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Le turbolenze che dallo scatenarsi della crisi nell'autunno 2008 continuano a segnare l'economia e la finanza internazionale
si sono coagulate, rischiando di produrre una tempesta di proporzioni forse maggiori di quella seguita al fallimento della banca d'affari americana Lehman Brothers il 15 settembre
2008. Questa volta la tempesta si stava concentrando sull'Europa, con la possibilità di coinvolgere pesantemente il nostro Paese. L'accordo che ha stabilito le misure
di intervento straordinario decise nel vertice ECOFIN del 9 maggio sembra per il momento aver scongiurato il peggio, ma le dimensioni complessive dell'intervento danno la misura
del pericolo incombente: 750 miliardi di euro, una somma superiore persino ai 700 miliardi di dollari stanziati dal Governo americano per salvare le banche nel 2008. Gli
aspetti tecnici del piano sono molto complessi e non potremo qui esaminarli in dettaglio. A un altro livello, come spesso accade, un momento di crisi rappresenta anche una opportunità
per evidenziare le scelte che le nostre società sono chiamate a compiere e i valori di riferimento a cui ispirarsi in tali scelte.
1. Una crisi speculativa
Il motivo scatenante della crisi è il timore che alcuni Paesi europei, innanzi tutto la Grecia, ma poi anche Portogallo, Spagna, Irlanda e forse Italia, possano trovarsi
in condizione di non onorare le scadenze del proprio debito pubblico. Sullo scorso numero di Aggiornamenti Sociali, l'articolo della prof. Floriana Cerniglia («Debito
pubblico: terreno per nuove crisi?», 331-342) analizzava le ragioni della debolezza di questi Paesi, evidenziando come essa sia uno sviluppo della crisi finanziaria ed economica
cominciata nel 2008. In breve, il debito pubblico di questi Paesi rischiava e rischia ancora di rappresentare l'equivalente dei mutui subprime americani. Si tratta in
prima battuta di un esito coerente con il normale funzionamento dei mercati: il timore dell'insolvenza di un Paese conduce gli investitori a liberarsi dei titoli del suo debito
pubblico, diventati più rischiosi del previsto, vendendoli sul mercato e facendone scendere il prezzo. Su questa dinamica si innesta il gioco della speculazione, che
punta proprio ad anticipare questi movimenti per trarne profitto. Sui mercati borsistici è possibile vendere titoli «allo scoperto», cioè senza esserne
ancora in possesso, ma con l'idea di comprarli successivamente, entro una data prestabilita. Uno speculatore ha quindi la possibilità di scommettere sulla perdita di valore
di un certo titolo, vendendolo oggi allo scoperto a un certo prezzo e comprandolo nei prossimi giorni a un prezzo che, se la sua previsione è corretta, sarà più
basso. Ma in questo modo accelera e amplifica il processo, riversando sul mercato un cospicuo volume di ordini di vendita e suscitando l'imitazione degli investitori non speculativi.
In questo senso si è parlato di un «attacco» speculativo alla Grecia. In assenza di una adeguata reazione, la profonda interconnessione economica tra i Paesi
europei avrebbe fornito il terreno per il «contagio». Da una parte perché il crollo del valore dei titoli greci avrebbe messo in difficoltà tutti
gli operatori che li avevano in portafoglio, in particolare le banche e i fondi comuni degli altri Paesi europei, esattamente come 18 mesi fa accadde con i cosiddetti «titoli
tossici». Dall'altra perché le somme incassate dalla vendita dei titoli si sarebbero presumibilmente orientate verso investimenti in valute diverse dall'euro: erano
quindi prevedibili massicce vendite della moneta unica e il suo conseguente deprezzamento nei confronti delle altre divise, in una misura ben maggiore di quanto già si è
verificato. Questo avrebbe incentivato la «fuga» degli investitori dai titoli in euro, anche quelli di Paesi solidi: se per ipotesi si sono spesi 1,5 milioni
di dollari per acquistare titoli del debito pubblico tedesco (il più solido) del valore di 1 milione di euro nel momento in cui il cambio era di 1,5 dollari per 1 euro, e
se il tasso di cambio scende a 1,35, dalla vendita dello stesso milione di euro di titoli si ricavano solo 1,35 milioni di dollari, perdendone 150mila. Una prospettiva di questo
genere è in grado di scatenare un effetto valanga sui mercati e spiega le ragioni di un intervento tanto massiccio. Pur nella varietà degli strumenti tecnici e
delle istituzioni coinvolte, il senso è sostanzialmente unico: rendere disponibile una massa di denaro così ingente da arginare ogni tentativo di speculazione.
