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Esattamente 10 anni fa, il 1° gennaio 2002, l'euro è entrato nelle nostre tasche e in quelle dei cittadini di altri
10 Paesi dell'UE. In questi 10 anni, i Paesi dell'Eurozona (il termine che, assieme a Zona euro, Area euro e al più giornalistico Eurolandia, indica gli Stati che adottano
l'euro come moneta) sono diventati 17, con una popolazione di quasi 330 milioni di abitanti. Se aggiungiamo gli Stati esterni alla zona che, per decisione unilaterale o in virtù
di accordi, utilizzano valute variamente legate all'euro (quali le ex colonie francesi in Africa occidentale e centrale, e vari Paesi europei, soprattutto balcanici), la "moneta
unica" è parte della vita quotidiana di oltre 480 milioni di persone. C'è però poca voglia di festeggiare l'anniversario. L'euro è in
crisi - si dice - o sotto attacco, e non manca chi lo descrive come un malato terminale, sul punto di esplodere - o implodere - sotto gli assalti della speculazione finanziaria.
Anche se poi queste fosche previsioni non si realizzano mai. Sconcertati, assistiamo al moltiplicarsi dei vertici, spesso burrascosi, per la salvezza dell'euro, mentre subiamo le
brutali oscillazioni delle Borse e l'impennarsi repentino degli spread (la differenza fra il rendimento dei titoli pubblici italiani e tedeschi), e ci interroghiamo sull'operato
delle agenzie di rating, che paiono "giocare" con i nostri debiti pubblici e trattare i nostri Governi come marionette. Sgomenti, ascoltiamo l'elenco dei sacrifici
che ci vengono chiesti per rimanere nell'euro: aumento delle tasse, tagli alle prestazioni pensionistiche, sanitarie e sociali. Anche se non è sempre chiaro se si tratti
di sacrifici sull'altare dell'euro, di una medicina amara per i mali troppo a lungo trascurati del nostro Paese oppure del prezzo da pagare a un sistema finanziario eccessivamente
sbilanciato sul versante speculativo e privo di regole. Come affrontare la drammaticità di questa fase, per superare rassegnazione e sconforto e riprendere il cammino
di costruzione di un bene comune per le nostre società, i nostri anziani e i nostri giovani? Alla situazione attuale arriviamo con un percorso storico preciso, fatto di circostanze,
di scelte e anche di errori: serve innanzi tutto il coraggio di assumere quel passato di cui il presente è figlio, ciascuno - cittadino e Paese - per la parte che gli compete,
ma anche tutti insieme. Poi il coraggio di guardare la realtà così com'è, rinunciando alla pericolosa illusione che ci siano soluzioni facili, a partire da
quella di buttare tutto - euro ed Europa - a mare, e accettando invece di farsi carico dei rimedi alle molte storture che essa presenta. Ma soprattutto serve la lungimiranza
di inserire i singoli passi, per quanto faticosi, in un quadro di ampio respiro, che sappia collocare le questioni più strettamente tecniche nella prospettiva del bene
comune che oggi, per noi, l'euro e l'Europa rappresentano.
