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Sinodo 2018: il dono dei giovani

Il Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” si è concluso lo scorso 28 ottobre e ora si apre una nuova fase per la Chiesa: fare proprio quanto emerso a livello di contenuti e di metodo.
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Lo scorso 28 ottobre si è conclusa la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata al tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, ma il cammino intrapreso non è certo terminato. L’Assemblea, preparata attraverso un percorso di circa due anni, ha visto per circa un mese riuniti in Vaticano oltre 250 Padri sinodali provenienti da tutto il mondo, insieme a 49 uditori, tra cui 34 giovani, a 23 esperti e a 8 delegati fraterni, rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, e un invitato speciale. È stata un’esperienza densa, fatta di ascolto reciproco e di lavoro comune, a cui ho avuto la gioia di partecipare in prima persona con il compito di Segretario speciale. Il Documento finale (DF, disponibile insieme ai documenti preparatori e quelli pubblici relativi ai lavori sinodali nel sito <www.synod2018.va>) più che un testo conclusivo è la traccia del “cammino insieme” compiuto – questo il significato etimologico del termine “sinodo” –, la cui profondità e intensità sono state tali che i partecipanti hanno auspicato che «la “fiamma” di quanto abbiamo sperimentato in questi giorni si diffonda»: a tutti i livelli, anche locali, la Chiesa è invitata ad avanzare con lo stesso stile, «impegnandosi in processi di discernimento comunitari che includano anche coloro che non sono vescovi nelle deliberazioni» (DF, n. 120).

In questa luce, proverò in queste pagine a identificare gli snodi più significativi di questo percorso e soprattutto dello stile con cui insieme abbiamo camminato, sperimentando un metodo che alla fine si è rivelato importante almeno quanto i temi trattati, se non di più.

1. Un tempo di ascolto

L’ascolto è senza dubbio una delle cifre interpretative più significative del cammino sinodale fin dalla sua preparazione, che ha previsto la consultazione delle Conferenze episcopali nazionali, di un gruppo di esperti internazionali e soprattutto della voce stessa dei giovani.

a) La ricchezza dell’incontro

Con l’apertura dei lavori assembleari, questo ascolto si è fatto ancora più autentico: ben prima che un confronto o una contrapposizione tra idee, impostazioni teologiche e visioni di Chiesa, il Sinodo è innanzitutto un incontro tra persone. Ciascuno porta con sé la ricchezza della propria esperienza e quella della Chiesa da cui proviene, così come le inquietudini e le domande che l’attraversano. Il percorso sinodale favorisce questo scambio di testimonianze e riflessioni, che avviene tramite gli interventi in plenaria e il dialogo nei sottogruppi linguistici (detti circuli minores). Nelle parole di ciascuno si trova traccia della passione che lo anima, delle preoccupazioni e delle domande legate al proprio contesto, della varietà delle culture di cui la molteplicità delle lingue e degli accenti è un indice di grande efficacia. È stato emozionante ascoltare la passione con cui la Chiesa è impegnata per i giovani e con i giovani nelle diverse parti del mondo, cercando di andare incontro alle loro gioie e alle loro speranze, così come alle loro sofferenze e angosce. Alcune sono comuni, altre parlano della situazione di ciascuna regione o Paese. Particolarmente intense sono state le testimonianze di vescovi e giovani provenienti da contesti in cui i cristiani sono perseguitati, fino al martirio.

L’ascolto reciproco è il vero strumento di cui un’assemblea che passa gran parte del tempo seduta dispone per provare davvero a “camminare insieme”. Ascoltare mette in movimento e cambia coloro che si impegnano a farlo, permettendo loro di scoprire tutta la ricchezza umana e persino teologica del processo che stanno vivendo: «L’ascolto trasforma il cuore di coloro che lo vivono, soprattutto quando ci si pone in un atteggiamento interiore di sintonia e docilità allo Spirito. Non è quindi solo una raccolta di informazioni, né una strategia per raggiungere un obiettivo, ma è la forma in cui Dio stesso si rapporta al suo popolo» (DF, n. 6).

