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La società occidentale odierna si caratterizza per una continua richiesta fatta di accelerazione dei tempi del vivere. Occorre avere
e dare risposte sempre più efficaci in tempi sempre più ristretti. I sociologi di lingua inglese parlano di una società che sempre più è time-deepening
(in cui il singolo momento temporale si è fatto più «profondo», ovvero si chiede a tutti di fare molte più cose in molto meno tempo) e time-discounting
(letteralmente: a sconto di tempo, in cui non viene più considerato «quanto tempo» occorre per un risultato, ma si ha la presunzione di pretendere la realizzazione
immediata dell'attività lavorativa richiesta). Zygmunt Bauman, nel suo recente volume Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell'effimero (il Mulino, Bologna
2009), ha descritto in modo convincente le conseguenze di una società che costringe a un perpetuo e trafelato presente, in cui tutto è affidato all'esperienza e alla
fatica del singolo momento. In questo essere continuamente in movimento, si ha l'impressione di vivere entro un perenne ciclo di «lavoro-lavoro»: ogni nostra attività
è vissuta faticosamente (come «lavoro» appunto, indipendentemente dalla sua connotazione retributiva) e freneticamente. Di impegno in impegno, senza soluzione
di continuità, si finisce per cadere in uno stato di perenne stanchezza che non lascia più spazio a momenti rinfrancanti e liberi. Una situazione simile è
stata sperimentata anche dai discepoli di Gesù, secondo il racconto che troviamo nel Vangelo di Marco e la proposta fatta loro da Gesù può essere un buon punto
di partenza per riconsiderare il nostro modo di gestire la pressione cui siamo sottoposti.
Marco 6, 30-32 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano
insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano
neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte.
Il ritmo lavoro-riposo
L'episodio che il Vangelo di Marco propone non è una eco della riflessione biblica, quanto mai ricca del resto, riguardo al sabato, sullo schema dei sei giorni di lavoro
e uno di riposo. La società ebraica, nella quale Gesù è pienamente e organicamente inserito, vive questo ritmo della settimana carico di connotazioni umane
e spirituali. Il riposo sabbatico infatti struttura e armonizza il ritmo della vita e le note critiche di Gesù alla rigida osservanza del sabato non riguardano certo il valore
del riposo dall'attività lavorativa per dedicarsi pienamente alla relazione con Dio e con i fratelli e le sorelle. Anzi, il famoso detto: Il sabato è stato fatto
per l'uomo e non l'uomo per il sabato! (Marco 2, 27 e altrove nei vangeli) è stato proposto da Gesù proprio per indicare come il riposo del sabato sia presente
nella Legge mosaica per favorire tali relazioni e non perché divenisse oggetto di ossessione nell'osservanza legale. Il contesto culturale e religioso che Gesù
e i suoi discepoli vivevano prevedeva già, quindi, la sospensione settimanale dalle attività lavorative. Eppure l'episodio evangelico sopra riportato si riferisce
esplicitamente alla situazione di fatica provocata nei discepoli dall'intensa attività cui si erano dedicati, come inviati di Gesù, a favore degli altri: Gesù
chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due [...]. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con
olio molti infermi e li guarivano (cfr Marco 6, 7-13). Al ritorno essi si trovano nel bisogno di riposare, dato che viene detto esplicitamente che erano molti quelli
che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. In questa espressione è inevitabile riconoscere anche molti momenti della nostra vita adulta attuale,
così sottoposta alle molteplici richieste di persone cui rispondere nella nostra quotidianità, tanto da essere spesso nella situazione di non aver neppure tempo
di mangiare. È uno stato d'animo che non viene attenuato dal sapere che ci sarà un «settimo giorno» in cui, teoricamente, riposare. L'esigenza di stacco,
di riposo, pare urgente. Ecco perché la proposta che Gesù fa ai suoi discepoli sembra essere la diretta risposta a questa esigenza.