Un parto travagliato
Fin dalla nascita, l'euro porta con sé speranze e ambiguità, entusiasmi e resistenze, che attraversano in vario modo tutti i Paesi, i popoli, i partiti e i Governi:
dappertutto troviamo euroentusiasti, euroscettici e nostalgici delle vecchie valute nazionali. Una prima ambivalenza, tuttora irrisolta, vedeva, da una parte, l'idea dell'euro
come strumento per concretizzare un sogno politico di nuove forme di democrazia e collaborazione internazionale: Romano Prodi, nel 2002 presidente della Commissione europea, descriveva
l'euro come «un simbolo di pace» e auspicava che potesse diventare «la moneta di una comunità sempre più vasta» (Sensini M., «Debutto
euro, UE ottimista», in La Stampa, 21 dicembre 2001), come poi almeno in parte è successo. Dall'altra parte vi era l'idea che l'euro rappresentasse soprattutto
uno strumento per assicurare una maggiore stabilità economica: «Se non fossimo entrati - diceva sempre Prodi riferendosi all'Italia - saremmo qui a piangere»;
e Mario Monti, all'epoca commissario europeo per la concorrenza, aggiungeva: «Spesso la moneta è stata avversaria dei cittadini, per l'inflazione e i disavanzi. Ma
l'euro nasce con le garanzie che questo non potrà più ripetersi» (ivi). Pace e stabilità economica non sono certamente in contrasto, anzi sono
una condizione dell'altra, ma quando la "gamba" politica e quella economica dell'euro si muovono senza sufficiente coordinazione, si profila il rischio di inciampare. Questa
stessa ambiguità è probabilmente alla radice della scelta di creare una moneta (e una Banca centrale) a cui non corrisponde un Governo, disaccoppiando la politica
monetaria, affidata alla Banca centrale europea, da quella fiscale (imposizione fiscale e spesa pubblica), rimasta di competenza dei Governi nazionali. Si è messo in comune
il portafoglio, ma ciascuno ha continuato a fare la spesa per conto proprio, nella convinzione (o illusione?) che un mix di regole (i "parametri di Maastricht"), di moral
suasion intergovernativa (il metodo comunitario) e di azione del mercato avrebbe "invisibilmente" prodotto la convergenza delle politiche economiche dei Governi di Eurolandia. In
radice, non si è riusciti a decidere tra due idee di unione. Da una parte un modello di integrazione profonda, economica, ma anche politica e culturale, ispirata al
sogno di un'Europa più libera, più solidale e più unita, da realizzarsi con un metodo in base al quale le consultazioni e i coordinamenti si trasformano in
decisioni comuni prese a maggioranza, senza veti di singoli Stati. Dall'altra una comunità di membri autonomi, che non rispondono dei problemi degli altri e vengono disciplinati
dal mercato: la cosiddetta dottrina della «casa in ordine», secondo la quale ogni Stato deve prima far pulizia nel proprio recinto, e solo dopo può contare sulla
cooperazione e la solidarietà internazionali, con le istituzioni europee a controllare che ognuno faccia bene i compiti.
Il costo dei sospetti
In realtà non risolvere queste ambiguità ha rappresentato probabilmente una necessità, di fronte alla varietà di culture e di posizioni dei Paesi
europei: stringere di più avrebbe quasi sicuramente bloccato il processo. E la diversità è, almeno potenzialmente, occasione di fecondità anche in campo
politico e istituzionale: entrambi i modelli hanno vantaggi e svantaggi. Tuttavia proprio queste ambiguità sono state il terreno su cui le due gambe, politica ed economica,
hanno perso coordinazione e sono inciampate. Per lungo tempo, la Grecia ha presentato bilanci sostanzialmente truccati; l'Italia ha continuato a dichiarare intenzioni e promesse
a cui non seguivano fatti; nel 2003 Germania e Francia, che faticavano a rispettare i "parametri di Maastricht", ottennero, con la complicità del Governo italiano,
che fossero resi più elastici (lo ricordava il presidente Monti nella conferenza stampa al termine del vertice di Strasburgo, lo scorso 24 novembre): in queste occasioni,
la gamba politica ha finito per fare lo sgambetto a quella economica, che oggi restituisce la pariglia. Il risultato è la progressiva perdita di credibilità e di fiducia:
