Editoriale - marzo 2010    

Rosarno e Haiti: la parola che costruisce

Giacomo Costa S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

I fatti sono noti. Il 7 gennaio scorso a Rosarno (RC) persone non identificate feriscono a colpi d'arma da fuoco due delle migliaia di immigrati impiegati - e spesso sfruttati - dall'agricoltura locale, accampati in condizioni inumane in baracche ed edifici in disuso. In risposta, un gruppo di loro scende in piazza, rovesciando cassonetti e danneggiando auto e vetrine. Intervengono le forze dell'ordine. Una parte dei rosarnesi si organizza in ronde che portano a nuovi scontri con decine di feriti tra gli immigrati, gli agenti di polizia e la popolazione locale. Per paura e per l'azione delle forze dell'ordine, il grosso degli immigrati fugge o viene trasferito in centri di accoglienza e le loro baracche vengono smantellate. Senza manodopera il raccolto degli agrumi va perduto, danneggiando i piccoli produttori e l'economia locale. Segue un valzer di responsabilità e di accuse, a livello locale e nazionale, non senza alcune esternazioni razziste, mentre si indaga sul ruolo avuto della 'ndrangheta nello svolgersi dei fatti.
Poco meno di una settimana dopo, il 12 gennaio, Haiti è colpita da un sisma di proporzioni straordinarie: i morti del terremoto, secondo dati ancora provvisori, hanno raggiunto quota 270mila su una popolazione complessiva inferiore ai 9 milioni di abitanti e un territorio di 27mila chilometri quadrati (equivalente circa alla Lombardia). I soccorsi hanno a lungo stentato a raggiungere livelli di efficacia accettabili e la ricostruzione si annuncia lunga e difficilissima.
Gli avvenimenti di Rosarno sono scomparsi dalle cronache, «sommersi» dalla tragedia haitiana, che altrettanto rapidamente si appresta a raggiungerli nell'oblio della coscienza collettiva. Televisioni, Internet, stampa hanno svolto il loro compito, più o meno bene, fissando nelle immagini alcuni momenti più drammatici o impressionanti (cfr in proposito l'articolo di BECCEGATO P. - NANNI W. alle pp. 190-200 di questo fascicolo). E poi?
Non pochi studiosi hanno evidenziato il «dilemma dello spettatore» di fronte allo spettacolo a distanza di persone che soffrono e che non si conoscono, che non sono né parenti, né amici e neppure nemici. Si può optare per una facile defezione: lasciare la sala, abbandonare la lettura, spegnere il televisore o caricare un'altra pagina web. Chi adotta questi comportamenti può essere accusato o accusarsi di indifferenza. Se poi si rimane a osservare la sofferenza senza alzare un dito per alleviarla, ci si espone all'accusa di guardare per interesse, o perfino per sciacallaggio emotivo.
Non vogliamo restare negli stereotipi: la facile denuncia di uno «spettatore perverso» o la sterile colpevolizzazione moralizzante collettiva, magari da contrastare con una (don)azione tanto immediata quanto effimera. Difficile, ma doveroso e umanizzante è invece prendere sul serio l'appello etico che si impone a noi come «spettatori» di tali «spettacoli», cogliendoci là dove ciascuno si trova: il rischio dell'oblio, a cui in fondo siamo tutti rassegnati, è davvero inevitabile? Il modo di guardare, di commuoversi, di reagire, di dimenticare questi eventi che cosa dice di noi, del nostro vivere insieme, del nostro senso del giusto e del bene?