«Riposatevi un po'»
La prima suggestione che emerge dalle parole di Gesù proviene dal termine stesso usato per indicare il riposo. Il verbo greco anapauo (letteralmente «cessare»,
«fermarsi») si connota per il suo legame diretto con il lavoro: «riguarda maggiormente la cessazione dell'attività insita nel riposo, piuttosto che l'aspetto
ristorativo del riposo stesso» (LOUW J. - NIDA E., Greek-English Lexicon of the New Testament, ad loc.). Così, più che indicare un generico «fare
nulla» o un trascorrere del tempo non segnato dalla fatica (questo concetto è piuttosto espresso nel greco ellenistico dal verbo katapauo, che indica il riposo
come momento permanente in opposizione al lavoro o alla schiavitù, come nel Nuovo Testamento si ha in Ebrei 3-4), esso dice esplicitamente della cessazione temporanea
del lavoro per ritrovare energie che permettano di riprendere il lavoro stesso. È interessante osservare anche il suo uso come termine tecnico in agricoltura, per indicare
il riposo della terra nei cicli della semina. Periodicamente infatti la terra necessita di una diversa semina, o addirittura di non essere seminata affatto, per permettere un ricostituirsi
delle sostanze chimiche necessarie a una specifica coltura. Così, un terreno en anapaumati indica esattamente quello stato del terreno che in italiano definiamo «a
maggese». Può apparire banale l'affermare che riposare significhi cessare di lavorare, eppure ben si comprende esistenzialmente che non lo è affatto. Specie
se il lavoro in questione è (o meglio, ci sembra) un'attività necessaria, come l'opera di evangelizzazione che i discepoli portano avanti con successo. Un perenne
trovarsi sotto la pressione lavorativa, soprattutto a livello mentale, un perenne essere «in movimento», così enfatizzato come virtù nella nostra epoca,
corre il rischio di far cadere nell'autosufficienza esistenziale, che fa sembrare necessarie e assolutamente insostituibili la nostra presenza e la nostra azione. Oggi questo è
evidente non solo riguardo al lavoro, ma anche in molte ansie genitoriali o relazionali: non si è capaci di staccare la spina dal ritmo frenetico per riuscire a sperimentare
l'umiltà autentica che nasce dal sentimento della dipendenza, da Dio innanzitutto, ma anche dalla vita e dall'azione degli altri. «Non ho tempo», sembra essere
l'affermazione costante di questa dinamica. Gesù invece invita i suoi discepoli ad abbandonare prima di tutto il controllo autoreferenziale della propria attività,
per quanto utile e importante essa sia, come sottolinea maggiormente l'altra affermazione che troviamo nelle sue parole.
«In disparte, nel deserto»
Gesù indica anche un luogo preciso in cui riposarsi: per due volte nel nostro breve brano è menzionata la dizione in disparte, nel deserto. Non si tratta
certo del luogo migliore per ipotizzare un villaggio turistico, né forse sceglieremmo un tale ambiente per trascorrere un periodo di ferie. Credo si possa dire che neppure
Gesù abbia pensato al deserto come luogo reale nel quale portare i suoi discepoli. Tanto più che l'episodio narrato da Marco avviene nella zona attorno al lago di
Tiberiade, che non è un luogo desertico, né il deserto in quanto tale gli è vicino. È quindi opportuno pensare al deserto come luogo «simbolico»,
che la Bibbia tutta considera come il luogo della dipendenza da Dio per poter sopravvivere. Il popolo di Israele, uscito dalla schiavitù dell'Egitto, è stato condotto
dal suo Dio nel deserto proprio per sperimentare quanto la vita non sia soltanto il frutto esclusivo della propria abilità operativa e del proprio sforzo lavorativo. È
questo il senso del detto del libro del Deuteronomio 8, 3: Dio ti ha condotto nel deserto per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ovvero della sua capacità
di lavorare per nutrirsi (il pane non è un prodotto naturale ma frutto della tecnica umana), ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore, ovvero della
capacità di mettersi «all'ascolto», di ricevere quanto gli è necessario per la vita. E così riguardo alla terra promessa: quando tu sarai entrato