del mercato, delle agenzie di rating (che per questo declassano il debito sovrano), e anche di ciascuno Stato nei confronti degli altri membri dell'Unione (cfr Becchetti L., «Crisi:
ricostruire fiducia tra gli Stati», in Avvenire, 30 novembre 2011). La crisi ha solamente inacidito il clima, facendo riemergere giudizi e pregiudizi, scatti di
orgoglio nazionale e più prosaica priorità per gli interessi di ciascuno. Oggi il vero pericolo è rimanere prigionieri di questa spirale di sospetti reciproci,
perdendo delle occasioni per ripicca: il modo di reagire non è indipendente dallo sguardo con cui si legge la realtà. Provo a fare due esempi. Il primo riguarda
il nostro Paese. Indubbiamente oggi abbiamo una sovranità economica limitata, le nostre manovre devono essere approvate da Bruxelles oltre che dal Parlamento e riceviamo
periodicamente la visita degli ispettori europei e del Fondo monetario internazionale. Lo stesso Governo Monti è stato interpretato da alcuni come un commissariamento, anche
se il credito internazionale del Presidente del Consiglio e il ruolo giocato dal presidente Napolitano nella vicenda faticano a legittimare questa lettura. Questa stessa situazione
può essere vista come l'opportunità di essere aiutati (ad esempio con l'acquisto dei nostri titoli da parte della BCE) non nell'ottica della perdita della sovranità,
ma in quella della sussidiarietà: un'autorità superiore interviene quando un Paese non è in grado di fare da sé quello che è necessario; nel nostro
caso: gestire responsabilmente il proprio bilancio e il proprio debito. L'altro caso, per molti versi opposto, è quello della Germania, che viene frequentemente accusata
di essersi ripiegata su se stessa, di sentirsi più tedesca e meno europea e di comportarsi da maestrina, con in mano registro e pagelle. D'altra parte, il cancelliere Angela
Merkel ricordava (non senza puntiglio), che lungo i 10 anni di vita dell'euro ci sono state almeno 60 violazioni del Patto di stabilità e crescita, senza che mai nessuna
misura abbia colpito i Paesi trasgressori per impedire loro di proseguire sulla stessa linea: «Pertanto si è persa la fiducia» («Dichiarazione al Bundestag
sulla Legge finanziaria 2012», 23 novembre 2011). Se la sfida per l'Italia è quella di accogliere la sussidiarietà (invece di subire un commissariamento),
quella della Germania è di trovare il modo di esercitare un'autentica leadership, sulla base di un'autorevolezza che le viene dalla forza economica, da trasformare
non in oppressione autoritaria, ma in opportunità di crescita, per sé e per gli altri. Nell'uno e nell'altro caso è indispensabile ricostruire un clima di fiducia.
Ma questo richiederà tempo e occasioni in cui ciascuno possa misurare la credibilità dell'altro: perciò è ingenuo aspettarsi soluzioni miracolistiche
a ogni vertice, mentre raggiungere accordi, per quanto limitati e insoddisfacenti, ma su cui valutare la capacità di mantenere la parola data, rappresenta un passo in avanti,
se non altro perché certifica che ancora esistono margini di fiducia.
Progetto Europa
Questo almeno nel breve periodo, mentre si predispongono le misure tecniche necessarie a evitare il tracollo. Ma il compito non può finire qui: scongiurata la catastrofe,
sarà necessario interrogarsi su come riprendere il cammino di sviluppo (nel senso di sviluppo umano integrale) su basi più solide, per affrontare meglio attrezzati
questo tempo di forte recessione. Davvero vogliamo che i nostri Paesi restino ostaggio del mercato finanziario globale e delle agenzie di rating, come sono oggi? Nessuno Stato europeo,
nemmeno la potente Germania, può riuscire da solo nell'impresa di rinnovare le regole del sistema economico e finanziario per risolvere le storture che hanno causato la crisi
che stiamo vivendo. È un compito da affrontare insieme, a livello globale, ma in cui abbiamo opportunità molto maggiori di incidere come Europa che come 27, 26 o 17
Paesi, ciascuno per conto suo e inevitabilmente su posizioni diverse. Questi mesi ci hanno mostrato come dalla stabilità finanziaria mondiale dipendano il futuro lavorativo
dei nostri giovani e le pensioni dei nostri anziani e di chi oggi lavora; perciò, nelle attuali circostanze e con il percorso storico che ci ha condotti qui (con le sue
