• Al di là delle montagne
Scheda di: 

Al di là delle montagne

Jia Zhang-Ke
BiM Distribuzione, Cina, Francia, Giappone 2015, Drammatico, Durata: 131 min.
Fascicolo: 

La trama del film

Nel 1999, a Fenyang, gli amici di infanzia Liangzi, operaio di una miniera di carbone, e Zhang, proprietario di una stazione di servizio, corteggiano la giovane Tao (interpretata da Zhao Tao, musa e moglie del regista, nonché protagonista di Io sono Li di Andrea Segre). La ragazza decide di sposare il ricco Zhang e, dopo il matrimonio, dà alla luce un figlio chiamato Dollar. Quindici anni dopo, Tao è una donna divorziata, che soffre per la separazione dal figlio, trasferitosi prima a Pechino e poi in Australia col padre. Infine, nel 2025, in Australia, il diciannovenne Dollar non parla più cinese e fatica a comunicare con il padre, che è ormai in bancarotta. Tutto ciò che riesce ancora a ricordare delle proprie radici è il nome della madre.


Jia Zhang-Ke è l’esponente di maggior rilievo della cosiddetta “sesta generazione” del cinema cinese. Si tratta di un gruppo di registi – molti dei quali documentaristi – che hanno saputo utilizzare lo strumento cinematografico per riflettere sul processo di modernizzazione economica della Cina. Tuttavia il suo cinema non è riducibile a un’indagine limitata solo alla realtà cinese, ma si confronta in generale con le derive complessive del capitalismo. Anzi, il suo ampio respiro ne fa una lente formidabile per riflettere su processi che riguardano anche l’Europa e gli Stati Uniti.

Le storie raccontate da Jia sono inestricabilmente legate al contesto socio-economico dei personaggi. È proprio il cambiamento di natura produttiva ed economica, in genere, a innescare delle trasformazioni nelle esistenze dei protagonisti. Nella docufiction 24 City (2008), ad esempio, alcuni operai raccontano le loro vite dopo la chiusura della fabbrica, smantellata per far posto a un nuovo quartiere residenziale, mentre nel più noto Still Life il dramma dei personaggi si connette all’evacuazione dovuta alla costruzione della diga delle Tre Gole. Con Al di là delle montagne, in concorso al Festival di Cannes del 2015, Jia intende invece riflettere più specificatamente sull’identità del suo popolo: che cosa significa, nel mondo globalizzato di oggi, essere cinesi? Il regista affronta l’interrogativo calandolo nel tempo, nella costruzione talvolta ingannevole e fuorviante della grande storia, la cui narrazione procede come somma di grandi avvenimenti, ma che troppo spesso ignora la complessità del vissuto individuale.

Al di là delle montagne si articola in tre grandi segmenti che coprono lo spazio di venticinque anni, dalla fine del 1999 al 2025: sono proprio questi gli anni in cui, secondo Jia, il volto della Cina si trasforma radicalmente. Il nuovo millennio rappresenta infatti l’avvio di uno spostamento della potenza asiatica verso l’Occidente: per questo il film si apre e si chiude sulle note di una canzone popolare, Go West dei Pet Shop Boys, incisa nel 1993, sull’onda dell’entusiasmo per la caduta del Muro di Berlino. Negli anni Novanta in Cina la canzone rappresenta la speranza, l’ottimismo nei confronti del futuro, la promessa di felicità data dal nuovo slancio economico. La protagonista Tao balla per ben due volte su queste note ma, mentre la prima volta lo fa da giovane, circondata da altri coetanei, la seconda volta la sua danza è eseguita in totale solitudine, sotto una malinconica coltre di neve. Una metafora della parabola tracciata dalla Cina in questi anni, dove l’adesione al modello capitalista ha condotto il Paese a primeggiare tra le potenze economiche, ma ha anche ridotto l’identità nazionale a uno spettro, privandola nuovamente della propria “sostanza” dopo la Rivoluzione culturale.

Nel 1999 Jia Zhang-Ke aveva ripreso con una telecamera alcuni momenti della notte di Capodanno, che testimoniavano la frenesia e l’eccitazione per la nuova era. Sono immagini caotiche, di massa, con individui che fanno festa in stato quasi confusionale, senza pensare al prezzo che il cambiamento radicale potrà comportare. Il regista ha scelto di inserire tali immagini nella prima parte del film, fondendole con la storia di Tao (cfr la trama nel riquadro a p. 81). La realtà delle sequenze di repertorio entra così in cortocircuito con la finzione, in una pellicola che adotta il punto di vista di personaggi ai margini della storia per raccontare la modernizzazione capitalistica cinese e le sue ricadute soggettive sulla vita delle persone.

