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Le prime pagine di Genesi sono dedicate al cosiddetto «Racconto delle origini». Sebbene siano le prime che si incontrano
quando si comincia a leggere il testo biblico, sono tra le ultime dell'Antico Testamento a essere state scritte. Esse costituiscono, infatti, una riflessione molto elaborata
e ricca di tutta la vicenda storica del popolo di Israele riguardo ai fondamenti ultimi, al senso più profondo dell'esistente. La domanda sulle dimensioni fondamentali della
storia e della relazione di un popolo particolare con Dio è qui posta come domanda di senso e di coerenza di tutta la realtà, del mondo e dell'umanità intera.
E per fare ciò, gli autori del periodo storico successivo all'esilio in Babilonia (circa V secolo a.C.) hanno utilizzato lo strumento letterario del racconto delle origini.
Così, lo scopo di tale racconto non è tanto quello di descrivere - quasi fosse una sorta di improbabile testimonianza oculare degli eventi accaduti - le azioni e le
parole di Dio al momento della creazione del mondo, ma quello di presentare, svelandolo, il senso profondo di tutto ciò che esiste. Proprio per questo, il testo dei primi
due capitoli di Genesi può rappresentare per ogni epoca storica il punto di riferimento per la considerazione del posto dell'uomo in mezzo a tutto ciò che lo
circonda.
Il «dominio dell'uomo»
Genesi 1, 26-28 26 Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci
del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 E Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. 28 Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela,
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».
Il racconto della creazione mostra il lavoro di Dio nell'arco della simbolica prima settimana, in primo luogo stabilendo la terra come spazio della vita e successivamente, nei
giorni quinto e sesto, creando gli esseri viventi che dovranno popolarla. Il mondo costituisce così quella dimora nella quale gli esseri viventi potranno trovare tutto ciò
che è loro necessario per vivere. Un posto particolare in questo mondo spetta all'umanità. Una certa riflessione cristiana predominante è sempre partita
da questo testo per affermare che, essendo tutto creato per il bene dell'umanità, questa era autorizzata a usare per il proprio vantaggio qualunque essere vivente e non vivente
del creato. In realtà fin dai testi più antichi della Bibbia, quali alcuni Salmi (precedenti di molto l'esilio in Babilonia), si trovano indicazioni che smentiscono
l'idea dell'arbitrio dell'umanità sul resto del creato. L'unica signoria sul creato - che l'umanità se ne ricordi sempre, sembra essere il monito - è quella
di Dio. A lui appartiene la terra, essa è sua proprietà: Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l'ha fondato
sui mari e sui fiumi l'ha stabilito (Salmi 24, 1-2 e così anche in Salmi 93; 95 e altri). Eppure l'interpretazione tradizionale del racconto delle origini
sembra dimenticarsi di questa verità e ha sempre proposto l'uomo come signore assoluto del mondo (pur invitandolo a obbedire ai comandi divini). Questo è stato possibile
sezionando il testo proposto nel riquadro e separando le due distinte riflessioni, una riguardante il dominio dell'umano sugli altri esseri viventi (vv. 26 e 28) e l'altra riguardante
il suo essere creato a immagine di Dio (v. 27). Oggi i commentatori prendono sul serio l'intreccio delle due dimensioni in questi tre versetti: è fondamentale che l'essere
umano sia a immagine di Dio per la comprensione del reale significato del suo dominio sugli altri esseri viventi e della sua facoltà di soggiogare la terra.
