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25 aprile: riscrivere la storia?

Di fronte al crescere dei richiami al fascismo, ci interroghiamo sul valore della storia, cercando una via tra chi nega gli eventi del passato e chi invece rimane ancorato senza elaborarli, per trovare una memoria “giusta” che ricostruisca una verità nella quale tutti possano riconoscersi.
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Non si richiedono doti particolari di chiaroveggenza per prevedere che il prossimo 25 aprile sarà accompagnato da polemiche sul senso della celebrazione e sulla partecipazione a cortei e manifestazioni. È stato così negli ultimi anni e molti segnali lasciano intravedere che la questione si riproporrà ancora, se mai con maggiore evidenza. Non sono stati pochi negli ultimi mesi gli episodi che indicano la persistenza del richiamo al fascismo, anzi il suo crescere, accompagnati da reazioni anche violente e annesse polemiche: dal raid dei naziskin in un centro di accoglienza per migranti a Como (novembre 2017), al blitz di Forza nuova sotto la sede de la Repubblica (dicembre 2017) e negli studi dell’emittente televisiva La7 (febbraio 2018), dalla sparatoria sui migranti a Macerata al pestaggio di un leader di Forza nuova a Palermo, sempre nel mese di febbraio.

Sempre più frequenti sono anche le dichiarazioni di esponenti politici che relativizzano il giudizio negativo sul ventennio fascista, ricordandone alcuni risultati positivi, come la bonifica delle paludi pontine o l’introduzione di un sistema previdenziale. Altri segnalano come il fascismo sia da considerare ormai morto e sepolto e non possa più costituire un pericolo, mentre lo è la retorica violentemente antagonista di alcune componenti sociali e il conseguente ritorno a un uso demonizzante dell’etichetta “fascista” a scopo propagandistico, senza alcun riferimento concreto all’esperienza storica del ventennio. Questi episodi si inseriscono in una deriva che ha reso comune, e per alcuni accettabile, il ricorso all’insulto sistematico dell’avversario all’interno della contesa politica.

Di fronte a questo scenario, non mancano moniti decisi e anche gesti di grande pregnanza, come la scelta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di nominare senatrice a vita Liliana Segre, reduce dell’Olocausto, o le ferme parole da lui pronunciate in occasione della Giornata della memoria dello scorso gennaio: «Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il fascismo ebbe alcuni meriti ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con fermezza». Resta tuttavia l’impressione che il richiamo ai valori della Resistenza e della Costituzione, alla base dei primi cinquant’anni di storia repubblicana, abbia perso una reale capacità di incidere, per risultare sostanzialmente protocollare, in particolare nei confronti delle generazioni più giovani, che faticano a riconoscersi e a sentirsi coinvolte in una storia che non hanno vissuto e che conoscono poco. Altri temi dell’agenda politica paiono dotati di un potere di mobilitazione ben maggiore.

Non si tratta peraltro di un fenomeno unicamente italiano. Il revisionismo storico e il suo contrasto anche attraverso apposite leggi fa parte dell’agenda politica di numerosi Paesi europei da molti anni. Recentemente, a inizio febbraio, la Polonia ha introdotto una legge sull’Olocausto, poi congelata, che stabiliva pene per chiunque legasse al Paese i campi di sterminio o affermasse un coinvolgimento e una responsabilità della popolazione polacca nei crimini nazisti. Oltre Atlantico è lo stesso presidente Trump ad aver ormai sdoganato con i suoi tweet e i suoi discorsi un linguaggio aggressivo, con un frequente ricorso all’insulto, rilanciando posizioni e personaggi di estrema destra.

In questo contesto appare giustificata la preoccupazione che si finisca per dare una patente di legittimità, soprattutto in ambito politico, a comportamenti di violenza anche fisica, di prevaricazione, di insulto, di intolleranza e discriminazione verso chi è portatore di una diversità di qualsiasi tipo (di religione, lingua, cultura, etnia, genere, ecc.), oltre a una cultura politica che con molte ambiguità lega valori tradizionali come patria e famiglia – e spesso anche Dio e religione – ad atteggiamenti autoritari e a un’attenzione paternalista verso i bisogni non di tutti, ma solo di quelli tra i poveri che possono essere riconosciuti come “nostri”.