1. La ferita aperta di Haiti

Cominciamo da Haiti. Di fronte alle immagini del devastante terremoto si sviluppa una vasta gamma di reazioni, ben rappresentate negli articoli che appaiono sulla stampa; riportiamo alcune citazioni, a caso ma esemplificative: «Una fitta al cuore. Un contraccolpo che serra le labbra e dilata le pupille», «una rabbia impotente», «la pura e semplice gratitudine per quei comuni mortali (volontari, soldati, giornalisti, benefattori) che si danno da fare per le vittime». Da più parti si esprime la compassione e l'intenso desiderio di fare qualcosa, partecipare, agire subito per alleviare la sofferenza, soprattutto dei bambini, che i reportage televisivi non mancano di riprendere in primo piano: «un'immediata reazione di solidarietà per le vittime sollecita anche nei più distratti una vocazione ad essere pietosi e generosi». Bisogna fare l'impossibile, e in fretta.
A un livello più profondo, ci si permette di esprimere l'inquietudine, la ferita, l'incapacità di comprendere, il senso di fragilità, la coscienza della comune condizione umana che l'avvenimento suscita anche in chi ne è solo spettatore: «Penso - commenta lo scrittore Sandro Veronesi - sia accaduto a molti, in questi giorni, dinanzi alle immagini dei sopravvissuti che vagano per le strade di Port-au-Prince ingombre di cadaveri, o dei bambini mutilati che guardano fissi la telecamera, di trovarsi alle prese con una antica, micidiale domanda: perché io sono io e non sono uno di loro?» («Quando riscopriamo la compassione», in La Stampa, 20 gennaio 2010); altri aggiungono: «Guardiamo negli occhi del nostro prossimo e vediamo noi stessi».
In un'ottica più strutturale, non pochi ricordano il rischio di farsi assorbire dal «qui e ora» della tragedia e perdere di vista che il terremoto si è verificato in un Paese poverissimo. Le catastrofi sono naturali, ma il loro impatto non lo è mai: è legato allo stato sociale ed economico in cui si trova il Paese, alle condizioni materiali di vita e alle sue infrastrutture. Il terremoto consente di mettere in scena un male come «interamente naturale», oscurando il peso di una storia che comprende istituzioni fragili e dittature generate dall'anarchia rivoluzionaria; sanguinari regolamenti di conti tra mafie che usano l'isola per il narcotraffico; una posizione della comunità internazionale oscillante tra omissioni e inutili interventismi. Si pongono così ulteriori domande: «Dove eravamo tutti quanti fino a due giorni fa?»; «Che cosa succederà quando scopriremo che, nonostante i nostri migliori sforzi, la soluzione al problema di Haiti continua a rimanere inafferrabile?».

2. Il terremoto di Rosarno

La storia di Rosarno a prima vista sembra diversa: non si tratta di una calamità naturale, ma di violenza di uomini, di una guerra piccola ma reale, che di naturale non ha niente. Senza sminuire il peso delle responsabilità, l'avvenimento ha in sé qualcosa che ricorda un terremoto: ci si è trovati di fronte a forze (odio, rabbia, disprezzo e umiliazione) tenute a lungo nascoste, che sono esplose in modo incontrollabile e totalmente inatteso, anche dagli stessi rosarnesi.
Dopo i primi giorni di accuse di razzismo e di irresponsabilità, in cui la profonda amarezza di coloro che si sono sentiti traditi dalla rivolta violenta degli immigrati si scontrava con la rabbia di chi da anni subiva intimidazioni da parte di bande di giovinastri e viveva in condizioni indegne e di sfruttamento, alla fine ha prevalso un sentimento di sconfitta generale. Ha perso chi si è ribellato allo sfruttamento e alle fucilate sparate per strada, come chi a lungo ha finto di non vedere la malavita organizzata in azione con i suoi «caporali» e il disprezzo che essa nutre per qualunque diritto umano. Ha perso chi ha soffiato sulle braci della xenofobia, chi si è fatto vanto dei decreti che autorizzano i «respingimenti» e ha invocato la tolleranza zero. Ha perso la Rosarno di chi si è occupato dei braccianti immigrati, che ora è in una sorta di semiclandestinità e a cui una parte del paese (e forse anche del Paese) addossa più o meno indirettamente la responsabilità di ciò che è accaduto. Come in un terremoto tutti ci siamo scoperti fragili: le istituzioni innanzi tutto, ma anche cittadini, organizzazioni di assistenza, stranieri, ecc.
Come Haiti, quella di Rosarno è una situazione che non ha origine al momento degli spari, e non è nemmeno una tempesta occasionale. La questione del Sud continua a essere trascurata o affrontata con clientele e favori pre-elettorali. Le organizzazioni criminali dominano e il rilievo giustamente dato ai successi nasconde la sconfitta di fronte alla corruzione in ogni ambito amministrativo e civile. I delinquenti che scorrazzano sparando sugli immigrati contano su omertà diffuse e sulla paura che attanaglia anche gli onesti. Gli sfruttatori del lavoro nero, violando le regole su orario, paga, sicurezza e contributi hanno creato degli schiavi, resi ancora più deboli dalla clandestinità: perché costoro possono agire impunemente per l'assenza dello Stato? I truffatori della previdenza sociale, che dichiarano dipendenti inesistenti e ottengono contributi per centinaia di milioni, contano sulla connivenza degli apparati pubblici.

