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«Difficile ignorare che i toni e le battaglie contro gli immigrati e l'integrazione hanno creato apprensioni e disagio
in molti, così come appare irritante una semplificazione della realtà che tende ad identificare il diverso come ostile, ma leggere la vittoria di Bossi come uno scivolamento
del Paese nel razzismo sarebbe ingannevole e non spiegherebbe cosa è successo»: così Mario Calabresi interpreta il risultato delle elezioni regionali del 28-29
marzo («Le emozioni, la ragione e la realtà», in La Stampa, 31 marzo 2010). Tanti in questo ultimo mese hanno provato a spiegare a che cosa sia dovuta
l'affermazione leghista. Sulla stampa nazionale e internazionale essa ha suscitato, con abbondanza, i più vari interventi: reazioni viscerali, riflessioni politologiche,
difese a spada tratta, considerazioni opportunistiche, insinuazioni, ecc. Non sono mancate, con forse più onestà, le ammissioni della fatica a capire il fenomeno. La
Lega - bisogna riconoscerlo - ha messo a segno un punto importante: rispetto alle elezioni regionali del 2005 ha sostanzialmente raddoppiato i suffragi, mentre rispetto alle politiche
del 2008, nonostante il massiccio astensionismo, ha saputo contenere l'emorragia di voti meglio del PDL e del PD. La sua affermazione, oltre che ai voti ottenuti, è legata
alla conquista della guida di due importanti Regioni, Veneto e Piemonte, dovuta anche alla capacità di «contrattazione» nell'ambito del centro-destra,
e forse ancor più all'abilità e spregiudicatezza nel presentarsi come la parte vincente - e quindi con ambizioni di dominio politico - della coalizione che ha indubbiamente
vinto le elezioni. Il voto a favore della Lega non è più riconducibile a un fenomeno di protesta e richiede di essere compreso senza semplificazioni o caricature.
Questo non significa «sdoganare» l'ideologia di un partito che ha scelto come simbolo un guerriero che brandisce una spada, ma mettersi in ascolto di ciò che
hanno cercato di esprimere le tante persone che quel simbolo hanno scelto sulla scheda elettorale. È fondamentale affrontare quelle affermazioni della Lega che più
disorientano e che a molti, pure non elettori leghisti, sono forse meno estranee di quanto si vorrebbe. È un lavoro che non può più essere rimandato, per capire
chi siamo come società italiana, al Nord ma non solo. Mettersi in ascolto significa fare lo sforzo di andare oltre l'indignazione per le posizioni innegabilmente discriminatorie
e xenofobe, sbandierate dai portavoce del partito, ma non agite con altrettanta decisione in tutti i luoghi dove gli uomini della Lega ricoprono incarichi amministrativi: «Nei
giorni scorsi la stessa Rosy Bindi ha riconosciuto che sul tema degli immigrati la Lega razzola assai meglio di quanto predichi: ne sono prova le politiche di molte amministrazioni
leghiste» (BRAMBILLA M., «Il mix di Bossi dai celti alla Chiesa», in La Stampa, 3 aprile 2010). Questo sforzo è indispensabile per elaborare proposte
politiche nuove, alternative a quelle della Lega e autenticamente - e non strumentalmente - coerenti con la dottrina sociale della Chiesa, che possano avere qualche speranza
di successo in uno scenario che il partito di Bossi dimostra di saper interpretare. La sfida è aprire alla complessità della realtà quegli elettori che, comprensibilmente,
cercano punti di orientamento chiari, che provano a cavarsela davanti alla crisi, che portano nella «pancia» la propria identità.
1. Logiche postmoderne
La Lega ha saputo catalizzare le reazioni di un'ampia fetta della popolazione del Nord Italia di fronte alle dinamiche della globalizzazione e alla loro paralizzante «complessità».