nella buona terra [...] quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi
[...] quando abbonderai di ogni cosa [...] guardati dal dire nel tuo cuore: «la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze». Ricordati
invece del Signore, tuo Dio! (Deuteronomio 8, 6-20). In molti altri luoghi della Scrittura si trovano indicazioni simili. Gesù stesso fa un esplicito riferimento
a queste parole in una parabola, mostrando invece un riposo «egoista», che si dimentica di questa radicale dipendenza da Dio. Egli presenta il caso di un uomo che, al
termine di una stagione agricola particolarmente fruttuosa e abbondante, invece di «andare nel deserto, da solo» a vivere un po' della dipendenza da Dio, come esperienza
grata e ristoratrice, così afferma: Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati (è usato lo stesso verbo
anapauo), mangia, bevi e divertiti! (Luca 12, 19). Naturalmente un tale atteggiamento di chiusura sulle proprie ricchezze è condannato da Gesù,
ma è interessante notare come la dinamica del riposare sia coinvolta nella visione autocentrata della propria vita e del proprio lavoro. Fa quindi parte integrante
del riposo che Gesù propone una certa capacità che potremmo definire «contemplativa», nel senso che occorre permettere a se stessi di uscire ogni tanto
dal cerchio della costruzione attiva della propria vita per lasciare scorrere la propria relazione con Dio, che può trovare posto solo in una «solitudine» che
non è assenza di relazioni, ma, al contrario, capacità di goderne nella reciproca «dipendenza» affettiva, con Dio e tra noi.
«Venite, voi soli»
La solitudine cui si accennava è esplicitamente connessa con la ricchezza delle relazioni all'interno del gruppo dei discepoli. E, di più, delle relazioni tra il
gruppo dei discepoli e Gesù stesso (il quale infatti non dice loro «andate», ma con «venite» li invita con sé nella barca). Lo
stare insieme è il luogo autentico nel quale vivere quel clima di dipendenza reciproca che rinfranca e permette il riposo. Anche questa dimensione non è oggi
affatto scontata. Spesso, infatti, l'esperienza familiare o comunitaria viene vissuta sotto l'egida di una sorta di impegno «lavorativo». Le molte cose da fare legate
alla famiglia appartengono alla mole di attività che popolano le nostre giornate. Ben difficilmente, allora, questa viene percepita come un ambiente che veramente concili
quel riposo proposto come necessario da Gesù. E questo la dice lunga sulle modalità in cui la nostra società (e la nostra stessa abitudine culturale ormai
diffusa) ci chiede di organizzare i tempi e i ruoli della nostra vita. Anche qui, sembra necessario un esplicito atto di volontà per ricostruire tempi di stacco dalla stanchezza,
che ridiano verità al piacere di stare insieme, aprendo spazi di relazione liberi, in senso temporale e fisico, sia nella prospettiva di una relazione con Dio (anche noi
del resto siamo invitati a stare nella barca con Gesù) sia nella relazione tra di noi, che favorisca quell'intimità che Gesù e i discepoli potevano gustare
soli sulla barca durante l'attraversamento del lago. Si tratta di recuperare il senso di una comunione che doni ristoro agli individui e alle relazioni e che permetta di riprendere
la fatica insita nell'attività lavorativa con nuova percezione di equilibrio umano e spirituale. Ha un certo fascino lo scoprire che il verbo anapauo è pure
usato da Gesù per un'altra immagine quanto mai evocativa: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro (Matteo 11, 28).
Quest'ultimo è il nostro verbo e si può quindi letteralmente tradurre e io vi farò riposare. Se ci si muove da dove si è (venite) e ci
si mette in quell'atteggiamento di relazione rinfrancante che Gesù (a me) propone ai suoi discepoli, così come a chiunque è stanco e oppresso,
gravato cioè di un qualche peso, si vive quel riposo che permette di ritrovare la giusta dimensione del proprio lavoro.
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