3. Il dilemma dello spettatore a distanza

Rispondere a queste domande, certamente non originali, richiederebbe un lungo approfondimento di molte situazioni intricate e complesse. In questa sede preferiamo limitarci ad alcune considerazioni su un'esperienza che ci coinvolge tutti, quella di essere «spettatore a distanza» della sofferenza altrui: vi è un modo di liberarla dal carico di frustrazione, passività e alienazione che di solito l'accompagna, per trasformarla in una possibilità di crescita umana e sociale?
Tutti siamo in qualche misura consapevoli di trovarci di fronte a uno spettacolo in qualche maniera «costruito» dai media e da chi li utilizza per suscitare, nel bene o nel male, sentimenti e reazioni. Risponde dunque a strategie comunicative precise; ad esempio Paul Slovic, professore di psicologia nell'Università dell'Oregon e presidente di Decision Research, suggerisce quella della personalizzazione dell'informazione: mostrare, attraverso immagini e parole, storie di singoli che risuonino nel contesto personale dello spettatore. I protagonisti degli eventi vengono «ipersingolarizzati» tramite l'accumulazione di dettagli (la bambina estratta dalle macerie, i primi piani di volti sfigurati, ecc.), ma senza alcun accesso alla loro identità personale, a partire dalla frequente omissione del nome: è lui o lei, ma potrebbe essere chiunque altro; è quella bambina che ci strappa le lacrime, ma qualunque altro bambino andrebbe altrettanto bene. E quanto più l'evento è sintetizzato in una immagine mentale nitida, tanto più lo spettatore si sente coinvolto e invitato a decidere se fare qualcosa in prima persona.
Pur con la consapevolezza di queste dinamiche, e quindi di come le nostre reazioni siano in parte indotte e la nostra libertà di reazione abbia contorni fumosi, il dilemma dello spettatore rimane. Le esigenze etiche di fronte alla sofferenza, in effetti, convergono verso un unico imperativo: quello dell'azione. Ma quale forma può prendere questo impegno quando migliaia di chilometri separano colui che soffre da chi lo guarda? Come il moto spontaneo di umana compassione può trasformarsi in un prendere a cuore duraturo? È la sfida della virtù della solidarietà, che, come insegna Giovanni Paolo II nel n. 38 della enciclica Sollicitudo rei socialis (1987), «non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti».
Certo, c'è chi prende armi e bagagli e si reca sul posto. Casi relativamente limitati. Ma tutti gli altri? Proviamo a rispondere a partire dalle riflessioni del sociologo francese Luc Boltanski in Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica (Raffaello Cortina, Milano 2000).

   a) Inviare denaro

La risposta più immediata è quella di «pagare», resa facile dalla moltiplicazione delle opportunità di farlo in tutta comodità (via SMS o su un sito tramite carta di credito). Questo presuppone l'esistenza di una catena di intermediari tra lo spettatore e l'emergenza umanitaria in questione: non solo il sistema bancario, ma anche istituzioni (ONG, associazioni, ecc.) in grado di ricevere il denaro e instradarlo fino alle vittime, abitualmente previa conversione in beni.
Il gesto del pagare ha il vantaggio principale di essere più facilmente accostabile all'idea di azione e, secondariamente, di rendere visibile e «calcolabile» lo sforzo compiuto. Ma questa «quasi azione» presenta due inconvenienti. Innanzi tutto schiaccia la singolarità di chi riceve e di chi dona: il donatore viene «coperto» dal carattere impersonale del medium, al limite addirittura difeso o «immunizzato» dall'appello etico che la sofferenza lancia. Il denaro va lontano, ma il donatore non lo segue: il legame che si crea tra soccorritore e vittime è dunque minimo e astratto. Per questo il dono in denaro si espone all'accusa, assai frequente, di essere una «scappatoia» per liberarsi a buon mercato di uno spiacevole senso di colpa o di disagio senza un autentico impegno. Inoltre, è un atto individuale: chiunque può compierlo, ignorando se vi siano altri donatori e chi siano. È quindi insufficiente per costituire un gruppo o dare vita a una mobilitazione collettiva: «I doni si aggregano - scrive Boltanski - ma non i donatori» (ivi, p. 28).