I suoi rappresentanti affrontano di volta in volta i nodi «problematici» più sul campo delle soluzioni che di una teoria generale coerente, con una prospettiva
che parte dagli interessi locali. Si tratta di una posizione esplicitamente assunta a livello teorico: «La complessità - ai nostri giorni - è ingovernabile dalla
sovranità monolitica: è piuttosto governabile attraverso il riconoscimento dell'autonomia e dell'autogoverno. Dietro i territori c'è Dio, la piccola Patria
e la famiglia [...]: cioè la tradizione culturale locale» (GALLI S. B., «La Lega è solo la Lega», in La Padania, 6 aprile 2010), e praticata
nell'agone politico: «La prima volta che ho incontrato Roberto Cota [neopresidente della Regione Piemonte, N.d.R.] - racconta Calabresi - gli ho chiesto di spiegarmi quali
erano le prospettive politiche della Lega in Piemonte e lui mi ha risposto parlandomi per un quarto d'ora sui danni della grandine. Mi sembrava un marziano, ma i risultati della
Lega nelle campagne del cuneese come in quelle del Veneto ci dicono che anche lì c'era uno spazio vuoto che da tempo aspettava di essere riempito» («Le emozioni,
la ragione e la realtà», cit.). L'adozione di una prospettiva localistica consente la frammentazione dei problemi - operazione indubbiamente postmoderna -
a una dimensione che li fa apparire dominabili: per questo il discorso politico della Lega risulta immediato, semplice (ma anche semplicistico), capace di catturare l'attenzione
delle persone e di conquistarne il consenso, anche senza l'apparato comunicativo di cui dispone Berlusconi e con una presenza su Internet alquanto limitata. Strettamente collegata
è la posizione antintellettualistica della Lega, che amplifica una sfiducia generalizzata - anche in questo caso è un tratto distintivo della postmodernità
- nelle grandi narrazioni e nei progetti ad ampio respiro: la Lega «è presente sul territorio, in modo costante e proficuo, per dare risposte concrete e non
per perdersi in chiacchiere» (STUCCHI G., «La Lega Nord ha trionfato perché l'elettorato vuole il cambiamento», in La Padania, 2 aprile 2010). Un
discorso che ha sicuramente presa nelle culture «produttive» del Nord. Le soluzioni puntuali, senza alcuna preoccupazione per la coerenza - ancora un elemento
postmoderno -, risultano attraenti perché sollevano dalla fatica della complessità e permettono di destreggiarsi nelle singole circostanze, come accade ai non pochi
che sostengono la mano dura contro i graffitari ma non contro gli evasori fiscali, o che ritengono l'immigrazione un pericolo e intanto affidano i genitori anziani a una badante
straniera, magari pagandola in nero. Anche l'attenzione a soddisfare il bisogno di percepire serenità, normalità, sicurezza (economica, sociale, culturale)
è una delle chiavi del fare politica nell'era della globalizzazione, e non solo in Italia. Come già scriveva nel 1998 il sociologo Zygmunt Bauman: «i governi
seri non possono offrire neppure certezze, dovendo concedere libertà a "forze di mercato" di cui è nota la mobilità e l'imprevedibilità; forze
che, in virtù della conquista di una extraterritorialità, tutti sono ormai convinti possono essere controllate da governi inguaribilmente "locali". Fare
qualcosa o farsi vedere mentre si fa qualcosa nella lotta contro la criminalità che minaccia le condizioni di sicurezza della persona rimane, invece, una possibilità
concreta, che per giunta porta con sé un grosso potenziale elettorale» (BAUMAN Z., Dentro la globalizzazione, Laterza, Roma-Bari 2005, 129). Il livello di
sicurezza reale non cresce, ma i voti aumentano, conclude il sociologo.
2. «Pensar a la nostra xente»
Così si intitolava il ringraziamento agli elettori di Luca Zaia, neoeletto presidente del Veneto, nella versione in veneto pubblicata su La Padania il 31 marzo
2010, il giorno dopo quello in italiano (che si intitolava «È il riscatto dell'identità veneta. Mai più sudditi»). «Pensare alla nostra gente»
è certamente il contenuto principale del discorso politico della Lega, come in fondo di ogni partito politico, che non può che avere di mira i propri elettori.