Anche il revisionismo si inserisce in questo quadro e torna a riproporre la questione del rapporto della nostra società con la storia da cui proviene, o, in altri termini, della valenza politica della storia. Su questo punto intendiamo soffermarci e proporre alcune riflessioni, proprio in vista delle celebrazioni del prossimo anniversario della Liberazione: come mai il giorno che dovrebbe riportarci tutti «alle origini della democrazia e della nostra convivenza, e al sacrificio dei tanti che persero la vita per la libertà e per ridare all’Italia la sua dignità» – per citare ancora le parole del presidente Mattarella pronunciate il 25 aprile 2017 – rischia ogni anno di fomentare divisioni e polemiche? Che cosa ci dice questo fatto non solo e non tanto sullo stato del nostro sistema politico e mediatico, e sulla retorica prevalente nel discorso pubblico, ma più in radice sulla difficoltà di trovare una base per costruire quel legame sociale di cui abbiamo bisogno per sostenerci come collettività?

Di fronte a chi nega: il limite del fatto storico

Di fronte alle tesi revisioniste che propongono una ricostruzione dei fatti storici radicalmente diversa da quella convenzionale – il caso più eclatante resta quello di coloro che negano l’Olocausto e l’esistenza dei campi di sterminio nazisti – proviamo sentimenti analoghi a quelli provocati dalle fake news: un misto di incredulità, di sconcerto, di rabbia, ma anche di impotenza. Nessun fatto, nemmeno quello considerato più lampante, e nessuna argomentazione riescono a scalfire la certezza di coloro che le sostengono. Anzi, magari anche a partire da informazioni in sé corrette, ma insignificanti e isolate dal loro contesto, questi traggono indebite generalizzazioni a sostegno delle proprie convinzioni.

In questi casi, la storia sembra perdere ogni riferimento alla verità e il suo metodo, fatto di uso critico delle fonti e di comparazione dei documenti, pare smarrire la sua potenza di fronte a chi pretende di usarlo in modo strumentale, cioè senza applicarlo in primo luogo alle proprie argomentazioni. Continuare a insistere, a portare fatti e a dibattere non serve a niente: negazionisti e revisionisti sono impossibili da convincere. Anzi, l’unico risultato paradossale è che si finisce per accreditarli come interlocutori, legittimandone le posizioni e il metodo.

Questa esperienza ci ricorda due cose. La prima è che i fatti del passato non possono essere cancellati o cambiati, ma il filo che li unisce in una concatenazione di senso non è mai fissato una volta per tutte. Del passato sono sempre possibili nuove interpretazioni e nuove narrazioni, che non possono però essere “a piacere”, puramente soggettive o di parte, ma devono rispettare i criteri di metodo che rendono la storiografia una scienza. Essi prevedono dei margini per un pluralismo delle interpretazioni, ma senza smarrire il riferimento alla realtà storica. Per spiegarlo con un’analogia: di un testo in lingua straniera è possibile una molteplicità di traduzioni, ma, come impariamo a scuola, alcune sono sbagliate perché si basano su uno o più errori.

Il secondo elemento da non perdere di vista è che la narrazione del passato rappresenta il terreno della lotta politica, oggi come sempre. Il potere, infatti, qualunque esso sia, ha bisogno di legittimarsi, di trasformare cioè in un diritto riconosciuto la forza con la quale si è insediato: un modo efficace di farlo è proprio una narrazione del passato che offra una giustificazione del presente. Gli esempi potrebbero essere infiniti, a partire dalle ricostruzioni romanzate delle origini delle dinastie di ogni tempo. Persino la composizione attuale del Consiglio di sicurezza dell’ONU, con quello che comporta per gli assetti geopolitici globali, affonda le radici della propria legittimità in un evento del passato, cioè l’esito del secondo conflitto mondiale.