b) Il metodo per procedere insieme

Al Sinodo la condivisione non è fine a se stessa, ma in vista della costruzione di un consenso, il più ampio possibile, a cui il DF è chiamato a dare espressione grazie al contributo dei partecipanti. Questo è possibile solo se l’ascolto autentico è oggetto di una specifica scelta di metodo. Chi porta avanti il processo sinodale ha una precisa responsabilità in tal senso, svolgendo un servizio a favore dell’unità. Deve dunque esercitare un ascolto profondo, che gli consenta di valorizzare tutte le posizioni espresse e il dialogo che tra di loro si dischiude, senza limitarsi a riassumerle o a giustapporle. Il DF, infatti, è ben più di un verbale. Oltre alle parole, deve saper ascoltare anche ciò che il gruppo sta vivendo, i punti dove si registra una fatica, quelli in cui si procede spediti e quelli in cui si annuncia una svolta, magari inattesa, elaborandone un’interpretazione che poi sottopone all’assemblea che ha la possibilità di modificarla così da potervisi riconoscere.

L’esperienza di questo Sinodo ha dimostrato ancora una volta che un processo di questo genere non solo è possibile, ma anche fruttuoso, e permette di articolare la varietà e la differenza delle posizioni in un testo in cui ciascuno può riconoscersi, perché nessuno ha cercato di imporre il proprio punto di vista. Davvero è legittimo affermare, come ha fatto il Relatore generale, card. Sérgio da Rocha, arcivescovo di Brasilia, che ciascun partecipante è autore del DF.

La peculiarità del metodo rende probabilmente ragione della difficoltà registratasi nello sforzo di “comunicare” il Sinodo all’esterno, nonostante la serietà del lavoro portato avanti dall’apposita équipe. È tutt’altro che facile far entrare in una dinamica partecipativa chi è fuori dal suo ritmo, così come è difficile comunicare un processo spirituale condiviso, di cui non si conosce il punto d’arrivo e che richiede riservatezza per custodire anche la possibilità di cambiare idea proprio a partire da ciò che si ascolta. La difficoltà aumenta in una società mediatica che privilegia l’affermazione di sé alla costruzione del consenso, che cerca spasmodicamente le contrapposizioni, magari costruendole in mondo fittizio, dando un’attenzione spropositata ai lati sensazionalistici degli avvenimenti. Effettivamente in più di una occasione quello raccontato dai media ci è apparso davvero “alieno” rispetto all’esperienza che stavamo vivendo all’interno del Sinodo.

2. Le svolte inattese vissute

La fecondità del metodo e la bontà del modo in cui è stato attuato durante i lavori è segnalata da quelle che per certi versi si possono definire le “svolte”, quando l’ascolto reciproco ha permesso di mettere a fuoco meglio i termini della questione, introducendo importanti novità rispetto ai materiali preparatori in modo davvero imprevedibile. Proverò a esplicitarne rapidamente alcune, che ritengo particolarmente significative anche per la comprensione del DF.

a) Da un Sinodo per i giovani a un Sinodo con i giovani

Fin dall’inizio l’intenzione profonda del Sinodo era stata espressa nei termini del desiderio della Chiesa di prendersi cura di tutti i giovani, non solo quelli inseriti in contesti e strutture ecclesiali, e di trovare modalità concrete ed efficaci per accompagnarli nel percorso di maturazione, soprattutto nelle scelte con cui definiscono l’orientamento della propria vita e contribuiscono all’edificazione della società. Abbastanza rapidamente era emersa anche la necessità di coinvolgere direttamente i giovani: di qui il lancio del questionario on line e la convocazione della Riunione pre-sinodale. Che senso avrebbe un Sinodo sui giovani senza di loro?

La preoccupazione per i giovani è risuonata con forza anche nell’Assemblea sinodale, soprattutto grazie agli interventi accorati che hanno reso presenti i tanti giovani che vivono situazioni di sofferenza, isolamento, solitudine e abbandono. In modo particolare sono risuonate le storie dei giovani migranti, delle comunità da cui partono e che vivono una dolorosa frattura, del senso di spaesamento e dell’ostilità che patiscono in molti dei luoghi in cui arrivano. La loro condizione è per molti versi paradigmatica del nostro tempo, delle sue contraddizioni e delle sue faglie, ma è anche un laboratorio di incontro interculturale che esprime ciò a cui la Chiesa tutta oggi è chiamata, cioè un cambiamento radicale, che le consenta di “migrare” da una cultura antica alle nuove lingue del mondo globalizzato e tecnologico, senza però smarrire l’identità e la forza delle proprie radici. Di fronte a questi giovani, e a tutti quelli che in tanti luoghi sentono che la loro voce non è considerata interessante dal mondo degli adulti, il Sinodo ribadisce che prendersi cura di loro è una «priorità pastorale epocale su cui investire tempo, energie e risorse» (DF, n. 119).

