Scheda di: 

All’opera per la riconciliazione. Intervista ad Arturo Sosa, Superiore generale della Compagnia di Gesù

A poco più di un anno dalla sua elezione, il Generale dei gesuiti p. Arturo Sosa dialoga con il nostro Direttore sulle dinamiche in atto nella nostra società, interpretate alla luce della fede.
Fascicolo: 

Arturo Sosa è stato eletto superiore generale della Compagnia di Gesù il 14 ottobre 2016, poco più di un anno fa. Il suo percorso tra i gesuiti, cominciato nel 1966, lo aveva visto a lungo impegnato nella ricerca e azione sociale, ricoprendo tra l’altro il ruolo di direttore di Revista SIC, il mensile che possiamo considerare il “fratello” venezuelano di Aggiornamenti Sociali. Ha lavorato anche in ambito universitario come ricercatore, professore e rettore, e svolto per 6 anni il compito di superiore provinciale dei gesuiti venezuelani. Si porta dunque dietro l’esperienza di riconoscere e interpretare le dinamiche sociali e la domanda su come vivere al loro interno nella fedeltà all’ispirazione della fede. Questo patrimonio si intreccia oggi con le peculiarità della prospettiva globale del suo nuovo ruolo, che lo chiama ogni giorno a misurarsi con la necessità di “orientarsi nel mondo che cambia”, per usare il motto della nostra Rivista. Per questo pensiamo che egli possa offrirci intuizioni e indicazioni stimolanti, che gli chiediamo di comunicarci in questo esperimento di “editoriale dialogato”. Dopo averlo ringraziato per la disponibilità, cominciamo dunque con una prima domanda: come appare il mondo agli occhi del Generale dei gesuiti?

Direi che oggi più che mai è diffusa la consapevolezza di essere un’unica comunità umana, di condividere lo stesso pianeta e di avere un destino comune. Ma forse, pur sperimentando il fenomeno della globalizzazione in molti aspetti della vita quotidiana, siamo meno consapevoli dei molti cambiamenti profondi che si stanno producendo nelle culture e nelle relazioni intergenerazionali.
Così, il primo fenomeno di cui siamo testimoni è quello di cambiamenti demografici e di spostamenti umani senza precedenti: milioni di migranti o rifugiati scappano dai conflitti sociali, dalla guerra, dalla povertà o dai disastri naturali. Sono tutti alla ricerca di una vita migliore. Alcune società e alcuni Paesi li accolgono calorosamente, altri invece li respingono per paura e persino con rabbia, costruendo muri. Nei Paesi occidentali, la denatalità e il conseguente invecchiamento della popolazione non possono non mettere in questione la sostenibilità del loro stile di vita e del loro modello di sviluppo.
Dobbiamo poi registrare la crescita della disuguaglianza. Nonostante l’economia mondiale produca una ricchezza enorme e alcuni Paesi siano riusciti a far uscire dalla povertà ampie fette della popolazione, la disuguaglianza sta crescendo in maniera sconcertante. L’abisso tra poveri e ricchi è accresciuto notevolmente e alcuni gruppi sono sempre più emarginati. Penso ad esempio ai popoli indigeni, ma anche alle persone disoccupate o senza un lavoro dignitoso: sono davvero troppe. Disuguaglianze e discriminazioni colpiscono soprattutto le donne, i giovani, gli anziani: abbiamo bisogno di rinnovare la solidarietà tra le generazioni.
Unita a quella sociale c’è la crisi ecologica, che colpisce quella che papa Francesco ama definire “la nostra casa comune”. L’enciclica Laudato si’ denuncia chiaramente che il modo di produrre e di consumare oggi prevalente genera la “cultura dello scarto”, danneggiando il tessuto delle relazioni sociali così come l’ambiente, fino a minacciare la possibilità della vita sul nostro pianeta per le generazioni future.
In questo scenario non stupisce assistere a una crescita delle polarizzazioni e dei conflitti: guerre, reazioni violente, intolleranza, terrore e terrorismo sono all’ordine del giorno, dappertutto. Tra le cause ci sono povertà, paura e ignoranza: purtroppo tanta violenza viene giustificata in nome di Dio. Questo è davvero uno dei grandi scandali del nostro tempo.