Gli uomini e le donne (maschio e femmina li creò) rappresentano il divino in mezzo al mondo. Non è evocato il dominio regale come dimensione di potere maschile
(il re o l'imperatore nelle culture orientali circostanti aveva esattamente il compito di regolare l'universo al posto della divinità), ma viene proposto un compito universale
per ogni uomo e per ogni donna. Essi devono, come bravi amministratori, come «economi» di Dio, custodire la terra e dominare le altre creature viventi in modo che
l'intenzione originaria di Dio per la creazione venga stabilmente tutelata e perseguita. Si tratterà cioè di salvaguardare la terra come spazio in cui tutti gli esseri
viventi possano trovare pienezza di vita. L'equilibrio del sistema-creazione è affidato a ogni uomo e donna come «rappresentanti di Dio», sua immagine
nel mondo. La vera portata rivelativa di questi versetti non risiede infatti nell'affermazione che l'uomo e la donna sono liberi di usare del mondo vegetale e animale per la
propria vita. Questa è una ovvietà. L'invito costante che il testo biblico fa agli umani è piuttosto di porsi nel mondo come chi, a immagine di Dio,
è richiamato a una saggezza responsabile nella gestione delle relazioni creaturali. L'essere umano è cioè invitato ad assumere la stessa intenzionalità
di Dio, amante della vita, indulgente con tutte le cose, così come troviamo scritto nel libro della Sapienza (11, 24-12, 1): Tu infatti ami tutte le cose che esistono
e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l'avessi voluta?
Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all'esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita. Poiché il
tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.
La pioggia e il lavoro del suolo
Genesi 2, 4-7 4 Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo 5 nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna
erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c'era uomo che lavorasse il suolo, 6 ma una polla d'acqua sgorgava dalla terra
e irrigava tutto il suolo. 7 Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.
Se finora si è parlato solo delle relazioni tra esseri viventi, un altro passo del racconto delle origini aiuta a comprendere quale sia la visione biblica del rapporto
tra uomo e terra. L'umanità è creata da Dio in una connessione così stretta alla terra da assumerne il nome stesso: il termine adam-uomo (non usato
nel testo in riquadro come nome proprio - Adamo -, ma indicante l'essere umano) deriva da adamah-terra e può essere tradotto propriamente come il «fatto-di-terra».
Tuttavia, fin dal momento iniziale della creazione viene proposta un'immagine molto diversa rispetto a quella vagamente cinematografica che coltiviamo nel nostro intimo, di un Eden
simile a una sorta di foresta amazzonica ordinata e non ostile all'umanità, nella quale si trova ogni vegetale già pronto all'uso alimentare. Invece l'immagine che
il testo nel secondo riquadro propone è quella dell'ambiente arido della steppa che abbisogna di pioggia e di lavoro per poter essere luogo di vita. Per poter trovare nella
terra un ambiente adatto alla propria sopravvivenza, l'umanità «dell'origine» necessita di essere in stretta connessione con altri due elementi: la pioggia e
il lavoro. È importante tenere sempre presente questo punto per non cadere in un ingenuo mito della bontà della natura priva della presenza dell'umanità (di
solito considerata malvagia e turbatrice di un equilibrio, appunto, «naturale»). Nel racconto biblico, l'umanità tecnologico-agricola è, dall'origine,
in una dinamica relazionale positiva con Dio e con la terra. Pare così molto interessante l'intreccio tra la pioggia come dono di Dio, la terra che ha le potenzialità
della fertilità (la polla d'acqua che sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo) e il lavoro dell'uomo necessario al suo sviluppo. Attraverso l'uso di
questa immagine viene proposta una precisa visione del cammino tecnologico dell'umanità sulla terra. Si descrive infatti come originaria la prospettiva di un'alleanza tra
il lavoro dell'uomo e il dono divino della pioggia. La pioggia è considerata simbolicamente in tutte le culture antiche come l'elemento fisico capace di «fecondare»
(come elemento maschile) la terra (elemento femminile) per generare la vita. Tutti i culti legati alla fecondità facevano riferimento a questa immagine nei loro riti primaverili