luci e le sue ombre), l'Europa rappresenta un elemento fondamentale del nostro bene comune: l'insieme di quelle condizioni che permettono a tutti e a ciascuno opportunità
di vita ogni giorno un po' più umane. La posta in gioco non è solo tecnica: ben più che il sì o il no agli eurobond, riguarda il progetto complessivo
di società in cui come europei vogliamo vivere e che vogliamo lasciare ai nostri figli. Non ci stiamo immolando "sull'altare dell'euro". Prendersela con la moneta
unica «è come dare la colpa all'arbitro o alle condizioni del campo per giustificare una sconfitta» - l'espressione è dell'economista Lorenzo Bini Smaghi:
una scusa di comodo che porta a sottovalutare le responsabilità dei singoli governanti e Paesi. Stiamo cercando prospettive di vita, facendo ciascuno la propria parte in
spirito di solidarietà (nel senso etimologico della parola: il vincolo che lega i debitori in solidum, cioè in una relazione così forte che non può
essere spezzata). E altamente controproducente è quell'atteggiamento particolaristico che segna i vertici internazionali - così come, nel nostro Paese, i dibattiti
intorno alle manovre -: la ricerca, spesso spasmodica, dello "scaricabarile", del modo per far sì che i sacrifici tocchino soltanto ad altri. I sacrifici
risultano accettabili da parte delle popolazioni che li devono affrontare se queste ne hanno chiaro il senso all'interno della costruzione di un progetto sentito come davvero
comune: così sono nate le tante realizzazioni che fanno il vanto della storia europea, dalle cattedrali e dai palazzi civici diventati simboli dell'identità delle
sue città, alle pratiche di solidarietà diventate istituzioni (dall'assistenza sanitaria, all'istruzione universale, alle cooperative, al diritto del lavoro). Quale
vitalità mantiene quel modello sociale europeo che abbiamo costruito a partire dal dopoguerra? E in quale direzione lo vogliamo far evolvere? La questione va ben oltre
la retorica che rischia di insinuarsi nei discorsi sulla comunanza dei valori che fondano l'Europa. Siamo chiamati ad assumere attivamente il "progetto Europa". E tra
gli sforzi di solidarietà che il momento presente richiede vi è anche la ripresa della costruzione di un corpo di cittadini europei, investendo risorse che
aiutino a superare la debolezza del nostro sentire comune politico e culturale, che permettano agli attori politici, sociali e culturali di conoscersi e incontrarsi e di farsi carico
della situazione, senza limitarsi a delegare a una ristretta cerchia di funzionari e politici, a una Bruxelles contro la quale è troppo comodo inveire. A ben vedere, in questi
mesi quali alternative sono realmente emerse dalla "società civile europea"? Non è rimasta fin troppo silente nel dibattito pubblico, specie in confronto
al surriscaldamento che si registra a livello nazionale? Nella situazione attuale è importante che si attivi in maniera vigorosa la "gamba politica" del progetto
Europa. Il Governo guidato da Mario Monti deve mettere tutte le sue limitate forze nel risanamento politico ed economico di cui l'Italia non può più fare a meno. Ma
l'altra sfida, forse ancora più decisiva, con cui deve già iniziare a misurarsi la nostra politica, è quella di riportare il Paese a svolgere un ruolo chiave
di rilancio del progetto di unificazione politica dell'Europa, mostrando al resto del mondo che esiste la volontà di governare democraticamente e a livello sopranazionale
l'uscita dalla crisi. è urgente che la politica indichi tempi e modi di questa transizione, come pure l'architettura istituzionale attraverso la quale tutto questo possa
avvenire. La memoria delle vicende storiche dell'Unione ci mostra una Europa che è andata avanti nonostante abbia spesso scartato le strade più dirette per scegliere
direzioni più contorte. Da un lato questo può aiutarci a superare pessimismo e sconforto, dall'altro è un appello alla responsabilità comune: cittadini
europei più consapevoli e partecipativi e un rinnovato progetto politico saranno capaci di darsi un'Europa migliore anche attraverso percorsi non proprio lineari.
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