 

Conflitti e violenze – lo sappiamo dalle cronache – segnano in modo peculiare molte società latinoamericane: immagino quindi che ne avrà una esperienza diretta. Che cosa si scopre quando si vive in mezzo alla violenza?

Prima di essere chiamato a Roma ho vissuto dieci anni sulla frontiera tra Venezuela e Colombia. Ho conosciuto intere famiglie costrette ad abbandonare tutto per salvare la vita, minacciata dalla violenza ingiusta che si è impadronita delle nostre società. Ho conosciuto bambini e giovani costretti a diventare soldati e a partecipare a guerre lontane dai loro desideri, dai loro pensieri e dai loro sogni. Ma ho conosciuto anche la generosità di tante altre famiglie che hanno accolto fraternamente persone in cerca di una nuova vita. Ho conosciuto comunità cristiane disposte a dare una mano a chi arriva. Ho visto da vicino gli abusi perpetrati dai trafficanti, ma anche dai corpi di polizia, e le difficoltà dello Stato a riconoscere certi drammi umani e a dare risposta.

 

La percezione della difficoltà degli Stati è diffusa, e questo provoca disillusione nei cittadini. Quanto è vasta la crisi della politica?

Sono molti i luoghi del mondo in cui le pratiche dei partiti e degli uomini politici hanno generato delusione e disinteresse: ci troviamo di fronte all’indebolimento della politica intesa come ricerca del bene comune. Il malcontento e la diffidenza verso i leader politici si sono approfonditi a causa di tante aspettative non soddisfatte e problemi non risolti. Questo ha consentito ad alcuni leader populisti di salire al potere sfruttando le rabbie e le paure della gente grazie a promesse di cambiamento seducenti quanto irrealistiche.

 

Grazie per questo sguardo panoramico e per la capacità di sintesi. In poche parole ci ha messo davanti agli occhi gli elementi salienti del nostro tempo attraversando demografia, economia, ecologia e politica. È quello che cerchiamo di fare quando scegliamo di che cosa occuparci sulle pagine della Rivista: gli indici dell’annata 2017 alla fine di questo fascicolo lo testimoniano. Tra i temi che abbiamo trattato più spesso, recentemente abbiamo posto l’attenzione anche sull’impatto delle nuove tecnologie sulla vita quotidiana e sui cambiamenti culturali che sta provocando.

Effettivamente possiamo dire che siamo sempre più immersi in un ecosistema digitale. Internet e i social media hanno cambiato non solo il modo di comunicare, ma anche quello di pensare e reagire agli stimoli. Siamo all’inizio di un enorme cambiamento culturale che avanza a una velocità di cui non ci rendiamo conto, che incide nelle relazioni personali e intergenerazionali. Questo ecosistema digitale ha reso possibile una crescita della solidarietà, ma è anche la base di profonde divisioni, di spirali di odio e di una moltiplicazione virale di fake news, cioè di manipolazioni e inganni.

 

Di fronte a tutti questi fenomeni, la nostra domanda in redazione, e soprattutto quella che ci rivolgono i nostri lettori, non è soltanto di renderci conto di che cosa sta succedendo, ma anche di capire che cosa fare, o meglio come stare dentro a queste sfide, superando la tentazione dello sconforto e impegnandoci per promuovere una evoluzione nella direzione di una maggiore giustizia. Pensando a queste domande abbiamo bisogno di uno sguardo più penetrante, di una capacità profetica di leggere i movimenti della storia.