Allo stesso tempo, però, grazie anche alla presenza dei 34 giovani uditori e uditrici, i Padri sinodali hanno potuto rendersi conto di quanto i giovani siano già presenti nella Chiesa e attivi nel portare avanti la sua missione di evangelizzazione e di promozione umana. Spesso sono autentici pionieri nel campo della lotta alla povertà e all’ingiustizia, dell’ecologia e della cura del pianeta, così come della cultura dell’ambiente digitale. In breve, se attraverso gli adulti che svolgono il ruolo di educatori e formatori, la Chiesa ha molto da offrire ai giovani, siamo però chiamati a renderci conto che i giovani e la Chiesa non si fronteggiano come estranei: all’interno della Chiesa i giovani sono presenti, e questi giovani cattolici rendono la Chiesa presente in un mondo giovanile variegato e frastagliato anche dal punto di vista religioso e spirituale. Questa presa di coscienza è al cuore del percorso sinodale: «In questo Sinodo abbiamo sperimentato che la corresponsabilità vissuta con i giovani cristiani è fonte di profonda gioia anche per i vescovi» (ivi).

Questa presa di coscienza non può non interpellare la Chiesa anche rispetto alla necessità di dare spazio adeguato ai giovani, mettendo in discussione le attuali modalità di funzionamento e categorie. Per farlo, il Sinodo ha scelto ancora la via dell’ascolto, questa volta della Parola di Dio e in particolare dei racconti evangelici che narrano l’incontro di Gesù con gli uomini e le donne del suo tempo, il modo in cui li ha accolti, ascoltati, accompagnati e infine inviati.

L’effetto concreto di questo ascolto della Parola ha progressivamente modificato la comprensione delle parole chiave del Sinodo. Così, si è compreso che l’accompagnamento è in primo luogo una azione e una responsabilità della comunità nel suo insieme, in quanto «nel suo seno si sviluppa quella trama di relazioni che può sostenere la persona nel suo cammino e fornirle punti di riferimento e di orientamento» (DF, n. 92). L’approfondimento del termine vocazione ha evidenziato la necessità di una sua ricomprensione alla luce della Parola che salvaguardi la dinamica dell’intreccio tra scelta divina e libertà umana, senza che l’una svuoti l’altra: «La vocazione non è né un copione già scritto che l’essere umano dovrebbe semplicemente recitare né un’improvvisazione teatrale senza traccia» (DF, n. 78). Infine è ancora la maturazione della libertà la chiave per una corretta comprensione del significato dell’autorità: va intesa come capacità di far crescere, che «non esprime l’idea di un potere direttivo, ma di una vera forza generativa» (DF, n. 71), come evidenziano i molti episodi in cui Gesù esercita la propria autorità liberando coloro che incontra.

b) La “sorpresa” della sinodalità missionaria

Il duplice ascolto, quello tra i partecipanti e quello della Parola che li interpella tutti, ha condotto a quella che può per molti versi essere descritta come la vera sorpresa del Sinodo, quanto meno confrontando il DF con i testi preparatori: nell’esperienza vissuta dall’Assemblea si è riconosciuto «un frutto dello Spirito che rinnova continuamente la Chiesa e la chiama a praticare la sinodalità come modo di essere e di agire, promovendo la partecipazione di tutti i battezzati e delle persone di buona volontà, ognuno secondo la sua età, stato di vita e vocazione» (DF, n. 119). La sinodalità non resta dunque confinata al tempo definito dello svolgimento dei Sinodi, ma viene intesa come stile che dà forma e riorienta la vita ordinaria della Chiesa e il suo modo di svolgere la missione: è questo il vero “contenuto innovativo” del Sinodo, capace anche di rispondere alle attese espresse nella fase preparatoria dai giovani, che cercano una Chiesa autentica, libera, fraterna, relazionale, concreta, trasparente, impegnata.