di propiziazione. La novità del nostro testo non consiste solo nel legame tra la pioggia fecondante e YHWH (il nome sacro di Dio che il testo biblico comincia a utilizzare
proprio nel testo che stiamo leggendo), in contrasto con le varie divinità agricole del mondo cananaico, ma proprio nel legame tra la pioggia e la presenza lavoratrice dell'umanità,
eliminando l'alone di sacralità di cui la pioggia era ammantata. La necessità di quest'alleanza solidale tra dono divino e lavoro dell'umanità permette di
valutare criticamente molte sensibilità ecologiste odierne che tendono a presentare la terra non soltanto come l'ambiente comune in cui l'umanità vive, ma come un
vero e proprio soggetto di diritti, arrivando talvolta a evocare i miti greci della Madre Terra Gea o quelli analoghi di altre culture. In questa visione personificata e quasi divinizzata
della terra o del sistema ecologico, l'umanità viene presentata come «estranea», quasi fosse un suo predatore o un agente patogeno. Il testo biblico propone invece
che l'uomo possa godere della terra per il proprio benessere, ma sottolineando con forza come esso non possa darsi al di fuori del «bene» della terra stessa. Solo una
relazione tra umanità, terra e dono di Dio caratterizzata da solidarietà e giustizia può generare vita per tutti. La comunità umana non può quindi
essere separata dai rapporti che intrattiene con tutti gli altri esseri della terra; e all'interno di una simile rete di relazioni, andrà prestata attenzione critica a qualsiasi
forma di predominio o di sfruttamento, soprattutto tenendo in grande conto la responsabilità nei confronti delle generazioni future, anch'esse simbolicamente presenti nella
coppia originaria a cui Dio affida la terra in principio.
La solidarietà tra umanità e resto del creato
Nella Bibbia il tema della solidarietà tra umanità e resto del creato è costantemente presente. Si pensi alla ripercussione sulla terra e sugli animali dei
peccati dell'umanità. Dal peccato di Adamo ed Eva, dopo il quale si dice: maledetto [sia] il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo [...] spine e cardi
produrrà per te e mangerai l'erba dei campi (Genesi 3, 17-18), ai peccati del popolo, per i quali i profeti usano espressioni come: si spergiura, si dice il
falso, si uccide, si ruba, si commette adulterio, tutto questo dilaga e si versa sangue su sangue. Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue, insieme con
gli animali selvatici e con gli uccelli del cielo; persino i pesci del mare periscono (Osea 4, 2-3). Ma troviamo nella Bibbia anche molte pagine di solidarietà
positiva tra umanità e creato. Ad esempio, nel libro di Giona anche le mucche digiunano e si vestono di sacco per chiedere il perdono di Dio (cfr Giona 3, 7.8 e 4,
11), oppure nel Salmo 36, 6-7 si legge: Signore, il tuo amore è nel cielo, la tua fedeltà fino alle nubi, la tua giustizia è come le più alte
montagne, il tuo giudizio come l'abisso profondo: uomini e bestie tu salvi, Signore. I grandi inni biblici accomunano poi umanità, animali, terra, acqua e cielo nella
lode a Dio (Salmo 148; Daniele 3, 52-90; Filippesi 2, 6-11). Così, l'espressione di questa solidarietà si rivela una fruttuosa fonte di riflessione
per un'azione umana che giunga a una maggiore tutela del proprio habitat. Ma questo a condizione che si esca dal circolo vizioso di contrapposizione tra umanità e
creato (e Dio di conseguenza). L'umanità è sempre presentata dal racconto biblico nei termini di una «con-creaturalità» con il resto del mondo,
di fronte all'unico Creatore che è Dio. L'uomo e la donna, a immagine di Dio, devono farsi consapevoli delle proprie responsabilità di custodia dell'intero
creato. Questo richiede la custodia della dimensione relazionale implicita nella «con-creaturalità», cioè che l'umanità, nel rapporto con il resto
della creazione, non concepisca i propri fini, bisogni e desideri come assoluti. Esiste una circolarità speculare fra il rapporto di libertà e di accoglienza della
vita che si ha nei confronti di Dio e quello che si ha nei confronti delle creature. Questo è lo sfondo che deve informare le scelte ambientali, energetiche ed ecologiche
di coloro che si rifanno alla Scrittura come orizzonte delle proprie decisioni individuali e politiche.
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