In effetti, in una prospettiva di fede la prima domanda che dobbiamo porci è: «Che cosa sta facendo Dio, come sta agendo Dio in questo mondo?». Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, insiste nel ricordarci che Dio è all’opera con il suo amore nel mondo; non per niente al cuore della spiritualità ignaziana c’è il discernimento, cioè il modo per cogliere come Dio è all’opera nel mondo e poi per ascoltare la sua chiamata a condividere questo suo lavoro a livello personale, comunitario e istituzionale.
Questo discernimento richiede profondità di sguardo, capacità di andare oltre la superficie e anche oltre il livello delle analisi e degli argomenti razionali, che è una tentazione normale per la maggior parte di noi. Si tratta invece di prestare attenzione ai movimenti spirituali, di passare dal chiederci «Che cosa è più logico o più conveniente?» a interrogarci su quale sia la volontà di Dio e quindi cercarne i segni nella storia personale e collettiva. È questo lo sguardo contemplativo per sant’Ignazio: non guardare “verso l’alto”, ma guardare il mondo incorporando progressivamente lo sguardo del Figlio. Non per niente i gesuiti sono chiamati a essere “contemplativi nell’azione”.
Per papa Francesco – non a caso è gesuita anche lui – questo atteggiamento contemplativo è una delle dimensioni dell’ecologia integrale, che «richiede di dedicare un po’ di tempo per recuperare la serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, per contemplare il Creatore, che vive tra di noi e in ciò che ci circonda, e la cui presenza “non deve essere costruita, ma scoperta e svelata”». Così si esprime ad esempio al n. 225 dell’enciclica Laudato si’.
Raccogliendo il suo invito, mi sento anch’io di insistere sull’importanza della contemplazione, che consente di cogliere l’operare di Dio nelle vicende della società e della storia, di cogliere i “segni dei tempi”. L’atteggiamento contemplativo è quello che non si ferma alla superficie dei fenomeni, ma scende nella loro profondità, abbracciando la rete di collegamenti in cui si inseriscono da una parte nella loro reciproca interazione, e dall’altra nella loro dinamica storica, ampliando lo sguardo nel tempo sul lungo periodo, fino appunto al modo con cui annunciano o inaugurano il realizzarsi del Regno di Dio.

 

La Congregazione generale (CG) 36ª della Compagnia di Gesù, svoltasi a fine 2016, si è misurata proprio con la sfida di rivolgere questo sguardo contemplativo sul mondo di oggi. Oltre a eleggere il nuovo Superiore generale, i delegati dei gesuiti di tutto il mondo avevano il compito di mettere a fuoco a che cosa il Signore ci sta chiamando nella concretezza delle circostanze odierne. Qual è stato il risultato?

Contemplando questo mondo alla luce della Parola di Dio e della nostra esperienza, la CG ha riconosciuto ciò di cui san Paolo già scriveva nella Seconda Lettera ai Corinzi, e cioè che Dio sta riconciliando con sé il mondo in Cristo. Attraverso la CG 36, la Compagnia di Gesù ha sentito fortemente «la chiamata a condividere l’opera di riconciliazione di Dio nel nostro mondo frantumato» (CG 36, Compagni in una missione di riconciliazione e di giustizia, decreto 1, n. 21) e ne ha identificato tre dimensioni: la riconciliazione con Dio, la riconciliazione gli uni con gli altri e la riconciliazione con la creazione. È così che la Compagnia di Gesù oggi vede la sua missione come parte della Chiesa, è questa la chiamata che sente di ricevere dal Signore.

 

Proviamo a esaminarle una per una. Secondo una certa mentalità, la riconciliazione con Dio rischia di apparire solo una questione intima e personale. Invece ha un risvolto sociale e politico. Mi vengono in mente le parole di papa Francesco alla Conferenza internazionale per la pace organizzata in occasione del suo viaggio al Cairo, quando ricordava che «la religione non è un problema ma una parte della soluzione».

Infatti la nostra missione è proprio provare a mostrare come la religione, la vera religione, ci aiuta a rendere il mondo più umano, non meno umano. Credo che questo sia uno dei motivi per cui papa Francesco è così efficace come leader religioso: è prima di tutto un testimone, che mostra in modo credibile come la fede in Cristo renda una persona libera, piena di gioia e capace di compassione. Noi gesuiti siamo consapevoli di avere bisogno di convertirci se vogliamo essere testimoni più efficaci. Le nostre parole sono spesso migliori della nostra vita.

 

E poi c’è la riconciliazione tra gli esseri umani o – come dice la CG – «dentro l’umanità».