Se infatti a fronte di vendite speculative di titoli o valute vi è la disponibilità degli Stati o delle Banche centrali di acquistarli, il valore di mercato non si
ridurrà e la scommessa degli speculatori, che richiede la diminuzione dei prezzi, non potrà essere vinta. Per questo immediatamente dopo l'annuncio dell'accordo i
listini di Borsa hanno registrato forti impennate: oltre all'aumento generalizzato della fiducia, sono avvenuti acquisti di «ricopertura» da parte di chi nei giorni
precedenti aveva venduto allo scoperto, che in questo caso si è «scottato le dita». Resta da vedere se si tratta di un risultato transitorio o se l'argine costruito
il 9 maggio sarà in grado di reggere anche alle prossime piene: la cronaca della settimana successiva all'accordo mostra che la partita è appena cominciata.
2. La consapevolezza dei legami
Come la storia economica mostra, l'instabilità e le forti oscillazioni sui mercati valutari rappresentano un costo e un peso per l'economia, in quanto fanno
aumentare l'incertezza, ad esempio nel concludere contratti internazionali o nel valutare progetti di investimento. Una economia rallentata e appesantita dall'instabilità
delle valute risulta meno capace di assicurare crescita e occupazione, cioè quello di cui oggi hanno più bisogno tutti i Paesi, ormai indissolubilmente legati dalla
globalizzazione. Questo fattore è alla base anche del pressing degli Stati Uniti per convincere gli europei a concludere l'accordo del 9 maggio, che ha visto il coinvolgimento
diretto del presidente Obama. Questa crisi ha evidenziato come in particolare le economie europee siano oggi interdipendenti in una misura ben superiore a quanto normalmente
si pensi: «Abbiamo visto - ha dichiarato il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso il 12 maggio scorso, <www.apcom.it> - che la crisi della
Grecia, che rappresenta solo il 2% del PIL dell'UE, ha avuto conseguenze enormi per tutta l'eurozona». A questa consapevolezza i Paesi europei hanno risposto mettendo in
comune risorse ingenti come probabilmente mai nella loro storia. Non è stata una decisione facile: nelle settimane precedenti, il lungo tira e molla fra le diverse cancellerie
in merito agli aiuti alla Grecia aveva evidenziato il permanere di visioni maggiormente impostate agli «egoismi nazionali». La lentezza e l'incertezza nella risposta
comune alla crisi greca avevano nel frattempo peggiorato lo scenario per tutti, e questo ha probabilmente convinto anche i più restii. Almeno in questo caso, «dalla
crisi si esce tutti insieme», più che uno slogan, è l'espressione della consapevolezza del valore di un legame. L'euro era nato sulla base di un'idea
che lasciava perplessi molti osservatori, che cioè fosse possibile mettere in comune la moneta, ma non le finanze pubbliche e le politiche economiche. Infatti, pur con il
vincolo del patto di stabilità e crescita - i famosi «parametri di Maastricht», peraltro sempre meno vincolanti -, ogni Paese decideva autonomamente la propria
politica economica e si confrontava con i propri problemi di finanza pubblica: non solo non esisteva, ma si escludeva qualunque meccanismo che finisse per accollare ai contribuenti
tedeschi - per fare un esempio - il debito pubblico o il disavanzo della Grecia o della Spagna. O almeno questo è quello che veniva normalmente dichiarato. L'accordo del
9 maggio rappresenta una novità piuttosto drastica: le risorse messe in campo saranno fornite da ciascun Paese sulla base del proprio peso percentuale sull'economia europea,
ma saranno utilizzate a vantaggio di quelli maggiormente in pericolo. Sta già accadendo, ad esempio con i fondi italiani (e non solo) affluiti alla Grecia, ma concretamente
potrà accadere sempre di più che un Paese debba trovare nel proprio bilancio - magari già in difficoltà - le risorse per sostenerne un altro. Si tratterà
di prestiti e non di trasferimenti a fondo perduto, che potranno essere recuperati quando il Paese più debole avrà risanato i propri conti, ma almeno nel breve periodo
questo significa che i problemi di alcuni graveranno anche sulle spalle di altri. Anche se può sembrare un paradosso, proprio in un momento di crisi generalizzata
e in un'epoca in cui sembra prevalere l'euroscetticismo, l'Europa risponde alla difficoltà aumentando, di fatto, la propria integrazione: i rapporti di debito e credito
fra Paesi che si apriranno in seguito all'applicazione dell'accordo e le iniziative di mutuo sostegno renderanno ancora più stretti i legami intraeuropei. Come scrive il
prof. Franco Bruni, «è difficile immaginare una ripresa più netta della coesione economica e politica europea» (BRUNI F., «Troppa enfasi sull'euro
in difficoltà», in La Stampa, 17 maggio 2010).