Si impone quello che Habermas ha chiamato «un uso pubblico della storia», cioè un uso politico. L’effetto è però che alla storiografia non si chiede soltanto la conoscenza di quello che è accaduto e una ricostruzione asettica dei fatti – ammesso e non concesso che possa esistere –, ma un giudizio morale e politico che giustifichi il presente sulla base del passato o, al contrario, legittimi le aspirazioni al cambiamento degli assetti sociali e politici. Gli esiti del Novecento esaltano questa dinamica e la necessità di essere consapevoli della sua forza e della sua ambiguità: da una parte infatti il secolo delle ideologie ha sperimentato più di ogni altro come la storia possa essere manipolata, occultata e stravolta a fini politici, dall’altro i processi di decolonizzazione politica e di liberazione culturale rendono palese che i soggetti della storia sono molti, ciascuno legittimato a raccontarla dal proprio punto di vista. La narrazione della storia da parte degli oppressi, come le donne o le minoranze di ogni genere, non è la stessa di chi detiene il potere, fino a richiedere l’utilizzo di parole diverse. Giusto per fare un esempio, nel 1992 abbiamo celebrato i 500 anni della scoperta o della conquista dell’America da parte degli europei?

La fragilità del testimone e i rischi della memoria

A fronte di questa deriva “giudiziaria”, che trasforma il lavoro dello storico nell’elaborazione di un verdetto sul passato, tanto più assume rilevanza la figura del testimone. Ma, come insegna l’esperienza dei tribunali, questo non rappresenta affatto la soluzione del problema della ricerca della verità storica.

Il punto riguarda in modo particolare una categoria specifica di testimoni: non le semplici persone informate dei fatti, ma coloro che vi hanno preso parte, spesso contro la propria volontà, cioè i testimoni-vittime. Se accetta di sottoporsi al giudizio della scienza storica, la vittima avrà sempre torto. Anche lo storico che si pone al suo fianco e cerca di difenderla e di sostenerne le affermazioni, si troverà in difficoltà di fronte agli inevitabili limiti di ogni memoria, come vuoti e lacune, falsi ricordi e ricordi di copertura, finendo per prestare il fianco a una delegittimazione radicale a opera di chi propugna le tesi opposte. Di fronte a questa radicale fragilità della memoria, specie a seguito di esperienze particolarmente traumatiche e dolorose, si ripropone, in tutta la sua profondità, la domanda del poeta rumeno ebreo Paul Celan: «Chi testimonia per il testimone?». Chi o che cosa può venire in soccorso alla sua memoria fragile e incerta, ricostruire la fiducia nella testimonianza e dare affidabilità alla narrazione storica?

La questione della memoria e della sua fragilità non investe soltanto la persona del testimone, ma l’intera collettività. Il 25 aprile ne rappresenta un buon esempio: non basta infatti lasciare spazio alla memoria dei protagonisti per trasmettere i valori della Resistenza che stanno alla base della Costituzione repubblicana. I ricordi, con la loro differenza e discordanza, possono dividere ben più che unire. E anche a livello collettivo, quindi, occorre un lavoro che eviti quelle che il filosofo francese Paul Ricoeur nel suo La memoria, la storia, l’oblio (Raffaello Cortina, Milano 2013) chiama «patologie della memoria»: da una parte la sua “insufficienza”, cioè un oblio che vorrebbe far finta che il passato non esiste; dall’altro il suo eccesso, che schiaccia il presente sul passato.

