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Parlare di educazione oggi risulta difficile. Da più parti, infatti, si sottolinea una sorta di crisi nel rapporto tra genitori e figli,
tra scuola e famiglia, tra società e individui. Affrontare un tema tanto delicato facendo ricorso a testi così lontani da noi in termini temporali, quali ad esempio
le lettere di san Paolo presenti nel Nuovo Testamento, può sembrare poco opportuno. Leggendole, infatti, ci si imbatte in indicazioni concrete riguardo a tematiche educative,
in particolare nelle relazioni tra genitori e figli, che sembrano rafforzare l'idea che ciò che san Paolo afferma non sia più adatto per il nostro presente. Ciò
dipende anche dal fatto che ogni epoca declina i processi educativi e genitoriali con le proprie categorie storiche e culturali, dando l'impressione che in san Paolo vi sia un certo
conformismo rispetto alle usanze e alla mentalità della cultura classista, repressiva e tipicamente maschilista del Mediterraneo ellenistico. Tuttavia questa sensazione nasce
dal nostro modo di intendere le parole del testo paolino, ovvero unicamente sullo sfondo della nostra mentalità culturale occidentale odierna. Siamo poco capaci di collocarle
all'interno del loro tempo, e così non riusciamo a gustarne appieno gli elementi di novità che apparivano, invece, evidenti al lettore contemporaneo a Paolo. Le indicazioni
pedagogiche della Lettera agli Efesini che qui presentiamo, se lette in quest'ottica, possono essere definite addirittura rivoluzionarie. Tenendo presente il contesto culturale
e sociale del I secolo d.C. ci si può accorgere di come esse forniscano ancora oggi strumenti che possono aiutare a ricreare canali comunicativi tra le diverse generazioni.
Efesini 6, 1-4 Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre!
Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra. E voi, padri, non esasperate
i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore.
Figli e padri, entrambi soggetti liberi di scelte
La prima novità cui assistiamo è il tono dell'indicazione che san Paolo rivolge a tutti i componenti della famiglia e della comunità. Egli infatti ritiene
tutti, ciascuno per la sua parte, responsabili delle proprie scelte etiche, e quindi capaci di libertà e discernimento. Questo perché l'orizzonte autentico delle scelte
non è più l'etica cui è chiamato il cittadino libero all'interno della polis, ma la relazione personale con il Signore, che tocca ogni membro della comunità
cristiana, qualunque sia il sesso, la condizione sociale o l'età. Ci si ricorderà il principio espresso nella Lettera ai Galati (3, 28): Non c'è Giudeo
né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. I membri «più
deboli» della società sono in Cristo Gesù soggetti che godono di una responsabilità a pieno diritto all'interno della comunità. Nei trattati
etici dell'epoca ellenistica si trovano indicazioni rivolte solo ai membri maschi e liberi della società umana, mentre Paolo, forte di questa novità cristiana, si
rivolge direttamente a mogli, schiavi e figli ancora sotto la tutela paterna (che non hanno cioè raggiunto la maggiore età civile o religiosa), mettendoli sullo stesso
piano dei mariti, dei padroni e dei padri. Addirittura, nel testo che analizziamo qui, le indicazioni date ai figli precedono quelle date ai padri, il che è ancora più
stupefacente se si pensa allo statuto giuridico che regolava le relazioni familiari ed educative dell'epoca. Il paterfamilias godeva infatti di un potere assoluto nei
confronti dei figli fino alla loro maggiore età: su di essi aveva potere di punizione corporale, diritto di vita o di morte e di vendere la prole in schiavitù per
semplice profitto o per sanare debiti. Dionigi di Alicarnasso (l'autore greco delle Antichità Romane, vissuto per la gran parte della sua vita a Roma e morto attorno
al 7 a.C.) scrive che il legislatore ha dato al padre un'autorità più grande sui figli di quella data al padrone sui suoi schiavi (Ant. Rom. 2, 26, 4
e 2, 27, 1-2). La madre si occupava dei figli fino ai sette anni, pur non avendo su di essi alcun potere legale, il padre invece era il diretto responsabile della loro educazione
fino al raggiungimento dell'autonomia. Si comprende allora che il rivolgersi di Paolo ai figli come soggetti liberi di scelte sia fortemente innovativo rispetto al background
culturale descritto, e dimostra che la comunità cristiana si struttura secondo criteri etici non direttamente desunti dalla società circostante, proponendo fin dai
suoi inizi modelli di relazione valutati sulla base delle parole di Gesù più che dei canoni sociologici in uso.