Ci sarebbe molto da dire in proposito, ma mi limito a sottolineare due passaggi della CG 36. Il primo è quello in cui la Compagnia è inviata «a promuovere ovunque una più generosa cultura dell’ospitalità» (decreto 1, n. 26). L’ospitalità è una delle virtù più importanti e trascurate per il nostro mondo di oggi. Non si tratta semplicemente di benevolenza o di buona educazione: è la virtù che permette di percepire l’appello etico che ogni essere umano mi rivolge, indipendentemente dalla razza, dal genere, dalla classe sociale o dalla religione, semplicemente perché è un essere umano, creato a immagine di Dio. L’ospitalità è la virtù che permette alle persone di vedere coloro che sono diversi non come minacce o nemici da temere, ma come compagni da accogliere. Non è una mentalità facile da promuovere, perché così tanti nella nostra cultura – che si tratti sia di leader politici o (pseudo)religiosi sia dei mezzi di comunicazione – promuovono la paura, il sospetto e l’esclusione invece dell’ospitalità.
In secondo luogo, la CG 36 sottolinea l’importanza dell’istruzione nella formazione di uomini e donne impegnati e capaci di promuovere la riconciliazione. L’istruzione e l’educazione, in strutture sia formali sia informali, sono il più grande impegno apostolico della Compagnia di Gesù e il campo di una imponente collaborazione con tanti altri. Tra i tanti esempi, vorrei soffermarmi sull’azione del Servizio gesuita per i rifugiati (JRS), diffuso in tutto il mondo e in Italia noto soprattutto con il nome di Centro Astalli. Il JRS è sempre più impegnato nell’istruzione dei rifugiati a tutti i livelli (primario, secondario e anche superiore). Tra i rifugiati ci sono milioni di bambini e in media la durata dello sfollamento e del soggiorno nei campi profughi è di 17 anni: senza istruzione questi bambini rifugiati non avranno un futuro; senza istruzione, i campi profughi diventano semplicemente terreno fertile per l’estremismo. Allo stesso tempo, questi bambini non saranno rifugiati o sfollati a vita. Per questo hanno bisogno di essere formati per un futuro migliore.


C’è anche la terza dimensione, la riconciliazione con la creazione. Dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, come Rivista ci siamo impegnati molto a promuovere il nuovo approccio dell’ecologia integrale. Ci siamo resi conto di quanto sia faticoso, di quanto sia diffusa l’indifferenza per l’ambiente e di quanto potenti siano le resistenze, spesso per ragioni economiche. Anche le comunità ecclesiali non ne sono esenti: non sono pochi i credenti che stentano a riconoscere la cura della casa comune come parte della missione della Chiesa.

La CG 36 sostiene senza riserve l’analisi della Laudato si’ e chiede alla Compagnia di contribuire a promuovere la cultura della sostenibilità. Sappiamo che un altro mondo è possibile; che un sistema economico più umanizzante è possibile, e stiamo cercando di dare il nostro contributo per realizzarlo.
Ma la CG 36 non si limita ad auspicare grandi soluzioni a livello macro. Propone ai gesuiti due passi molto pratici e per certi versi più difficili. Il primo è «cambiare il nostro stile di vita personale e comunitario» (decreto 1, n. 30). Il secondo è «celebrare la creazione, rendendo grazie per “il tanto bene ricevuto”» (ivi). Mi tornano in mente le parole di un gesuita profondamente impegnato in campo ecologico, che insisteva che dobbiamo cominciare proprio con il ringraziamento per la creazione, perché non proteggeremo ciò che non amiamo, e potremo amare la nostra casa comune solo se saremo in grado di celebrarla e rendere grazie per essa.

 

Ma come può la Compagnia portare a termine una missione tanto vasta e articolata?

La collaborazione con gli altri è l’unico modo in cui la Compagnia di Gesù può compiere la sua missione. L’ampiezza e l’interconnessione dei problemi che affliggono l’umanità sono tali che solo lavorando insieme possiamo contribuire efficacemente alla loro soluzione. Lungo la strada della collaborazione, incontriamo persone e organizzazioni dedicate al servizio degli altri. Alcune di esse condividono la fede cristiana, altre la fede in Dio e altre ancora sono uomini e donne di buona volontà, tutti impegnati nel compito di riconciliare l’umanità. La collaborazione, poi, porta alla cooperazione attraverso le reti, che sono un modo creativo per organizzare il lavoro apostolico. Le reti facilitano la collaborazione tra le iniziative della Compagnia e con quelle di altri, oltre a mobilitare risorse.

 

Insistere sulla riconciliazione non vuol dire fare professione di irenismo. I conflitti esistono e vanno affrontati. Come è possibile disinnescarne la carica distruttiva, in particolare quando i conflitti impattano sull’ambito politico?