Il punto cruciale è il criterio scelto come base per la costruzione del «noi» e la logica con cui si impostano i rapporti con coloro che di quel «noi»
non fanno parte. Se in altre epoche tale criterio poteva essere socioeconomico (la classe operaia) o più ampiamente ideologico (il riconoscersi in certi valori e simboli),
per la Lega esso è territoriale: «Una cultura politica e una mentalità collettiva che antepongono l'interesse della comunità politica locale»
(GALLI S. B., «La Lega è solo la Lega», cit.). E viene data questa spiegazione: «Oggi, i processi di globalizzazione in atto rilanciano il ruolo dei territori
dal punto di vista politico. La crisi della sovranità e la trasformazione del cittadino nel consumatore determinano il ridimensionamento di due dei tre elementi costitutivi
dello Stato: Governo e popolo. Rimane solo il territorio, non intaccato dalla fine della modernità e dall'avvento della globalizzazione» (ivi). Nell'interpretazione
leghista, il territorio pare essere portatore innanzitutto di interessi degli autoctoni, in primis per recuperare autonomia, o, in maniera più popolare, per
«essere padroni a casa propria»: «el Popolo veneto ga dito che vol a libertà, a sicurànsa e a paronansa a casa soa» («il popolo veneto
ha detto che vuole la libertà, la sicurezza ed essere padrone a casa sua», ZAIA L., «Pensar a la nostra xente», cit.). Esaminando attentamente i programmi
della Lega, è chiaro che essa non promette grandi cambiamenti, non si avventura in progetti rivoluzionari; del resto il cambiamento, specie se radicale, non è mai
rassicurante. E questo senza alcuno scrupolo di assumere posizioni contraddittorie. Lo si vede, ad esempio, nel caso delle privatizzazioni: pur votando a favore del decreto
Ronchi, la Lega non ha mancato di ribadire la propria tradizionale posizione a favore dell'acqua pubblica, perché resti in mano agli enti locali. Allo stesso modo, si è
sempre dichiarata contraria all'abolizione delle Province, a dispetto della retorica antipolitica, o all'aumento dell'età pensionabile, a dispetto dell'impatto della previdenza
sui conti pubblici. La Lega sostiene l'assetto del sistema sociale come lo conosciamo e dice di poterlo fare funzionare purificandolo dalle logiche assistenzialistiche: «mentre
chi lo ha creato lo ha fatto in nome di valori universali di giustizia e eguaglianza, la Lega dice che per difenderlo occorre che solo la maggioranza goda di quei benefici; solo
gli italiani, solo i locali; diritti che devono diventare privilegi; che è giusto che siano beni per e degli italiani» (URBINATI N., «La Lega e la politica del
doppio binario», in la Repubblica, 6 aprile 2010). Il lavoro per la comunità locale, non senza valore e svolto in maniera interessante anche da alcune amministrazioni
leghiste, è però inficiato da questa concezione riduttiva di società, come pure dalla logica della minaccia, che richiede l'identificazione di
un «nemico» o «pericolo esterno»: «Bossi ha raccolto consensi fra coloro che, a torto o ragione, ritenevano minacciato un proprio interesse. Le prime
campagne furono contro i meridionali, poi rimpiazzati dagli immigrati. La paura che qualcuno che "viene da fuori" possa togliere qualcosa è stato il primo carburante.
E ha finito con l'alimentare categorie diverse: dal mondo delle piccole e medie imprese che si sente tartassato dal fisco a quello degli operai che si sentono abbandonati da ciò
che resta del vecchio Partito comunista» (BRAMBILLA M., «Il mix di Bossi dai celti alla Chiesa», cit.). La crisi economica in corso non ha fatto che aumentare
la preoccupazione per la difesa degli interessi e la percezione della minaccia, e tutto questo va a braccetto con una più generale difesa della propria identità, che,
anzi, finisce per essere definita proprio a partire dagli interessi: «Ciò che ispira l'azione della Lega è il tentativo di imporre un'identità intrisa
di interessi. E viceversa: identificare e imporre al centro della scena interessi che facciano da discrimine, che la rendano riconoscibile e diversa: che forniscano identità.
Per questo è difficile discernere, nelle sue proposte, nelle sue iniziative, l'elemento simbolico da quello fattuale. I due elementi infatti convivono» (DIAMANTI I.,
La Lega. Geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico, Donzelli, Roma 1993, 119). La costruzione territoriale, e localistica, del «noi» politico
risulta certamente attraente - lo dicono i risultati elettorali - ma non priva di limiti e rischi, a partire dalla necessità della minaccia, di trovare altri contro cui porsi.
Se abitare la complessità globalizzata è faticoso, a lungo andare non lo è meno vivere sotto una costante minaccia, in una dinamica inarrestabile di competizione
escludente: non si vince tutti insieme, ma «noi» vinciamo se «altri» perdono, il che include il rischio, mai dichiarato ma certamente percepito, che
siamo «noi» a perdere. Questa logica non può contemplare l'esistenza di un bene veramente comune: esiste solo il bene di una parte e tutte le soluzioni sono sempre
prove di forza. Questa logica è inconciliabile con la dottrina sociale della Chiesa.