Nel primo caso, in maniera più o meno consapevole e responsabile, il passato viene sottaciuto, occultato, messo da parte. Ma quando il passato è fatto di ingiustizie, questa operazione da una parte lega le vittime alla loro condizione e la perpetua, dall’altra apre lo spazio per la ripetizione di quanto accaduto, non permettendo di confrontarsi con le cause del male che contiene. Il progetto di sterminio nazista, per compiersi, richiede la negazione che sia mai avvenuto: solo così l’annientamento è completo. Ma questa negazione del passato diventa condizione di possibilità del suo ripetersi: se ciò che è avvenuto è occultato anziché essere assunto e giudicato per ciò che è, nulla impedisce che si verifichi nuovamente. Anzi, i meccanismi psicologici della coazione a ripetere lo rendono l’esito più probabile. La violenza e l’intolleranza radicale della diversità che sono intrinseche al progetto politico del nazismo e del fascismo non possono in alcun modo essere relativizzate, provando a controbilanciarle con eventuali risultati positivi. Farlo è un tentativo di occultamento del passato. Di fronte a questi tentativi dobbiamo chiederci quale sia l’obiettivo di chi nega o sminuisce la violenza del passato nazista e fascista. Dove vuole arrivare? Lo stesso discorso, fatte le debite distinzioni, vale per tutti i “pezzi” della storia che come società non vogliamo ricordare e cerchiamo di tenere chiusi nell’armadio o nel segreto di qualche archivio, protetti da omissis e segreti di Stato, a partire dal periodo del terrorismo e di quel sequestro Moro di cui ricorre in queste settimane il quarantesimo anniversario. Quali sono le ragioni e soprattutto quali possono essere le conseguenze di questa fatica o, addirittura, rifiuto di fare i conti con il passato?

L’eccesso opposto all’oblio è un attaccamento alla memoria che non ne accetta la fragilità e la trasforma in una sorta di totem che impedisce quello che in termini psicologici si chiama “lavoro del lutto”: il passato non viene consegnato alla storia, non si riesce a voltare pagina e qualunque evoluzione, personale e sociale, risulta bloccata. Il presente risulta schiacciato dal peso del passato e non può quindi generare il futuro. L’immagine della ferita che non si rimargina esprime il dolore e la debolezza che ne conseguono.

Di fronte a queste patologie, si apre la domanda su come elaborare un’etica e una politica della giusta memoria, che renda generativo il passato, consentendo l’espressione e l’appropriazione dei valori e dei significati di coloro che ne sono stati protagonisti. E anche la presa d’atto dei disvalori e delle contraddizioni che le loro azioni concrete ugualmente ci consegnano. Le difficoltà non devono farci arrendere: il lavoro della memoria è un passaggio indispensabile per la costruzione dell’identità di qualsiasi nazione, popolo o gruppo umano. Attraverso la narrazione e la celebrazione, la memoria individuale dei protagonisti acquisisce una dimensione sociale e può diventare la base di una esperienza condivisa di senso e quindi fondare una prospettiva in cui riconoscersi insieme e a cui tutti partecipare per costruire il futuro. Le comunità storiche in particolare hanno bisogno di identificare avvenimenti su cui fondare o rinforzare la propria identità e i propri progetti.

Certo, come ci insegnano le vicende controverse del 25 aprile, quanto più la celebrazione dell’evento fondatore di una comunità si ritualizza e si trasforma in un cerimoniale – processo inevitabile con il trascorrere del tempo ‒, tanto più si impone all’attenzione il retroterra ideologico e manipolatorio e si apre lo spazio del revisionismo storico: criticare l’evento su cui la comunità fonda la propria identità è un modo per delegittimare i valori e il senso alla base della convivenza e orientare in una nuova direzione la traiettoria di sviluppo della collettività.

Per uscire dall’impasse appare così inevitabile affrontare insieme la questione della verità della storia. Solo evitando di ridurla a una insostenibile “oggettività scientifica” e assumendone la dimensione politica (come abbiamo visto nel primo paragrafo) e grazie a un lavoro di consapevolezza che eviti le patologie della memoria che abbiamo appena menzionato, potremo disporre di un criterio per valutare le pretese di chi nel passato cerca la legittimità della sua posizione nel presente.