3. Valori per orientarsi
L'accordo del 9 maggio, raggiunto, come spesso capita in questi casi, all'ultimo minuto per far fronte a una emergenza che poteva dirsi drammatica, non è un colpo di bacchetta
magica che risolve immediatamente tutti i problemi. È un punto di partenza, che indica una linea su cui sarà necessario proseguire con coerenza. Se l'Europa
vorrà mantenere la propria credibilità, non come motivo di onore e prestigio ma come strumento per tenere sotto controllo la speculazione, dovrà innanzi
tutto darvi attuazione, il che potrebbe rivelarsi non sempre agevole: una cosa è dichiararsi disponibili a stanziare dei fondi, altro è effettivamente «mettere
mano al portafoglio». L'attuazione dell'accordo, inoltre, richiederà una serie di riforme anche profonde, a partire da forme di controllo dell'UE sui bilanci
nazionali tali da garantire un effettivo ed efficace coordinamento delle politiche economiche perché - citando ancora il discorso del 12 maggio di Barroso - nella zona euro
«la politica economica degli Stati membri non è più materia solo nazionale, [...] è un interesse comunitario», che richiede di essere «tradotto
in meccanismi e procedure». Oltre alle risorse, occorrerà dunque trasferire all'UE anche alcune fette di sovranità nazionale. Lungo questo percorso è
prevedibile che gli «egoismi nazionali», magari con l'appoggio tutt'altro che innocente di qualche «interesse privato», tornino a far sentire la propria
voce. In ogni caso le società europee saranno chiamate a scelte capaci di indirizzare in un senso o nell'altro il proprio futuro. In questo scenario ci sembra che valga la
pena richiamare i valori in gioco. Il primo è senz'altro il bene comune. Ne ricordiamo la definizione che ne dà il n. 26 della costituzione pastorale
Gaudium et spes (1965, disponibile in <www.vatican.va> come tutti i documenti pontifici citati): «l'insieme delle condizioni della vita sociale che permettono
tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Il sistema economico fa certamente parte di
questo insieme: si tratta dello strumento chiamato a fornire i beni materiali necessari a una vita dignitosa delle persone, oltre che opportunità di lavoro che permettano
a uomini e donne di mettere a frutto le proprie capacità dando «un contributo attivo al bene comune dell'umanità» (GIOVANNI PAOLO II, enciclica Centesimus
annus, 1991, n. 34). Se il buon funzionamento dell'economia richiede la stabilità dei cambi e dei mercati finanziari, allora intervenire per assicurarli rientra nella
responsabilità per il bene comune. L'euro diventa l'occasione concreta per esercitare questa responsabilità e, altrettanto concretamente, il bene comune sarà
il metro di giudizio della bontà delle politiche adottate. Mettere in comune una fetta dei bilanci nazionali è una prima risposta dettata dall'urgenza della necessità,
ma, almeno potenzialmente, è anche una opportunità per una crescita della solidarietà fra le società europee, qualora quelle risorse diventino
una modalità per attuare quel «tutti siamo veramente responsabili di tutti» che Giovanni Paolo II, al n. 38 dell'enciclica Sollicitudo rei socialis (1987)
propone appunto come definizione di solidarietà. Molto dipenderà da come i provvedimenti saranno attuati e anche da come gli inevitabili oneri saranno ripartiti fra
i cittadini dei diversi Paesi interessati. Il piano predisposto è tecnicamente molto complesso e chiama in causa in diversa misura la Commissione europea, la Banca centrale
europea, il Fondo monetario internazionale e i singoli Stati, coinvolti in prestiti bilaterali. Questa complessità è richiesta dal rispetto delle competenze e dai
limiti di azione che leggi, regolamenti e trattati internazionali pongono all'azione di ciascuno di questi soggetti, ed è una delle cause che hanno reso il negoziato complicato.