Non è possibile pensare la politica senza un legame stretto con l’etica, che mette il bene comune al primo posto, cioè al di sopra degli interessi individuali. È il passaggio che il pensiero classico fa con la distinzione tra cittadino e “idiota” (dal greco idiotes). Cittadino è chi è capace di riconoscere la priorità del bene comune. L’“idiota”, invece, cerca di far prevalere i suoi interessi particolari, pur legittimi, su quelli della società. L’“idiota” prescinde dalla politica, mentre il cittadino si inserisce responsabilmente nella vita sociale, nella polis, e contribuisce al benessere collettivo.
In questa prospettiva è importante sottolineare l’importanza della partecipazione, di fronte alla passività di tanti cittadini che non hanno ancora capito che “pubblico” non equivale a “statale”. Anzi, se vogliamo costruire effettivamente una società “sostenibile”, tutti, in un modo o nell’altro, siamo chiamati ad assumerci le nostre responsabilità, che significa valorizzare le nostre capacità per metterle a servizio di un progetto comune.

 

Progetto comune non è un’espressione molto di moda, almeno qui in Europa.

In realtà devo dire che noi latinoamericani guardiamo all’Europa con una certa “invidia”. L’Unione Europea ha percorso il cammino dell’integrazione di popoli, culture, tradizioni in un modo che sfida gli sforzi parziali e lenti fatti in America latina. Non vi rendete conto del patrimonio che avete, anche se è vero che l’Europa attraversa un momento critico. I nazionalismi, intesi come contrapposizione all’integrazione, nutrono atteggiamenti antipolitici.

 

La ringrazio per queste parole. Non è frequente ascoltare apprezzamenti positivi per il percorso di integrazione europea. Dominano la retorica euroscettica e i populismi nazionalisti.

Dalla mia prospettiva latinoamericana stride questo uso del termine populismo. Da noi questa parola ha tutt’altro significato, si colloca nel passaggio dal mondo agricolo alla società industriale, nel momento di formazione di movimenti e partiti di massa con una soggettività politica. Poi è diventato sinonimo di demagogia, che è tutt’altra cosa. Nel linguaggio mediatico europeo populismo indica invece forme di individualismo politico che potrebbero indebolire la democrazia e sfociare nell’autoritarismo.

 

Ma dove troviamo le risorse per portare avanti un progetto alternativo?

Mi sembra che la Chiesa abbia qualcosa da offrire in questo campo, se si appropria della profondità del suo essere cattolica, cioè capace di inserire la varietà culturale in un solo corpo. Non è necessario cambiare cultura per essere cristiano: ogni cultura va trasformata dal Vangelo ma può accoglierne il messaggio. È questa la vera universalità, che si contrappone a un pensiero unico globalizzante che impone modelli di consumo e politiche economiche all’insegna dell’uniformità. La Chiesa ha un ruolo da giocare da questo punto di vista e l’Europa ha accumulato un’esperienza preziosa.

 

La direzione verso cui muoversi mi sembra chiara, ma per mettersi in movimento occorre avere chiari gli strumenti, gli obiettivi intermedi, i compagni di viaggio. Torniamo a un punto che abbiamo già affrontato, cioè la necessità della formazione, e di quella politica in particolare. Visto l’ambito in cui si muove la Rivista, è una questione che ci sta molto a cuore.

Ci vuole una formazione politica per aiutare tutti a diventare cittadini, corresponsabili della vita comune, disposti a partecipare ai diversi livelli della vita sociale. Ci vuole una formazione politica che permetta di gestire la grande quantità di informazioni oggi disponibili. La formazione politica è il vaccino contro il fondamentalismo derivato dalle ideologie e dagli atteggiamenti anti-politici.
Ci troviamo nuovamente davanti all’importanza del discernimento. Con il vostro motto, «Orientarsi nel mondo che cambia», lo avete accolto come missione. Anche sui temi politici o politicamente rilevanti si tratta di indirizzarsi alle coscienze, per permettere a ciascuno di compiere scelte libere e responsabili. Questo è più importante che entrare nell’agone politico e nel conflitto tra i partiti. Per chi poi come voi opera nel campo della comunicazione, questa attenzione alla formazione delle coscienze impone innanzi tutto di partire da un ascolto attento della realtà, capace di pause di silenzio e di accoglienza.

 

Quindi, se capisco bene, anche per fare bene politica e formazione politica, il primo passo è quello di curare l’interiorità. Ma non si rischia di rallentare l’azione di trasformazione della realtà?