Ripensare la verità storica

Nella tradizione classica, il termine verità (aletheia in greco, da a-lethès, “non nascosto”) rimanda allo svelamento di ciò che è nascosto e alla luce che squarcia l’oscurità, prestandosi a una interpretazione intellettualistica e concettuale del termine. Nella tradizione biblica, come mette in evidenza papa Francesco nel Messaggio per la 52a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 gennaio 2018), dedicato non a caso al tema delle fake news, il termine va riferito alla vita nel suo complesso e la radice rimanda al campo semantico della solidità e del sostegno. La verità non è semplicemente ciò che è scoperto, ma ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere, è il terreno su cui si può camminare insieme senza sprofondare. In questo senso, essa si sperimenta non come dato di fatto oggettivo, ma come relazione di fiducia, fedeltà e affidabilità. È in questa relazione di fiducia data e ricevuta che la memoria si pone come atto di verità, liberandosi dalle proprie patologie e dal dubbio a cui la sua stessa fragilità la consegna. La verità, anche quella storica, non si impone dall’esterno come qualcosa di estrinseco e di impersonale, ma sgorga dall’ascolto, dall’incontro e dalla relazione libera tra le persone. È continua ricerca, nella consapevolezza che è un cammino sempre da compiere e un impegno a proporre soluzioni perché si possa avanzare nella sua comprensione. Per questo la verità non può che essere inclusiva e partecipativa.

Diventa possibile allora valutare la verità di un atto di memoria anche sulla base dei suoi frutti. Vero è ciò che, pur fragile, unisce, sostiene, collega, coinvolge, promuove la solidarietà e il bene comune; non lo è ciò che divide, isola, frantuma, crea divisione, opposizione e conflitti non costruttivi. Un’argomentazione può essere incontrovertibile, ma se il suo scopo è screditare, se non ferire o distruggere l’altro, non è animata da un reale intento di verità.

Ci sembra un criterio interessante a cui fare riferimento anche per affrontare le dispute sul revisionismo e sul negazionismo, senza rimanere bloccati in un confronto fra interpretazioni che, come abbiamo visto, è potenzialmente senza fine. La valutazione delle fonti su cui si basa un’affermazione va integrata con quella dell’intenzione di chi la propone. In questa accezione, risulterà “vero” ciò che permette il riconoscimento di tutti i soggetti coinvolti in una vicenda, aprendo una possibilità di futuro e di evoluzione a partire dalla ricostituzione di un legame; al contrario, dovrà essere rigettato ciò che ostacola la fiducia e il riconoscimento, spingendo la memoria verso le sue patologie e la società verso la paralisi. Come altre ricorrenze, il prossimo 25 aprile potrà rappresentare una occasione per mettere alla prova questo criterio di verità, all’interno del particolare momento politico che stiamo vivendo, in cui è effettivamente in gioco il fondamento dell’identità del Paese e la direzione verso cui indirizzarne lo sviluppo.

Sulla base di una verità che non si impone, ma si propone come spazio di vita, abitato e abitabile, dalle molte facce ma mai ridotto in frantumi o a brandelli, diventa possibile ricorrere al passato per fondare una identità collettiva, senza che sia divisivo o escludente. Questa verità permette infatti di assumere la complessità e la contraddizione senza rimanerne schiacciati, di accettare il conflitto tra polarità e punti di vista senza rendere totalizzante una prospettiva e senza continuare a mancare di rispetto alle vittime. Sarà interessante anche provare a ingaggiare i negazionisti e i revisionisti su questo piano, smascherando le loro intenzioni: le loro argomentazioni non reggeranno se sono animate non da una intenzione di verità in senso relazionale, ma dal desiderio di dividere, distruggere e negare lo spazio alla possibilità del diverso.

Inserite in questa prospettiva, le diatribe che accompagneranno il prossimo 25 aprile potrebbero rivelarsi anche una preziosa opportunità. Per dischiudere a quel passato la sua capacità di generare futuro – ci sembra legittimo tradurre così il termine “liberazione” –, l’evento che fonda una identità collettiva non può essere oggetto di una rievocazione protocollare, ma deve aprirsi in modo che la sua verità possa rappresentare la base di nuove relazioni. Il suo valore dovrà essere reso riconoscibile anche a chi non l’ha vissuto in prima persona – ormai la grande maggioranza della popolazione –, in modo da risultare accogliente e inclusivo per tutti, anche per chi è arrivato da poco nel nostro Paese, portandosi dietro un passato diverso, ma che può risuonare con il nostro. Scoprire ciò che lega oggi le nostre memorie, articolandone le differenze, è la sfida che le ricorrenze storiche ci ripropongono ogni anno. L’alternativa è utilizzare il passato per assolutizzare i conflitti del presente, rendendo impossibile il loro superamento e chiudendo la porta al futuro.

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