La sfida di camminare insieme testimoniando una fraternità autentica interpella tutti i livelli e le articolazioni della vita ecclesiale. Le conseguenze concrete per le comunità cristiane sono evidenti, e vanno proprio nella direzione dell’apertura di spazi di partecipazione: «Un tratto caratteristico di questo stile di Chiesa è la valorizzazione dei carismi che lo Spirito dona secondo la vocazione e il ruolo di ciascuno dei suoi membri, attraverso un dinamismo di corresponsabilità. Per attivarlo si rende necessaria una conversione del cuore e una disponibilità all’ascolto reciproco, che costruisca un effettivo sentire comune. Animati da questo spirito, potremo procedere verso una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di valorizzare la ricchezza della varietà di cui si compone, accogliendo con gratitudine anche l’apporto dei fedeli laici, tra cui giovani e donne, quello della vita consacrata femminile e maschile, e quello di gruppi, associazioni e movimenti» (DF, n. 123).

Entrare in questa dinamica richiede certo un rinnovamento delle forme di esercizio dell’autorità, nella linea della promozione della crescita personale di ciascuno e del presidio dell’unità come comunione delle differenze e non come omologazione uniformante. Ma richiede anche a ogni cristiano di assumere fino in fondo la propria vocazione battesimale, che include la responsabilità di contribuire attivamente alla vita della comunità e all’esercizio della missione. In questo modo si aprono spazi e percorsi di partecipazione ordinata, che evitano sia la trappola mortale del clericalismo, sia una interpretazione della sinodalità in chiave formale, sulla falsariga delle procedure della democrazia parlamentare. Lo stile collegiale della sinodalità, e la pratica del discernimento in comune che ne è la logica conseguenza, diventano il modo per garantire la sovranità di Dio: «Nessuno può avere in mano tutto, ognuno pone con umiltà e onestà la propria tessera di un mosaico che appartiene a Dio» (Papa Francesco, Discorso alla riunione della Congregazione per i Vescovi, 27 febbraio 2014, n. 5). Al tempo stesso, offrono alla comunità il modo per riconoscersi come un soggetto collettivo dotato di identità propria, in cui tutti i membri trovano posto, contrastando l’individualismo che segna profondamente molti contesti culturali contemporanei.

Infine, l’aggettivo “missionaria” che qualifica questa forma sinodale di Chiesa sottolinea come la fraternità che la contraddistingue non abbia una valenza unicamente intraecclesiale: come insegnano gli Atti degli apostoli, è la qualità delle relazioni che rende attraente la comunità, diventando lo strumento principe dell’azione di evangelizzazione. L’opzione per la sinodalità investe ovviamente anche l’atteggiamento con cui la Chiesa entra in rapporto con il mondo: «Questa dinamica fondamentale ha precise conseguenze sul modo di compiere la missione insieme ai giovani, che richiede di avviare, con franchezza e senza compromessi, un dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. […] In un mondo segnato dalla diversità dei popoli e dalla varietà delle culture, “camminare insieme” è fondamentale per dare credibilità ed efficacia alle iniziative di solidarietà, di integrazione, di promozione della giustizia, e per mostrare in che cosa consista una cultura dell’incontro e della gratuità» (DF, n. 126).

3. Il cammino ancora da fare

La conversione alla sinodalità è un compito di portata tale che un’Assemblea del Sinodo dei Vescovi può lanciare, non certo immaginare di esaurire. Il DF ne è ben consapevole, quando afferma: «Il termine dei lavori assembleari e il documento che ne raccoglie i frutti non chiudono il processo sinodale, ma ne costituiscono una tappa» (n. 126). Il testo del DF raccoglie le numerose proposte pratiche emerse durante i lavori e le rilancia alla Chiesa intera perché trovino attuazione. Al tempo stesso la vicenda della sua approvazione, avvenuta paragrafo per paragrafo per lo più a larghissima maggioranza e comunque sempre ben al di sopra del quorum richiesto dei due terzi dei votanti, indica i punti in cui la varietà delle posizioni rende più necessario un approfondimento anche teologico, oltre che la crescita nell’ascolto reciproco. Mi riferisco a quei paragrafi in cui il numero dei voti sfavorevoli passa da una manciata a qualche decina (su un totale di circa 250 votanti), che riguardano ad esempio il ruolo e il contributo delle donne, la sessualità, le questioni di genere, l’esercizio dell’autorità e del governo, la trasparenza nel rapporto con le risorse economiche e finanziarie e infine la stessa sinodalità, che risulta difficile da decodificare soprattutto in alcune aree culturali.