Come abbiamo visto, gli sviluppi lasciano prevedere la necessità di trovare una nuova articolazione della sovranità in materia economica fra il livello nazionale e
quello europeo. I Paesi europei hanno qui una opportunità di trovare modalità concrete di pratica della solidarietà nella sussidiarietà, così
come risulta definita dai vincoli normativi e istituzionali: nel determinare le opzioni percorribili, le rendono concretamente disponibili all'azione. Solo se ci riusciranno, tutti
saranno veramente coinvolti nella responsabilità comune, ma richiedendo a ciascuno di fare la propria parte.
4. Condividere la responsabilità
Una prima responsabilità incombe sui Paesi che hanno i conti in disordine: senza un serio sforzo di mettere i conti a posto, la solidarietà si tramuterebbe
in un paravento per atteggiamenti parassitari, legittimando le critiche di quanti, soprattutto in prospettiva liberale, ritengono qualunque operazione di salvataggio un «azzardo
morale» che premia i furbi a danno degli onesti. Vanno in questo senso i piani di austerità varati nelle ultime settimane e anche le già ricordate proposte
di un più stringente controllo europeo sui bilanci nazionali. Le prospettive di tagli non hanno mancato di suscitare proteste, anche violente: la promozione del bene
comune esige che la ripartizione dei sacrifici sia il più possibile rispondente a criteri di giustizia sociale, così come richiede ai responsabili della cosa pubblica
lo sforzo di dare conto del senso di questi piani e ai cittadini di accettarli se appaiono giustificati. Ma la partita della responsabilità non riguarda solo gli Stati.
Se la minaccia concreta è quella della speculazione, le misure finora adottate rappresentano un tentativo di difendersene, ma senza uscire dal suo terreno di gioco, i mercati
borsistici. Non è un caso che la valutazione della bontà dei provvedimenti sia sostanzialmente condotta sulla base dell'andamento dei listini e dei cambi. Ma se la
speculazione a briglia sciolta può risultare così dannosa, l'esercizio della responsabilità richiede anche di predisporre strumenti che ne arginino le potenzialità
più distruttive, senza rinunciare ai benefici che l'economia di mercato può produrre una volta che accetti di essere «controllata dalla comunità, dal
corpo sociale con il suo bene comune» (GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti alla plenaria della Pontificia accademia delle scienze sociali, 27 aprile 2001).
Si apre qui la questione delle «nuove regole» e della riforma dell'assetto del sistema economico e finanziario internazionale: a partire dallo scoppio
della crisi del 2008 tutti le invocano. Se l'esercizio della solidarietà intraeuropea suscita la reazione degli «egoismi nazionali», è facile prevedere
che numerosi «interessi privati», quelli che traggono profitto dalla speculazione selvaggia, cercheranno di opporsi a qualunque prospettiva che la tenga a freno. Ma
resta vero che la stabilità economica e finanziaria globale esige una condotta responsabile da parte di tutti gli operatori, pubblici o privati che siano, proprio come la
sicurezza stradale richiede che tutti i veicoli, di qualunque genere, rispettino i limiti di velocità, e che tutti i conducenti evitino i comportamenti pericolosi, come guidare
in stato di ebbrezza. Il presidente Obama ha presentato una proposta di riforma di Wall Street e la battaglia parlamentare si annuncia ancora più incandescente di quella
scatenatasi sulla riforma del sistema sanitario americano. La necessità di una nuova architettura finanziaria internazionale è fin dal 2008 al centro delle attenzioni
del G20, che a fine giugno tornerà a riunirsi in Canada. Si tratta di nuove opportunità di scelta per la nostra società globale; se riusciremo a improntarle
a solidarietà, sussidiarietà e responsabilità, rischiamo persino di ricavare «frutti buoni» da una crisi che nessuno certamente si augurava. Ma
del resto - scrive Benedetto XVI nel n. 21 dell'enciclica Caritas in veritate (2009) - come ogni crisi, anche questa «ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a
darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento
e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente».
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