro ignoranza della conversione ecologica a cui ci invita con vigore la Laudato si’.

Chiunque sia alla fine il candidato eletto dovrà ascoltare il «grido» degli uomini e delle donne che hanno espresso un voto radicale. Il voto per il Fronte Nazionale esprime paure, frustrazioni, forse disperazione, e allo stesso tempo profondi desideri di cambiamento. Non possiamo che augurarci che vi sia un Governo capace di ascoltare tutti i cittadini che si sentono dimenticati.

Ma le nostre riserve nei confronti dei due candidati non hanno lo stesso peso: la meditazione del Vangelo e l’attenzione all’insegnamento della Chiesa ci impediscono di sostenere il Fronte Nazionale con il nostro voto o con l’astensione. Se Macron sarà eletto, dall’indomani ribadiremo le nostre obiezioni al suo programma. Ma oggi c’è un’urgenza: non possiamo mettere sullo stesso piano ciò che struttura l’intero programma di Marine Le Pen (xenofobia, il rifiuto dello straniero) e altri aspetti che, per quanto discutibili, potranno essere contestati in un successivo processo democratico. Le questioni bioetiche sono cruciali poiché segnalano le scelta antropologiche che modellano una società, ma non possono essere isolate da altre questioni vitali per la democrazia, la pace e il bene comune, che costituiscono il quadro nel quale una riflessione sulla società potrà continuare a svolgersi.

La tentazione populista

Con il Fronte Nazionale, che dalle sue origini contesta le stesse istituzioni democratiche, è possibile una deriva totalitaria. È il primo rischio da prendere in considerazione: come potremo difendere le nostre visioni sulle questioni sociali e del vivere insieme se il dibattito e le istanze democratiche sono in sofferenza? Se la libertà delle associazioni di manifestare la loro solidarietà con le persone in difficoltà, come i migranti per esempio, è ridotta o eliminata? Se bisogna dissimulare ogni segno di appartenenza religiosa in pubblico? 

La Chiesa, oggi come ieri, non smette di mettere in guardia contro i populismi di destra e di sinistra. Oppositori del pluralismo, i populisti pretendono di parlare «nel nome del popolo», di cui si proclamo gli unici rappresentanti. Delegittimano tutti gli altri partiti accusandoli di essere «corrotti» o «andati a male», «non accettano nessuna opposizione» e «attaccano tutte le istituzioni indipendenti» (3). La tradizione ecclesiale, al contrario, richiama la necessità del pluralismo e l’importanza del ruolo dei corpi intermedi. Il dibattito e la pluralità delle opinioni sono legittimi nella Chiesa e nella società (cfr Gaudium et spes, n. 43). Giovanni Paolo II ci ha messo in guardia: «La storia ha dimostrato che, dal nazionalismo, si passa velocemente al totalitarismo e che, quando gli Stati non sono più uguali, le persone finiscono, anch’esse, per non esserlo più» (4).

Nonostante tutti gli sforzi di dédiabolisation (neologismo che si può tradurre con “normalizzazione”, ndt) dei partiti estremisti, la Chiesa invita a diffidare delle loro pretese semplificatrici di rifondare tutto. Possiamo, ad esempio, rigettare del tutto, con il pretesto dell’imperfezione, il progetto europeo che ha assicurato un periodo di pace senza precedenti nei nostri Paesi? Certo ha bisogno di essere riformato, ma «i progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti del futuro, non sono superati», come ci ha ricordato papa Francesco nel maggio 2016 (5).
 
Il «bene comune» – questo «bene di tutti e di ognuno» che deve orientare l’azione dei cristiani e di ogni essere umano di buona volontà – è al cuore della dottrina sociale della Chiesa. I papi hanno affinato questa espressione invitando a guardare al «bene comune universale»: al di là del bene di una data società, il bene comune deve essere considerato guardando alle «dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni» (Caritas in veritate, n. 7). Questa universalità vieta di prendere il bene della nazione come criterio ultimo.

Il rifiuto dello straniero

Tutti i papi, da Giovanni XXIII in poi, hanno ribadito con forza che il rifiuto dello straniero è incompatibile con la fedeltà al Vangelo. La dignità di una persona, cuore della dottrina sociale della Chiesa, non dipende dalla sua nazionalità, dalla sua religione, dal suo status giuridico né dal colore della sua pelle. Ricordando che i popoli del mondo costituiscono una «famiglia umana», Giovanni Paolo II giungerà addirittura a evocare un «principio di cittadinanza mondiale», di cui precisa così le conseguenze pratiche: «la condanna del razzismo, la protezione delle minoranze, l’assistenza ai rifugiati» (Messaggio per la giornata della pace, 1º gennaio 2005). 