3. Per una ricostruzione del «noi»
Se le dinamiche della globalizzazione conducono a una dissoluzione dei diversi legami che, nell'esperienza politica del XX secolo, davano struttura e identità alla collettività,
il fenomeno Lega ripropone con forza la necessità di un percorso di ricostruzione di un «noi», di un soggetto collettivo con una propria coscienza e anche
un proprio immaginario, senza il quale, propriamente, non si dà politica, perché una schiera indefinita di individui atomistici non è una polis. Può
darsi che il territorio, nelle attuali circostanze, rappresenti effettivamente una base per questo percorso. Il punto cruciale è la logica che anima il processo. Alla
fine del XIX secolo la dottrina sociale della Chiesa nasce, con l'enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891), come reazione al diffondersi del marxismo. Tra i punti
inaccettabili dell'ideologia marxista vi è l'assunto che il motore della storia sia il conflitto di classe, che richiede di postulare una società strutturalmente
conflittuale, con un esito necessario e predeterminato: la vittoria degli uni (i proletari) attraverso l'eliminazione degli altri (i borghesi), come peraltro è accaduto
laddove i regimi comunisti hanno preso il potere. Per questa ragione, nel secolo scorso, i cattolici hanno dato vita a partiti che si professavano «interclassisti».
Se l'epoca della lotta di classe è tramontata, permangono, come abbiamo visto sopra, interpretazioni della realtà sociale basate sul conflitto e pericolose illusioni
che i problemi si possano risolvere con l'eliminazione di chi ne è portatore (non più i capitalisti, ma i rom, i clandestini, gli immigrati, ecc.). Alla ideologia
della lotta di classe la dottrina sociale della Chiesa contrapponeva l'ideale di una società armonica e della concordia fra le classi. Sono parole che oggi suonano
velleitarie, piene di irenismo. Crediamo che la sfida sia non tanto recuperare un lessico, quanto la sostanza del suo contenuto. Nel tempo in cui la politica continua ad avvitarsi
sulla propria crisi - e il crescere universale dell'astensionismo ne è la cartina di tornasole - e resta prigioniera del cortocircuito fra le «pance» (e le loro
paure) e il calcolo degli interessi, il termine «concordia», nel suo stesso etimo, riporta alla nostra attenzione il «pezzo» che non può mancare,
pena un riduzionismo antropologico: il «cuore», inteso non come la sede di sentimenti buoni e vaghi, ma della volontà, del «volere il bene», centro
unificatore della persona (e della società), capace di elaborare i desideri più profondi in progetti orientati al bene, che è più del tornaconto o del
controllo delle paure. La storia dell'Italia repubblicana ci può dare speranza, quando si ricordano i momenti di crisi e di paura, in cui la costruzione di una concordia
ha funzionato e ha permesso al Paese di rilanciarsi verso il futuro. Il primo è il periodo della fondazione della Repubblica e dell'elaborazione della Costituzione dopo
i disastri del fascismo e della guerra. Il secondo è il momento dell'«unità nazionale», messa in campo nella drammatica lotta contro il terrorismo negli
anni '70, grazie anche alla responsabilità di partiti e sindacati di sinistra nell'evitare che la loro base scivolasse nell'illusione semplificatoria della lotta armata.
Il terzo, meno drammatico ma non meno fondamentale, è la concertazione fra le parti sociali che negli anni '90 ha permesso all'Italia di riportare sotto controllo la propria
finanza pubblica ed entrare nell'euro (cfr CERNIGLIA F., «Debito pubblico: terreno per nuove crisi?», in questo numero alle pp. 331-342). Crediamo che amministrare un
territorio facendo davvero gli interessi di coloro che lo abitano non possa prescindere da azioni di concertazione e dalla costruzione di un quadro di concordia. La ricostruzione
del «noi» sociopolitico in Italia, senza scorciatoie che eliminino la questione della complessità e del pluralismo culturale della nostra società, vede
in prima linea tutti coloro che tentano in modo semplice ma non riduttivo di articolare visioni e culture politiche differenti. Come parlare al cuore delle persone per tirarne
fuori non il peggio, alimentando la paura, ma il meglio, come le nostre tradizioni di solidarietà e accoglienza?
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