L'obbedienza nel Signore
Un invito all'obbedienza rivolto ai figli appare del tutto conforme allo statuto del loro rapporto con l'autorità paterna sopra presentata. Tuttavia nel testo che
stiamo leggendo vi è un'indicazione che muta l'orizzonte di senso dell'obbedienza di fronte all'assolutezza del potere del paterfamilias: la relazione all'interno
della quale il figlio deve obbedire al genitore nella comunità cristiana è la relazione con il Signore. Qualunque figlio obbedisca nel Signore rimanda
al padre la responsabilità di un agire che non può più essere solo arbitrario e soggetto unicamente al diritto romano. Che l'obbedire sia giusto non
è più solo garantito da questa legge. Figli e genitori sono entrambi in relazione a una giustizia che diviene relazione con Dio. Ma c'è di più. La
ferma indicazione all'obbedienza, seppure nel Signore, non è supportata dalla «facile» affermazione: «Figli obbedite. Dio stesso, infatti, vi comanda
di farlo». Paolo nella Bibbia avrebbe potuto trovare una quantità enorme di citazioni a supporto di questa linea di pensiero. Invece egli indica il quarto comandamento
del Decalogo mosaico: Onora tuo padre e tua madre, dove non si afferma la necessità dell'obbedienza in se stessa, ma dell'onorare i genitori in relazione alla
promessa di vita che ne segue. Tale promessa di vita guarda in avanti, al momento in cui i figli di oggi saranno i genitori di domani. L'atteggiamento cui l'onorare il padre e la
madre rimanda è, infatti, la necessità dell'interiorizzazione del rapporto generazionale, per essere capaci di collegare il comportamento nei confronti dei genitori
con la pienezza di vita adulta che, una volta divenuti essi stessi padri e madri, è loro promessa. Non è quindi in gioco la semplice obbedienza materiale come necessità
sociale, ma il modo stesso in cui si investe per il domani, nella disponibilità filiale a lasciarsi educare. In qualche modo, viene proposta ai figli l'idea che a loro «convenga»
obbedire, cedendo al percorso proposto dal genitore, non per «dovere», ma come investimento educativo di cui potranno raccogliere domani i frutti. Si apprezza così
la finezza di Paolo che, facendo rimbalzare presente e futuro, si rivolge ai figli trattandoli da soggetti «maturi», ma così facendo chiede indirettamente ai
padri di interrogarsi sull'obbedienza, proiettata non sul potere che oggi essi hanno, bensì sul sentimento che li muoveva quando si trovavano nella stessa situazione dei
figli. Si potrebbe riflettere a lungo sulle conseguenze dell'obbedienza così proposta, di come essa necessiti di un'assunzione di responsabilità da parte dei genitori
- e degli educatori più in generale -, tanto nella custodia delle caratteristiche che li possono rendere atti a essere «onorati», quanto nella fatica della loro
funzione educatrice. L'indicazione successiva ai padri esplicita esattamente questo punto.
Non esasperare
Se si considera l'ampia discrezionalità e assolutezza del potere paterno antico nei confronti dei figli, il richiamo paolino ai padri si rivela in tutta la sua portata.
Paolo non nega ai padri di essere i primi responsabili dell'educazione, né che questa non debba essere proposta secondo le usanze e i criteri lasciati alla loro discrezione.