La prima di queste conseguenze è senza dubbio quella dello squilibrio sociale: a fronte di una fetta di popolazione che acquisisce un nuovo status grazie allo sviluppo industriale, la maggior parte delle persone sopravvive in condizioni di estrema povertà, lavorando incessantemente senza la minima tutela. I due pretendenti di Tao rappresentano due percorsi diversi che la Cina potrebbe intraprendere: Liangzi incarna la provincia, il lavoro e la fatica, mentre Zhang è la Cina che si apre alla globalizzazione e che inizia a coltivare il culto del benessere materiale. Nella seconda parte, vediamo il prevalere del secondo modello: Zhang diviene proprietario della miniera in cui lavora Liangzi e si trasferisce a Pechino, dove Dollar studierà in un’università internazionale; mentre Liangzi, che ha sposato un’altra donna, si ammala gravemente dopo 15 anni di lavoro nella stessa miniera che ha decretato il successo del suo vecchio amico d’infanzia divenuto neocapitalista. Anche a livello geografico, la Cina messa a fuoco dal regista riflette questa disuguaglianza. Nel 1999 la storia si svolge a Fenyang, nello Shanxi, la regione del Nord della Cina di cui è originario lo stesso regista. Un paesaggio spoglio e inospitale – lontano dal Sud-Ovest delle metropoli e della ricchezza – in cui l’agricoltura e l’industria mineraria sono le attività economiche principali.

Il titolo inglese del film, Mountains May Depart, letteralmente “le montagne possono essere spostate”, potrebbe far riferimento alla forza del popolo cinese, che nel giro di pochi anni è stato in grado di costruire letteralmente l’impossibile, come dimostrano i grattacieli avveniristici sorti in un battere di ciglia a Pechino. Il passaggio dalla periferia al centro economico del Paese è segnato anche dall’adozione di lingue diverse: inizialmente i personaggi parlano il dialetto dello Shanxi, mentre nel 2014 parlano cinese e nel 2025 inglese. Il distacco della Cina dalla propria identità è quindi espresso dal regista utilizzando ogni singola componente del linguaggio filmico, dall’elemento visivo a quello sonoro. Va segnalato anche il lavoro compiuto sul formato dell’immagine, che cambia per ben tre volte lungo il racconto: il formato ristretto 1.33 è usato per il 1999, il formato panoramico 1.85 per il 2014 e il più esteso Cinema Scope 2.35 per il 2025. Come a dire che, per “contenere” questa espansione economica senza precedenti, anche il film ha dovuto allargare i propri margini.

Jia Zhang-Ke non si accontenta di analizzare il passato recente e l’attualità: nel terzo segmento, come abbiamo visto, prova a ipotizzare il futuro dei figli della nuova Cina. L’avvenire non può svolgersi che in Australia. Qui i personaggi riescono ormai a comunicare solo tramite Google Translate, perché Dollar ha rimosso completamente il suo passato, e la nuova società dei consumi ha stravolto in maniera talmente profonda la vita quotidiana di miliardi di persone da mutarne la percezione del tempo. Se la prima parte di Al di là delle montagne celebrava la gioventù e la vita, mentre la seconda guardava con toni più cupi alla disillusione e alla morte, nel 2025 Dollar si ritrova immerso in una dimensione che non contempla né presente né passato, in quanto il senso del tempo è stato completamente rimosso. In questo eterno presente – amplificato dai nuovi dispositivi digitali che appaiono nel film, con il loro rendere tutto immediatamente disponibile e a portata di mano – anche le relazioni affettive e sociali sembrano smarrire il senso di un principio e di una fine per appiattirsi sull’oggi. Quando a scuola Dollar deve dire chi sia sua madre, la risposta tradisce la sua condizione esistenziale: «Sono nato in provetta». E quando incontra finalmente una figura materna, ovvero l’insegnante, finisce per invaghirsene, proprio per la sua incapacità di percepire gli scarti generazionali.

Eppure, in questo magma indistinto, qualcosa che risale al passato è destinato a lasciare traccia. È un nome: il nome della madre, sussurrato e consegnato al mare in tempesta. Non un ritorno alla cultura originale o a un precedente modello economico, bensì la consapevolezza che oltre la storia, la politica e l’economia vi sono l’uomo e l’amore. E che non esistono spostamenti di montagne capaci di cancellarli.


BOXINO

La storia del cinema cinese è convenzionalmente suddivisa in “generazioni”. Tra queste, la quinta è emersa durante gli anni Ottanta grazie a registi cresciuti dopo la fine della Rivoluzione culturale e vicini al movimento di Tienanmen, come Zhang Yimou (Lanterne rosse [1991], Non uno di meno [1999]). La sesta generazione è invece quella che inizia a farsi conoscere negli anni Novanta e che vive in prima persona la modernizzazione capitalistica di questi anni. I registi, particolarmente legati a temi politici e sociali, tendono ad aggirare la censura cinese attraverso una distribuzione internazionale delle loro opere o una circuitazione underground in patria.

Jia Zhang-Ke è stato premiato col Leone d’Oro alla Mostra di Venezia nel 2006 per Still Life e per la sceneggiatura a Cannes nel 2013 con Il tocco del peccato.

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