Ricordando di continuo che ogni vita minacciata deve essere protetta, la Chiesa prende le difese del diritto di asilo, esortando «Le nazioni più ricche […] ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio Paese di origine» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2241).

Questa dignità va rispettata in ogni immigrato, che abbia o meno i documenti. Sempre papa Giovanni Paolo II si pronunciava in questi termini nel 1996: «La condizione di irregolarità legale non consente sconti sulla dignità del migrante, il quale è dotato di diritti inalienabili […] Si pone il problema di come coinvolgere in questa opera di solidarietà le Comunità cristiane spesso contagiate da un’opinione pubblica talvolta ostile verso gli immigrati [...] Quando la comprensione del problema è condizionata da pregiudizi ed atteggiamenti xenofobi, la Chiesa non deve mancare di far sentire la voce della fraternità» (6).

A loro volta, i vescovi francesi si sono espressi in più occasioni: la Chiesa «sollecita le comunità locali a riflettere e ad agire per venire in aiuto a quanti hanno riposto la loro speranza, la loro ultima speranza, nel rischio dell’immigrazione» e «sostiene le donne e gli uomini politici nel loro impegno per questa causa, anche se può avere dei costi dal punto di vista elettorale» (Cardinale Vingt-Trois, Discorso di apertura dell’assemblea plenaria dei vescovi di Francia a Lourdes, 1º aprile 2008). Hanno ricordato che la Francia e l’Europa non possono restare sorde alle grida dei migranti: «Uno slancio di generosità e di solidarietà sarebbe conforme alla nostra storia e alla nostra fede cristiana. Non possiamo dare un’immagine di un’Europa ripiegata su se stessa e sui propri interessi» (Mons. Pontier, Discorso di apertura dell’assemblea plenaria dei vescovi di Francia a Lourdes, 15 marzo 2016). 

Ecco perché nessun candidato che affermi una priorità nazionale a spese della fraternità potrà avere la nostra approvazione, né attiva né passiva.

La preoccupazione per il futuro 

Difendere la famiglia è importante per noi, ma questa attenzione non si limita alle questione bioetiche. Un progetto politico che rimette radicalmente in causa il diritto al ricongiungimento familiare può dirsi in favore della famiglia? Nel 2006, i responsabili delle Chiese cristiane di Francia scelsero di scrivere al Primo ministro del tempo per protestare contro l’inasprimento delle condizioni per il ricongiungimento familiare (7). Come ricorda Jean-Marie Andrès, presidente di Associations familiales catholiques, «non possiamo fare di un aspetto del programma l’unico criterio di discernimento. La disoccupazione, gli alloggi, il debito pubblico… sono altrettante sfide per la vita delle famiglie» (8).

La speranza insita nella fede cristiana ci invita all’apertura e non alla chiusura. La dottrina sociale della Chiesa offre alcuni criteri di discernimento precisi per la nostra scelta del 7 maggio. Sarà necessario restare poi vigilanti e attivi. Il nostro impegno a costruire una società giusta e fraterna dovrà continuare ben al di là delle elezioni. Ma come sarà possibile se non compiamo oggi il gesto che può preservare le basi della nostra democrazia e le condizioni concrete di questo impegno?


NOTE

1 Papa Francesco, Discorso ai giovani, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013.
2 «Tutti e ciascuno hanno diritto e dovere di partecipare alla politica, sia pure con diversità e complementarietà di forme, livelli, compiti e responsabilità. Le accuse di arrivismo, di idolatria del potere, di egoismo e di corruzione che non infrequentemente vengono rivolte agli uomini del governo, del parlamento, della classe dominante, del partito politico; come pure l’opinione non poco diffusa che la politica sia un luogo di necessario pericolo morale, non giustificano minimamente né lo scetticismo né l’assenteismo dei cristiani per la cosa pubblica», Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Christefidelis laici, n. 42, 30 dicembre 1988.
3 Jan-Werner Müller, «L’essence du populisme c’est l’anti-pluralisme», La Croix, 5 aprile 2017.
4 Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, n. 7, 15 gennaio 1994.
5 «Le pape François pousse l’Europe à oser un changement radical», Le Monde, 6 mai 2016. 
6 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale dei Migranti del 1996.
7 «Lettera dei responsabili delle Chiese cattolica, protestante et ortodossa di Francia al Primo ministro», 25 aprile 2006, in La documentation catholique, 21 maggio 2006, p. 480.
8 Citato in Bernard Gorce, «L’engagement politique risqué de la Manif pour tous», La Croix, 27 aprile 2017.

2 maggio 2017

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