   b) Parlare

Il sociologo francese suggerisce un'alternativa: mettersi a parlare, «riportare ad altri, nello stesso tempo, ciò che è stato visto nel modo in cui lo spettatore ne è stato personalmente toccato e coinvolto» (p. XVI). Non si tratta di una descrizione fattuale ma, aldilà di ogni sentimentalismo o autocompiacimento, di un racconto che sa trasmettere il coinvolgimento dello spettatore in quello a cui ha assistito. Anche questa opzione non è esente da ambiguità: a fianco di parole che potremmo definire «agenti», parole qualificate, esistono infatti parole puramente «verbali», che non impegnano affatto chi le proferisce.
Anche se non sembra, prendere posizione a parole è già mettersi in azione: quanto è diverso dall'accontentarsi che «ne parlino i media» o dal riproporne il discorso. Proprio la parola pubblica può costituire il criterio per distinguere un modo di guardare la sofferenza animato dall'intenzione di vederla cessare - che potremmo chiamare disinteressato o altruistico - da uno sguardo autocentrato ed egoistico, assorbito dalle sensazioni (fascino, orrore, interesse, eccitazione, ecc.) che lo spettacolo della sofferenza suscita.
Prendere la parola è comunque solo un primo passo: perché lo «spettatore» diventi pienamente «attore» se ne richiede uno successivo, che va dal coinvolgimento individuale a un impegno collettivo, che tuttavia senza la parola non può mettersi in moto. È, questa, una riflessione niente affatto scontata nel nostro mondo, segnato dalla perdita di fiducia nell'efficacia della parola impegnata; da una attenzione quasi esclusiva agli effetti «spettacolari» che i media, vecchi e nuovi, esercitano; da una tentazione di ripiegamento comunitario e infine, più profondamente, dallo scetticismo per ogni forma di azione politica orientata verso un orizzonte di ideali morali.
Anche nel caso della parola, come per l'invio di denaro, perché sia efficace è necessaria una catena di intermediari; lo scopo però non è solo quello di far arrivare un messaggio fino alle persone in difficoltà. Servono innanzitutto degli interlocutori, ma non bastano. La parola «agente» ha bisogno di un'altra strumentazione, quella dell'opinione pubblica, a sua volta innestata su istituzioni sociali e politiche. In quanto cittadini, coloro che prendono la parola possono fare pressione su chi - a partire dai Governi - dispone del potere di intervenire, per mezzo di leggi o iniziative politiche, a un livello e, almeno potenzialmente, con una efficacia che nessuna azione o donazione individuale, per quanto ingente, potrebbe mai raggiungere. Prendere la parola in questo modo è agire politicamente e ha bisogno di appoggiarsi su una costruzione politica complessa a livello locale e globale; ma, al tempo stesso la costruisce, indicando ambiti di promozione del bene comune che della comunità politica è il fine e dando vita a strutture di solidarietà.

4. La responsabilità della parola

Rosarno e Haiti sono ormai scomparse dai titoli dei giornali, pronte a essere sostituite dalle emergenze sempre nuove e sempre uguali che il mondo globalizzato ci propone incessantemente; ma è altrettanto vero che Rosarno e Haiti restano. Le vittime non hanno smesso di soffrire, le contraddizioni storiche che sono alla radice della sofferenza che gli eventi hanno generato non sono risolte, le istituzioni che dovrebbero prendersi cura dei deboli permangono fragili.
Le emozioni suscitate in noi spettatori a distanza potranno assopirsi oppure costituire il terreno su cui può germogliare un cambiamento, una solidarietà, a partire dalla assunzione della responsabilità della parola: quella che nel nostro quotidiano utilizziamo per riferirci alla miseria del Terzo mondo (come quella di Haiti) o alle situazioni di sfruttamento e di emarginazione del nostro Paese (come il complicato intrico di immigrazione, razzismo, criminalità organizzata, corruzione e sfruttamento delle nostre tante Rosarno). La responsabilità della parola, se perseguita con tenacia, potrà generare un cambiamento culturale, sociale e alla fine politico. È il potere della parola «agente»: la schiavitù è stata abolita e il suffragio universale ottenuto anche in seguito a innumerevoli prese di parola.
La parola, pronunciata e ricevuta - cioè scambiata - con responsabilità, ci dischiuderà l'accesso a quel luogo intimo e prezioso che tradizionalmente si chiama coscienza: il luogo dove ciascuno sperimenta la propria umanità nel confronto con l'appello etico a fare il bene e dove il credente incontra un'altra Parola di vita. Frequentare quel luogo ci aprirà a nuove e più ricche prospettive di impegno e di azione, cioè ci umanizzerà, finché un giorno potrà, forse, permetterci di «bucare» lo schermo, trasformandoci da spettatori a distanza in attori sul posto. Non - ci auguriamo - come succubi di una nuova emergenza, ma come cittadini che hanno maturato una parola da dire.