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A differenza dei lettori, chi scrive queste pagine non conosce ancora i risultati delle elezioni amministrative regionali del
28 e 29 marzo, e ha sotto gli occhi una campagna elettorale dominata da quello che con le parole del Presidente della Repubblica possiamo chiamare il «pasticcio»
della presentazione delle liste in Lazio e Lombardia, con il suo strascico di ricorsi, polemiche, tensioni nei rapporti fra le istituzioni, appelli alla piazza e accuse di complotti.
A prescindere dall'esito delle urne, che comunque andrà analizzato, questa vicenda resta sintomatica dello stato di salute della nostra politica. Parlare di crisi della
politica, a fianco di quella economica - tutt'altro che passata -, sociale e ambientale, appare persino banale: ogni volta sembra di toccare il fondo, salvo poi, purtroppo, essere
smentiti dal tonfo successivo. Indipendentemente dal fatto che ci si riconosca in partiti di destra, di centro o di sinistra, il senso di stanchezza, di scoraggiamento, se non di
nausea, e soprattutto la sfiducia nelle istituzioni e ancor più nelle regole democratiche sono sempre più diffusi. Si tratta di un problema non solo italiano,
come dimostra l'astensione record alle elezioni amministrative francesi del 14 marzo, dopo i livelli allarmanti già toccati a quelle europee del 2009, ma questa non è
una consolazione, né sminuisce le pesantezze di casa nostra. «Viene da chiedersi dove sia la testa dei nostri politici e che cosa li distragga [...]. La politica oggi
sembra tornata sideralmente lontana dai problemi reali e chiedere conto dei programmi sulla sanità, le tasse o la sicurezza appare quasi naïf» (CALABRESI
M., «Basta fatti vogliamo promesse», in La Stampa, 3 marzo 2010). È possibile andare oltre le reazioni e sensazioni - scoraggiamento e resa, disfattismo,
se non disgusto - che questa situazione suscita in molti di noi?
1. Antidoti allo scetticismo
Nel nostro Paese non mancano le persone seriamente impegnate nella costruzione di modelli di vita alternativi, che si interrogano autenticamente su come vivere insieme, che provano
a declinare in una congiuntura tutt'altro che semplice i valori della solidarietà, della giustizia, della sostenibilità, e che accettano la sfida di cercare di costruire
una società dal volto più umano per tutti coloro che la abitano. Tramite il lavoro della Rivista abbiamo modo di incontrarne tanti, ed è un'esperienza di cui
siamo profondamente grati. Anche fra queste persone sono evidenti i segnali di perplessità, scetticismo, sdegno e fastidio nei confronti della politica e ancor più
dei politici. Tra i cattolici, non pochi, pur senza negare in teoria la possibilità di agire come credenti in politica, ritengono che nelle attuali condizioni ciò
non possa di fatto accadere senza compromessi inaccettabili per chi vuol vivere in pieno il Vangelo. La tentazione di tirarsi indietro, non solo dall'impegno diretto ma anche
dal voto, diventa sempre più forte a ogni elezione. Per molti risultano così non solo profeticamente brucianti, ma persino imbarazzanti e disorientanti le parole di
Giovanni Paolo II nell'esortazione apostolica Christifideles laici (1988): «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla "politica",
ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune [...].
Le accuse di arrivismo, di idolatria del potere, di egoismo e di corruzione che non infrequentemente vengono rivolte agli uomini del Governo, del Parlamento, della classe dominante,
del partito politico; come pure l'opinione non poco diffusa che la politica sia un luogo di necessario pericolo morale, non giustificano minimamente né lo scetticismo
né l'assenteismo dei cristiani per la cosa pubblica» (n. 42, in <www.vatican.va>, come gli altri testi pontifici citati). Una soluzione invocata e sospirata
da molti è che si faccia avanti un vero leader carismatico, che convogli speranze, sogni, energie e capacità pratiche, ma soprattutto che rappresenti
la vittoria di alcune sfide (razziale, occupazionale, ambientale, ecc.) e che incarni, nella sua biografia e nel suo volto, valori e ideali pienamente umani. La storia più
recente ci ha offerto la figura di Barack Obama, capace di riavvicinare alla politica un ampio numero di americani delusi, di suscitare nuovi entusiasmi, ben oltre i confini del
proprio Paese, di trasmettere, fin dalla scelta dello slogan «Yes, we can» (Sì, noi possiamo), un rinnovato senso di possibilità. Non si intende
qui «canonizzare» il Presidente americano, peraltro alle prese con la difficile sfida di non rimanere schiacciato dalla frustrazione delle attese messianiche dei suoi
sostenitori, i quali, dopo un anno di presidenza, devono misurarsi con le mediazioni, con il realismo del gestire una complessa macchina amministrativa e con la fatica della pazienza
che inevitabilmente accompagna la produzione del mutamento sociale. Ci interessa piuttosto mettere in evidenza una dinamica dell'immaginario collettivo globale con cui la politica
e i politici si trovano a fare i conti, compresi i rischi di rapidissima usura del «messia» di turno.
2. Una politica che «tocca terra»
Sulla scena della politica italiana non sembra per il momento apparire alcuna figura capace di catalizzare un movimento «alla Obama». Ma quella scena non è
vuota: esiste una classe politica a cui, indipendentemente dalla desolazione sopra richiamata, è comunque affidata la promozione dello sviluppo integrale e solidale
della società, a partire dai consiglieri regionali e dai «governatori», vecchi e nuovi, appena eletti. Ciascuno di loro, nel suo ambito e al suo livello,
si trova in qualche modo davanti alla stessa sfida di Obama, a partire dalla scelta dello stile del proprio amministrare e fare politica. Adempiuto il diritto-dovere elettorale,
ai cittadini resta invece il compito di accompagnare, sostenere, stimolare e vigilare gli eletti. Oggi i cittadini hanno con i politici un contatto essenzialmente mediatico:
dunque inevitabilmente «mediato», e spesso anche in certo qual modo falsato e distorto, più virtuale che reale. Così aumentano la sensazione di distanza
dalla politica e la percezione che i politici sono più preoccupati di mantenere i loro privilegi (di «casta») che interessati ad affrontare i problemi concreti
della vita reale. Per chi si occupa della cosa pubblica si presenta quindi la sfida di rinsaldare, o creare, un legame forte con i cittadini comuni, condividendone il vissuto
quotidiano per comprendere dall'interno e affrontare i loro problemi e le loro esigenze e formulare programmi adeguati. Come ricordava di recente il card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo
di Milano, in un intervento agli amministratori locali della diocesi ambrosiana, che merita di essere conosciuto e di cui riprendiamo alcuni passaggi significativi,«il politico
che è svincolato dal rapporto diretto con le persone e le comunità [...] non potrà mai servirle in modo autentico» (TETTAMANZI D., Cristiani in politica.
Tutti responsabili di tutti, Centro Ambrosiano, Milano 2010, 12). Cercare il contatto diretto con i cittadini è tutt'altro che una strategia populista per gestire
il consenso. Si tratta invece di assumere una prospettiva di vero ascolto, attraverso la quale i gravi problemi, che nella loro complessità possono sembrare insormontabili,
acquistano un volto umano e soprattutto iniziano a trovare percorsi di soluzione o quanto meno di gestione efficace. Ricordava ancora il card. Tettamanzi: «Sul territorio
i grandi problemi - pur nelle difficoltà obiettive - sono più affrontabili: smettono di essere "lontani", diventano "vicini", assumendo così
il volto di persone concrete che chiedono aiuto. Un conto è parlare del problema "casa" per gli italiani, altro è aiutare Mario, Luigia, Piero e Mohamed
a trovare la casa. [...] È facile etichettare la realtà dell'immigrazione come emergenza, ma se ogni Comune mettesse in atto (come tanti già fanno) lungimiranti
e realistiche politiche di accoglienza e di integrazione per gli immigrati che sono sul proprio territorio, il fenomeno da "emergenza" incontrollabile diventerebbe sempre
più governabile e di fatto governato» (ivi, 32). Tutti uguali di fronte alla legge, i cittadini sono però diversi nella concretezza delle condizioni
di vita. Tra le molte prospettive particolari che un politico può assumere nel considerare i problemi della società, ci sentiamo di richiamare l'importanza di recuperare
un occhio di riguardo per i più poveri: l'attenzione preferenziale per chi non arriva alla fine del mese, per chi vive la disabilità, per chi non riesce a trovare
un lavoro dignitoso, per chi sperimenta la sofferenza di legami che si spezzano, per tutti coloro che sono in condizioni svantaggiate è la migliore angolatura per poter inquadrare
il vero bene della comunità. «L'amore preferenziale per i poveri rappresenta una scelta fondamentale della Chiesa, ed essa la propone a tutti gli uomini di buona volontà»
(SODANO A., «Lettera al card. Martino per la pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa», 29 giugno 2004, in PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA
E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, XII). Questa proposta vale in modo particolare per
gli amministratori pubblici, a partire da quelli dichiaratamente cattolici: solo così si potrà davvero verificare l'autenticità del modo di «stare»
sul territorio, di progettare una società in cui c'è posto per tutti, sul serio e non solo a parole.
3. Potere e autorità
Il compito di costruire una casa comune in cui tutti abbiano l'opportunità di vivere una vita sempre più umana, non compete soltanto ai politici. Oggi più
che mai «tutti siamo veramente responsabili di tutti». Sono le parole di Giovanni Paolo II nel n. 38 dell'enciclica Sollicitudo rei socialis (1987) cui
il card. Tettamanzi rimanda fin dal titolo del discorso che abbiamo citato, che così concretizza quel principio: «L'autentica convivenza, la vera sicurezza, la lieta
vivibilità delle nostre comunità possono essere ottenute solo se si diffonderà sempre più questo clima di cura: tutti [...] devono fare la propria parte».
Ma - precisa subito il cardinale - «in particolare chi è attivo nell'amministrare il bene comune» (TETTAMANZI D., Cristiani in politica, cit., 38): è
indispensabile anche attività politica in senso stretto proprio perché tutti possano vivere la dimensione politica più allargata. Questa necessità
pone precise esigenze al profilo di chi si impegna in campo politico: «Non ci si può "improvvisare" al servizio degli altri, tanto meno in politica. [...]
Occorrono persone serie, preparate e competenti» (ivi, 16). Non si tratta di competenze tecniche o disciplinari specifiche, ma della capacità di ascoltare,
orientarsi, proporre, decidere, anche in situazioni difficili e sotto vincoli estremamente cogenti, cioè della capacità di esercitare il potere. In molti ambienti
è oggi difficile persino pronunciare la parola «potere», probabilmente per quel misto di paura e seduzione che inevitabilmente trascina con sé. È
importante superare questo blocco: solo tematizzando compiutamente la questione del potere sarà possibile cercare il modo per farne non la ragion d'essere della politica,
come la scienza politica postula, ma il suo strumento, principe certo, ma sempre strumento. Per esercitare il potere è necessaria una qualità essenziale: l'autorevolezza.
Spesso ormai si parla di leadership come se fosse sinonimo di management, di padronanza di tecniche di gestione: in questo modo, però la leadership
è ridotta a gestione dell'organizzazione. In alternativa, ci si rinchiude nella versione romantico-populista del leader carismatico, che accentra tutto su di sé
e a cui tutti obbediscono. Serve dunque una più approfondita riflessione sull'autorevolezza di chi esercita autorità e potere. Abbozziamo qui qualche linea lasciandoci
guidare dagli spunti in campo pedagogico dell'antropologo Ferdinando Fava (cfr FAVA F., «Formare alla leadership. L'accesso all'originalità personale»,
in Aggiornamenti Sociali, 12 [2003] 795-806), che ci sembrano validi anche per pensare la figura del politico. Il termine «autorità» reca in sé
il significato etimologico di «generare», di «lasciare originare dal proprio seno», di «portare all'esistenza». Per questo chi esercita autorità,
il leader, è colui che si riconosce «autore» (dal latino auctor, letteralmente «il promotore», «colui che fa avanzare»),
cioè permette ad altri di crescere e di diventare a loro volta leader. Una affermazione di tale portata risulta in un certo senso paradossale, perché
sovverte la visione ordinaria dei rapporti di autorità, che sono di norma considerati contrattuali e asimmetrici, trasformandoli in relazioni d'influenza non coercitiva e
non contrattuale. «Autorizzare» è, secondo l'antropologo, il segreto di questo modo di concepire ed esercitare la leadership: «l'autorità
[...] "permette altro", alla maniera con cui una poesia o un film inaugurano una percezione che non sarebbe stata possibile senza di essi [...]. A questo titolo [l'autorità]
inaugura un tipo nuovo di pensiero e di azione; e questi interventi manifestano ciò che li ha permessi, senza esserne delle semplici applicazioni, conseguenze o imitazioni»
(CERTEAU M. DE, La faiblesse de croire, Seuil, Paris 1987, 110 s., nostra trad.). Prosegue Fava: «La leadership [...] risulta da un processo di cui il leader
è il catalizzatore. Non mira in primo luogo al controllo, ma alla libertà di essere, è strutturalmente aperta alla novità e al cambiamento [...];
è progressione aperta e non ripetizione dell'identico» (FAVA F., «Formare alla leadership», cit., 801). Non è difficile rendersi conto
di come questo stile di esercizio dell'autorità andrebbe incontro a quel desiderio profondo di rinnovamento del fare politica che con frequenza si esprime nella richiesta
di «facce nuove», ma che va inevitabilmente incontro alla frustrazione se la novità si limita a una operazione di immagine. Anzi, una leadership di questo
genere saprà farsi carico della gestione delle frustrazioni che l'arte della mediazione politica inevitabilmente comporta, sapendo collocare i singoli passi, magari insoddisfacenti,
nella proposta di un percorso di cambiamento di lungo termine. Non sarà invece facile - va riconosciuto con chiarezza e onestà - il percorso di chi volesse provare
a esercitare in questo modo la leadership. Non soltanto perché si tratta di qualcosa a cui come società siamo purtroppo così disabituati da farlo sembrare
utopistico o paradossale. L'idea che l'autorità e il potere consistano essenzialmente nel controllo è molto potente e soprattutto funzionale agli interessi di chi
vede la società come il luogo dell'affermazione di sé o della massimizzazione dei propri vantaggi, anziché della costruzione di opportunità di vita buona
per tutti, sulla base dell'originalità di ciascuno. Si confrontano qui - e potenzialmente si scontrano - due visioni opposte del senso della politica e, in radice,
due diverse idee dell'uomo e del significato della sua esistenza. In questo senso, nel modo di fare politica e di esercitare l'autorità c'è davvero molto in gioco.
Per questo la Chiesa non teme di presentare l'impegno politico come una autentica vocazione, cioè come un ambito in cui costruire una piena realizzazione della propria
vita. E, citando ancora le parole del card. Tettamanzi, «Diciamocelo francamente: se non è per una particolare vocazione e per il desiderio gratuito di "servire",
per cos'altro un cristiano - e, aggiungiamo noi, qualunque persona di buona volontà - si mette a disposizione degli altri in questo ambito? Per interesse? Per calcolo? Per
prestigio? Per sete di potere?» (TETTAMANZI D., Cristiani in politica, cit., 22 s.). La possibilità concreta, anche se a volte ardua, di realizzare la propria
umanità è - ne siamo convinti - «il bello della politica»: la crisi e il degrado, per quanto profondi, potranno appannarlo o nasconderlo, ma non cancellarlo.
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