Si sa che la visione comune dell'epoca considerava un fine dell'educazione temprare il carattere dei figli, affinché da adulti resistessero alle tentazioni del lusso e di
una società decadente. Il carattere si rafforza con la severità. Proprio per questo, vari sono stati gli autori d'epoca ellenistica (tra cui vale la pena citare Plutarco
nel suo trattato su L'educazione dei ragazzi nei Moralia II, e Seneca nel De ira o nel trattato Ad Marciam) che hanno fornito ai padri indicazioni che
puntano alla moderazione nel castigare corporalmente i figli. Tuttavia è la motivazione che si trova in Efesini a meravigliare. Si propone come limite alla severità
dei padri non ciò che risponde a qualche criterio «oggettivo» (ad esempio quanti colpi di frusta possono essere dati, oppure quali effetti fisici o morali la
severità può provocare) o a qualche criterio proiettato nel futuro del giovane (questo è il tenore più diffuso dei consigli dati ai padri dagli autori
contemporanei a Paolo sopra menzionati). Il criterio che Paolo fornisce è «soggettivo», e unicamente rivolto al presente del giovane. Una volta di più,
il fanciullo non ancora maggiorenne è considerato radicalmente come soggetto il cui sentire interiore è importante: è il sentimento che nasce nel figlio a seguito
di un'eccessiva durezza a essere in questione. Il verbo greco utilizzato sembra far riferimento alla rabbia e all'esasperazione che nascono dall'impotenza che il fanciullo può
provare dinanzi a troppa severità educativa. L'esasperazione (o lo scoraggiamento, cui fa riferimento il brano parallelo della Lettera ai Colossesi 3, 21) fa
diminuire, diremmo oggi, l'autostima che il giovane figlio ha di sé e può impedirgli di trovare la strada nella relazione con il Signore, che è esattamente
la priorità educativa che il padre deve perseguire: ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore. Il padre-educatore viene quindi considerato
un facilitatore, un mediatore qualificato per far crescere la relazione del figlio con il Signore, attraverso la vita e gli insegnamenti. Il ruolo educativo allora non è
più l'esercizio di una potestas, ma diventa l'espressione caratteristica del Nuovo Testamento, del servizio come conseguenza dell'amore nei confronti della
vita presente e futura delle giovani generazioni. Non si tratta di inculcare nozioni e tradizioni per tenere i figli ancorati a sé e alle proprie convinzioni, bensì
di porsi al servizio del loro rapporto con il Signore: una relazione già in essere nell'oggi (non esasperate), come nel loro domani (fateli crescere nella loro
relazione con il Signore, parafrasi dell'indicazione paolina di lunga vita loro promessa).
Alcuni orizzonti per l'oggi
Se quanto si è fin qui detto può mostrare l'estrema «novità» del messaggio paolino nei confronti della mentalità culturale dell'epoca,
non sfugge neppure la sua fondamentale «attualità». Si possono indicare tre orizzonti di fondo che tale messaggio propone. Il primo consiste nel sottolineare
l'importanza del considerare il giovane «discente» come soggetto di scelte libere, di sensibilità e di desideri autonomi, oltre che come semplice oggetto di deliberazioni
educative imposte dal mondo adulto. Se si è assistito al fallimento di tutto l'impianto ideologico delle riforme scolastiche italiane degli anni '70, che prevedeva una scuola
che fosse anche luogo di incontro e partecipazione tra professionisti dell'insegnamento, genitori e alunni (la cosiddetta stagione dei decreti delegati), alcune linee odierne
che pretendono che l'unica fonte di discernimento per progetti educativi spetti alla comunità tecnico-professionale scolastica, oppure ai più «adulti»
quali conoscitori della verità, non sembrano rispettare l'orizzonte neotestamentario, secondo il quale è necessario un dialogo, anche progettuale, con i giovani che
li consideri veri soggetti di relazione autonoma con il Signore e con la vita e, quindi, con la propria scelta di essere educati. Un secondo orizzonte di fondo sembra essere
uno sguardo «triangolare» sulla relazione tra padri e figli. Entrambi infatti sono sottoposti a una comune regola di vita: sono orientati a vivere una vita nel Signore.
Questo significa che la qualità mediatrice dei padri non è nell'ordine del potere, ma è di tipo educativo. Non si obbedisce ai padri per volere divino, ma perché
attraverso di loro si può essere più facilmente educati alla relazione autentica e personale con il Signore nella propria vita, con la promessa di una vita vissuta
in pienezza nella catena generazionale che vedrà i figli e le figlie divenire un giorno padri e madri. La relazione è triangolare perché entrambi sono soggetti
di relazione autonoma con il Signore, e non è lineare nel senso che è obbedendo ai padri che si obbedisce al Signore. San Paolo sembra indicare che il padre possa
essere giudicato persino da suo figlio se non vive nel Signore. Il terzo e ultimo orizzonte educativo è la necessità di aprire la possibilità di un
dialogo permanente tra le generazioni che permetta a entrambe di esprimere il proprio «sentimento» (o «ri-sentimento»). Ciò comporta che da un lato
venga data voce ai soggetti educanti nel loro difficile mandato di trasmissione e mediazione dei valori fondamentali del processo formativo. Dall'altro, occorre che venga data l'occasione
ai soggetti educandi di poter esplicitare le proprie aree di esasperazione. E dare voce implica - sembra assolutamente scontato, ma vale la pena ribadirlo - desiderare di
ascoltare la voce altrui.
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