Partecipare ai processi sociali e politici richiede di affrontare tensioni interiori e un dialogo all’interno di ciascuno di noi: l’antropologia ignaziana sottolinea che siamo abitati da diverse “voci” e che solo praticando il silenzio e il raccoglimento impariamo a riconoscerle, per poter scegliere a quali affidarci. La prima lotta è sempre quella interiore, tra le molte spinte – sant’Ignazio le chiamava “affetti” – che percepiamo dentro di noi. Un esempio che è diventato famoso è quello della contrapposizione tra il credente e il non credente che sono in ciascuno di noi: lo conoscerete meglio di me, vista l’importanza della riflessione del card. Martini a questo riguardo. Le diverse spinte che percepiamo al nostro interno rappresentano anche delle istanze sociali: riconoscerle e imparare a gestire il conflitto a livello interiore ce le fa diventare più familiari anche nella sfera pubblica e trasforma il nostro modo di interagire con gli altri.

 

Il tempo a nostra disposizione sta per terminare. La ringrazio di cuore per gli orizzonti che ha saputo aprire davanti ai nostri occhi e anche per l’incoraggiamento a proseguire nel nostro lavoro. Prima di salutarci le rivolgo un’ultima domanda, anche a nome dei nostri lettori. Per quanto sia avvincente una sfida, viene sempre il momento in cui si sente la fatica. Qual è il segreto per non mollare, per non perdere l’entusiasmo?

La speranza. Quella che nasce dalla consolazione dell’incontro con il Signore Risorto. La CG 36 ne parla in continuazione, ne fa il fondamento del rinnovamento della nostra stessa vita apostolica come gesuiti, e insiste: «C’è bisogno più che mai di portare un messaggio di speranza» (decreto 1, n. 32). C’è tanta disperazione e desolazione nel nostro mondo. Le speranze che il mondo consumista dà ai giovani – un nuovo cellulare, un nuovo gadget – sono troppo piccole per il cuore degli esseri umani. Molti abbracciano movimenti estremisti proprio perché sono capaci di unire i singoli, offrendo una meta, un sogno o una narrazione che valgono il sacrificio della vita. E noi? Dove trovo la speranza nella mia vita o nel lavoro? Che cosa facciamo per far crescere la speranza in quelli che serviamo?

 

P. Arturo Sosa SJ

Nato nel 1948 a Caracas in Venezuela, studia al collegio Sant’Ignazio dove scopre la bellezza di dedicarsi agli altri. Entra in Compagnia il 14 settembre 1966 e studia poi teologia a Roma, sperimentando la dimensione internazionale della Compagnia. Intraprende gli studi di scienze politiche alla Universidad Central del Venezuela, diventando direttore della Revista Sic del centro Gumilla. Nel frattempo, lavora a Táchira, al confine con la Colombia, per un progetto interprovinciale in collaborazione con Fe y Alegría. Nel 1996, nominato provinciale, partecipa alla nascita della Conferenza dei Provinciali dell’America Latina (CPAL) e assiste allo sviluppo dell’Associazione delle Università (AUSJAL), un vero e proprio corpo interconnesso vivace e di grande respiro. Del suo percorso nella Compagnia di Gesù ricordiamo che nel 1975 incontra a Roma p. Arrupe alla Congregazione generale (CG) 32 e ne rimane affascinato. Partecipa alla successiva CG a soli 34 anni, alla CG 34 conosce p. Nicolás e con la CG 35 viene coinvolto nel governo centrale come assistente non residente del Generale. P. Sosa impara da questa esperienza l’importanza di tenere viva la connessione con la Compagnia universale anche nel governo ordinario e non solo nella fase della congregazione. Nel 2014 p. Nicolás gli chiede di occuparsi, come suo delegato, delle case internazionali a Roma. Lascia così l’incarico di rettore dell’università cattolica di Táchira e si trasferisce nella città eterna. Alla CG 36 il 14 ottobre viene eletto nuovo Superiore generale della Compagnia di Gesù. Collaborazione, interculturalità e profondità culturale sono i temi che gli stanno a cuore.

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

No
No
01
02
03
04
05
06-07
08-09
10
11
12

CERCA NELL'ARCHIVIO

ARCHIVIO ANNATE

CERCA NEL SITO

Aggiornamenti sociali è su: