Bibbia aperta - aprile 2010    

Siamo tutti fratelli?

Stefano Bittasi S.I.
di «Aggiornamenti Sociali»

 

Quando affermiamo che qualcuno è nostro fratello o nostra sorella, quasi automaticamente colleghiamo la categoria della fraternità all'interno di un tessuto formato da relazioni sostanzialmente positive, quando non addirittura all'interno di legami di amore familiare. Eppure il modo biblico di presentare il tema della fraternità non sembra andare in questa direzione. La prima coppia di fratelli, Caino e Abele, è legata da rapporti di sospetto e di invidia, che sfociano con violenza nell'omicidio (Genesi 4, 1-16). Le vicende dei due figli di Abramo, Isacco e Ismaele, sono dolorosamente segnate dalle problematiche relazioni tra le due madri (Genesi 21, 1-21). Tutta la storia di Giacobbe avrà il suo tragico inizio negli stratagemmi posti in essere per derubare il fratello Esaù della primogenitura e della benedizione paterna (Genesi 25, 29-34; 27, 1-45). Nel racconto biblico non manca neppure la storia del conflitto tra due sorelle, nella vicenda di Lia e Rachele, spose di Giacobbe; la prima che può godere del dono della fertilità ma non riuscirà mai ad avere l'amore del suo uomo e la seconda che, pur pienamente amata dal marito, lotta disperatamente per poter avere un figlio (Genesi 30). L'invidia e l'odio infiammano anche i rapporti tra i dodici figli di Giacobbe, facendo da motore scatenante per l'epica vicenda di Giuseppe (dal capitolo 37 al termine del libro della Genesi). Questi, è vero, non viene ucciso dai suoi fratelli, viene «solo» venduto da loro come schiavo a mercanti di passaggio. Una storia che si concluderà, al termine di un lungo itinerario umano di scoperta e riconoscimento nella diversità e nella reciprocità, con una riconciliazione che consentirà il successivo cammino del popolo delle dodici tribù, discendenza di questi dodici fratelli.
Si coglie facilmente da questa breve panoramica come lo sfondo sul quale viene letto il mondo delle relazioni fraterne nella Bibbia sia senz'altro quello dei «fratelli-nemici», che devono fare lunghi percorsi per essere in grado di ricomporre i dissidi. Bisogna comunque sottolineare che la litigiosità e la conflittualità tra fratelli e tra sorelle non sono mai presentate nella Bibbia come caratteristiche «naturali» dell'uomo e della donna. Ogni storia biblica di odio fraterno è radicata nel complesso tessuto delle relazioni e delle scelte umane - diremmo, anzi, nel complesso dei fattori socioculturali che ne determinano il nascere e lo svilupparsi. L'essere fratelli nel contesto di un'unica famiglia rappresenta senz'altro un orizzonte significativo per la costituzione di modalità comportamentali e di parametri relazionali con i quali ci si deve confrontare. Ecco perché i racconti biblici affrontano il tema della fraternità in modo da proporre per l'oggi una dinamica di risoluzione dei conflitti che i popoli vivono. Ogni etnia trova nel proprio antenato biblico il punto di riferimento per la propria situazione, e così è sullo sfondo delle vicende di questi antenati, presentati non a caso come fratelli, che si potevano trovare le chiavi di lettura dei dissidi e delle possibili riappacificazioni. Solo per fare alcuni esempi, Isacco, progenitore del popolo di Israele e Ismaele, progenitore dei popoli arabi, entrambi figli di Abramo, sono invitati da Dio a dover trovare modalità di convivenza pacifica. I dodici figli di Giacobbe, progenitori delle dodici tribù di Israele, nella sempre difficile situazione di conflittualità latenti, possono sopravvivere solo se riescono a cooperare per la comune sopravvivenza. E così via.
In questo la Bibbia non è sola. La convivenza, infatti, necessita di leggi che si fondano sui rapporti parentali primari, e la fraternità è uno di questi, fondamentale in tutte le culture del mondo. Spesso, allora, i miti di fondazione che celebrano i legami esistenti all'interno di porzioni di umanità hanno alle loro radici conflitti tra fratelli. Le regole civili e religiose sono così la modalità con cui, in una determinata società, la violenza e il conflitto fraterno possono ricomporsi. Si possono così ricordare le vicende di Romolo e Remo per la fondazione di Roma; il fratricidio dei figli di Edipo in relazione alla città di Tebe; l'odio tra i due fratelli Atreo e Tieste per Micene; il mito dei gemelli Ormazd e Ahriman che fonda la cultura persiana e zoroastriana. La lista potrebbe essere ancora lunga tra miti nordici, indiani, orientali, aborigeni e racconti fondativi dei nativi americani.
In questo quadro sembra avere particolare valore il testo del libro della Genesi che evoca il ripopolamento della terra dopo il diluvio. Tale racconto mette alla radice della nostra umanità proprio la categoria della fraternità. Vedremo come la possibilità di affermare che ogni essere umano è fratello/sorella del suo simile non è né novità suggerita da Gesù di Nazareth (anche se questa idea è assai diffusa nel mondo cristiano e specialmente cattolico), né, tanto meno, intuizione dell'Illuminismo. È alla radice stessa del racconto fondativo dell'umanità della Bibbia.

L'umanità dopo il diluvio

Genesi 9, 5-19
«Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio è stato fatto l'uomo. E voi, siate fecondi e moltiplicatevi, siate numerosi sulla terra e dominatela». Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell'alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell'alleanza tra me e la terra». [...] I figli di Noè che uscirono dall'arca furono Sem, Cam e Iafet; Cam è il padre di Canaan. Questi tre sono i figli di Noè e da questi fu popolata tutta la terra.

In questo testo compare per la prima volta, dopo il racconto di Caino e Abele, la parola fratello (9, 5). E ancora, questa ricorre un'altra volta collegata alla violenza, all'omicidio, allo spargimento di sangue. Tuttavia scopriamo un interessante dettaglio. Che l'uomo è considerato da Dio fratello di ogni altro essere umano. Ogni Adam (è questo il termine ebraico utilizzato, indicante più l'essere umano che l'uomo in quanto mascolinità) dovrà rendere conto della vita di un altro Adam, suo fratello. In nessun punto del racconto precedente troviamo qualche espressione che giustifichi una simile sorprendente affermazione riguardo all'umanità. Il versetto successivo tenta di dare una possibile spiegazione: perché a immagine di Dio è stato fatto l'uomo. Il legame tra fraternità e comune relazione con l'immagine di Dio sembra venire incontro a un dato assai stupefacente.
Se infatti ci troviamo di fronte a fratelli o sorelle, è implicito che ci sia un comune padre o una comune madre. Eppure nell'Antico Testamento non si trova mai la menzione della paternità di Dio riferita all'intera umanità - questa sì, invece, uno dei punti di novità nella rivelazione del volto dell'Abba' divino da parte di Gesù Cristo. Solo per l'unico popolo di cui Dio è padre, cioè il popolo di Israele uscito dall'Egitto, troviamo un tale riferimento: In Egitto e nel deserto, dove hai visto come il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che avete fatto (Deuteronomio 1, 31). È lo stesso popolo che, rientrato dall'esilio di Babilonia, sperimenta la fatica della ricostruzione: Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore (Isaia 63, 16); Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani (Isaia 64, 7). È a questa figliolanza che il Deuteronomio si rifà per lanciare la sua invettiva: Così tu ripaghi il Signore, popolo stolto e privo di saggezza? Non è lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito? (32, 6). E la stessa immagine verrà usata in modo poetico e struggente dal profeta Osea, contemporaneo alla redazione di Deuteronomio (Osea 11).
Se l'Israele storico nel suo particolare legame con Dio può utilizzare la categoria della fraternità al proprio interno, escludendo chi non proviene da questa comune discendenza e non è parte di questa «famiglia», il testo di Genesi 9 applica il termine fratello a tutta l'umanità. E lo fa esattamente quando si prospetta la possibilità che il togliere la vita possa sembrare un'opzione praticabile per risolvere un conflitto tra esseri umani. Se la fraternità, intesa come legame etnico o come comunanza di valori scelti (si pensi alla fraternità giacobina, oppure a quelle di tipo religioso o sociale), include alcuni ed esclude tutti gli altri, il patto postdiluviale di Dio con l'umanità invita a una visione inclusiva della fraternità, che presuppone un'assolutezza che non lascia spazio a dubbi: uccidere non è possibile perché a immagine di Dio è stato fatto l'uomo. Nessuno può avocare a sé l'immagine di Dio, negandola all'altro. Sebbene non venga detto che abbiamo in Dio un comune padre, viene detto che siamo tutti fratelli, perché strutturati sulla stessa immagine. Ma di chi siamo figli, allora?

I tre fratelli Sem, Cam e Iafet

Il diluvio era arrivato come risposta di Dio a una malvagità e una violenza ormai pervasive di tutto il creato: Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre (Genesi 6, 5). Da qui si rivela l'intenzione di Dio: Cancellerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato e, con l'uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti (6, 7). La giustizia di Noè (Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio: 6, 9) diventa criterio di una diversità rispetto a questa violenza e a questo male. E tale diversità permette la smentita dell'intenzione di Dio: Dio ha un progetto che in realtà non mette in pratica. Il diluvio, infatti, non cancellerà dalla faccia della terra l'umanità e ogni altro essere vivente! Così, sarà soltanto la discendenza di Noè - uomo giusto - che popolerà la terra dopo il terribile diluvio. È noto che un racconto riguardante il «diluvio universale» attraversa tutte le culture antiche, ma solo la narrazione biblica non inserisce questo mito nel racconto della fondazione di un popolo specifico, bensì ne fa il nuovo inizio, la «nuova creazione» di tutta l'umanità. Con Noè siamo davanti alla nuova criteriologia di umanità proposta dalla Bibbia. Il vero Adam, il nostro vero progenitore simbolico, non è Adamo, ma Noè. Il testo si premura infatti di mostrare come i figli di Noè che uscirono dall'arca furono Sem, Cam e Iafet. Da questi tre figli di Noè fu popolata tutta la terra. Tutti i popoli della terra sono quindi presentati figli dell'unico uomo giusto (e non più dell'unico peccatore, Adamo) e fratelli tra loro. In Genesi 10, 32 viene esplicitato che si tratta proprio dei progenitori di tutta l'umanità: Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro genealogie, nelle rispettive nazioni. Da costoro si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio.
Si potrebbe riflettere a lungo sulla prospettiva interpretativa dell'umanità che un tale testo propone, o meglio «rivela». Si può sottolineare che non è ancora stata stipulata alcuna alleanza peculiare con un popolo specifico e che non è ancora subentrata alcuna forma di «fede» particolare. È l'umanità come tale che è chiamata a concepirsi come un insieme di fratelli e sorelle e invitata allora a percorsi di giustizia tra popoli, tribù e clan.
Eppure, anche se questa visione può essere senz'altro paragonata a vera e propria utopia (come titola l'interessante articolo di SICRE J. L., «L'utopia della famiglia umana nella tradizione biblica», in Concilium, 37 [2001] 895-904), il testo biblico non è ingenuo. La fraternità universale che popola di nuovo il mondo in questa sua ri-creazione dopo il diluvio è - e rimane - un'umanità tragicamente segnata da profonde fratture e rotture relazionali: basti citare l'episodio della torre di Babele che conclude in Genesi 11 il racconto delle origini. La possibilità di costruire la pace tra i diversi popoli sarà proporzionale alla capacità di ri-diventare fratelli, figli dell'uomo giusto, capaci di preferire l'alleanza a ogni logica e dinamica di violenza. In questa prospettiva risiede la non ingenuità della proposta biblica: la fraternità è una bussola per la costruzione di relazioni tra tutti i discendenti di Sem, Cam e Iafet. Come non pensare alla nostra epoca storica, di globalizzazione diffusa (qualcuno arriva persino a parlare di postglobalizzazione), in cui l'umanità si trova a essere sempre più interconnessa? La sfida della visione biblica è esattamente come proporre l'immagine di un'identità fraterna dell'intera umanità, intesa come «famiglia umana», da costruire insieme.