Per costruire un percorso verso la sinodalità, che renda la comunità ecclesiale capace di affrontare in modo costruttivo anche questi nodi problematici, ritengo siano da tenere in particolare considerazione tre elementi.

Il primo riguarda il rapporto con la varietà di contesti sociali, politici e culturali in cui la Chiesa è presente, in un mondo in cui le differenze radicali convivono con le dinamiche omologanti della globalizzazione. Questo significa che le stesse parole non hanno per tutti uguali risonanze, specie quando occorre tradurle da una lingua a un’altra, e questo può spiegare molte paure e resistenze. Non è scontato che tutti possano comprendere esattamente il senso di ogni espressione e meno ancora riconoscersi in esse quando si riferiscono a situazioni e lotte in cui alcuni non sono coinvolti. In altre parole, la sinodalità interroga anche l’articolazione tra la dimensione locale (a livello nazionale e soprattutto regionale) e quella universale della Chiesa, chiedendo che il riconoscimento dei legami si componga con un autentico ascolto reciproco e con la possibilità di elaborare risposte significative e perciò differenziate nei diversi contesti. Si registrano passi in questo, a partire proprio dagli inviti concreti che il DF rivolge alle Chiese locali, ma l’impressione è che si possa fare molto di più.

Una seconda riflessione riguarda il fatto che anche la sinodalità può e deve essere appresa, e dunque richiede una formazione specifica. Questa deve riguardare in modo particolare tutti coloro che sono chiamati a vario titolo a gestire processi sinodali, a custodirli senza appropriarsene e a riconoscere l’autenticità e la bontà delle conclusioni, difendendole anche dalle opposizioni e resistenze che non mancheranno di suscitare. Punto chiave è la formazione della coscienza, in cui la persona fa esperienza della propria libertà, della responsabilità che ne consegue e anche della Trascendenza che la abita senza mai lasciarsi controllare. Proprio per essere fedele alla realtà, questa coscienza non può non riconoscersi limitata e parziale, costitutivamente in dialogo con le altre coscienze, assieme a cui è invitata a camminare. La formazione dovrà quindi riguardare anche lo specifico dell’incontro e del dialogo tra coscienze, in vista di processi decisionali collettivi, a partire dalla fede nel fatto che lo Spirito è all’opera non solo in ciascuno, ma anche nelle dinamiche della comunità. È proprio questo lavoro di formazione a garantire che la prospettiva sinodale, che valorizza l’apporto di ciascuno, non ceda al relativismo.

Infine, il terzo elemento da tenere in considerazione è che la sinodalità, se la si vuole rendere lo stile condiviso della Chiesa, ha bisogno di concretizzarsi in strutture adeguate. Questo richiede la disponibilità di vagliare in profondità ciò che “si è sempre fatto così”. Le novità del concilio Vaticano II sulla concezione della Chiesa e la partecipazione dei fedeli cominciano ad alimentare un processo che non può non portare alla riforma delle strutture ecclesiali, ancora legate all’impianto elaborato al concilio di Trento. Siamo invitati a ripensare le strutture in modo da renderle capaci di accompagnare le donne e gli uomini di oggi, le cui vite si snodano in spazi e tempi ben diversi da quelli tardorinascimentali. Vanno in questa linea vari stimoli che il DF rilancia a tutte le comunità ecclesiali, ad esempio per quanto concerne la parrocchia (n. 18), la liturgia (n. 47), il ministero (n. 17) e la partecipazione ai processi decisionali, in particolare per il coinvolgimento delle donne (n. 148).

Le prospettive sono impegnative e il Sinodo non può sostituirsi al lavoro delle comunità e della Chiesa intera. Ma ricorda quanto sia prezioso in ciò il contributo di tutti i giovani: «camminando con loro […] abbiamo sperimentato che la vicinanza crea le condizioni perché la Chiesa sia spazio di dialogo e testimonianza di fraternità che affascina. La forza di questa esperienza supera ogni fatica e debolezza» (DF 1). È un forte invito a non avere paura di camminare insieme. E, ancora di più, la testimonianza della gioia che può scaturirne.


(nella foto, alcuni giovani che hanno partecipato al Sinodo come uditori - ©Synod2018)


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