Bibbia aperta - marzo 2010    

Confine (2)

Stefano Bittasi S.I.
di «Aggiornamenti Sociali»

 

«I confini, anche quando sono nati per portare pace, hanno spesso prodotto isolamento e guerre. Potranno sparire i confini? Occorrerebbe che tutto il mondo fosse in pace e che non ci fossero odi di nessun tipo tra gli abitanti di due Paesi vicini, e che le merci potessero circolare liberamente. Sino a oggi è parso che fosse impossibile: per entrare in un altro Paese (varcare il confine) uno straniero deve di solito mostrare il passaporto, o addirittura un visto, e cioè uno speciale permesso del Paese in cui vuole entrare. Però negli ultimi anni istituzioni come l'Unione Europea, pur riconoscendo l'autonomia (la sovranità) dei Paesi che la compongono, ha reso libera la circolazione da uno dei Paesi dell'Unione all'altro, ha facilitato la circolazione delle merci e ha addirittura stabilito una moneta comune, l'euro. Con l'Unione Europea non ci saranno più guerre tra i Paesi che la compongono. Questo avviene per la prima volta in Europa dopo secoli e secoli di lotte sanguinose». Così si legge nelle pagine di Accettare la diversità, manuale interattivo in progress del sito <www.tolerance.it> (progetto editoriale di Umberto Eco, Furio Colombo e Jacques Le Goff) e una simile prospettiva si presta bene a introdurre lo sguardo profetico che la Bibbia propone sognando un futuro senza confini.
Abbiamo già visto come la proposta di un «confine permeabile» autorizzi relazioni pacifiche tra le parti in causa in un conflitto che non riesce del tutto a sanarsi (cfr BITTASI S., «Confine (1)», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2010], 153-156). Evidentemente la definitiva pacificazione dei conflitti viene proposta nella Bibbia attraverso il rimando a un futuro escatologico, in cui le relazioni umane perderanno la loro carica conflittuale, per comporsi pienamente nella relazione con Dio. Una tale prospettiva non può non toccare l'immaginario dei confini e dei muri che separano.

Senza confini

Isaia 19, 23-25
In quel giorno ci sarà una strada dall'Egitto verso l'Assiria; l'Assiro andrà in Egitto e l'Egiziano in Assiria, e gli Egiziani renderanno culto insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l'Egitto e l'Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: «Benedetto sia l'Egiziano mio popolo, l'Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità».

In quel giorno è un'espressione profetica convenzionale (nel solo profeta Isaia ricorre più di cinquanta volte), che indica l'epoca futura in cui ci sarà realizzazione piena delle promesse divine: in quel giorno l'uomo abbasserà gli occhi superbi, l'alterigia umana si piegherà e sarà esaltato il Signore, lui solo (cfr Isaia 2, 11.17). Nel brano proposto nel riquadro alla pagina precedente questo futuro vedrà la scomparsa di qualunque confine e la completa e totale benedizione di Dio su tutti i popoli.
Il carattere straordinario di questa profezia risiede nel valore profondamente simbolico dei popoli coinvolti nel processo. Egitto e Assiria rappresentano nella Bibbia il paradigma del nemico. Queste due vere e proprie superpotenze dell'antichità, infatti, si sono affrontate e scontrate militarmente per più di quattro secoli - anche esattamente nell'epoca in cui Isaia scrive - per il controllo dei territori tra il Mediterraneo e il Golfo Persico; insieme rappresentano inoltre la quintessenza dell'oppressione di Israele: l'Egitto per l'antica schiavitù dalla quale Dio, grazie a Mosé, ha liberato il popolo nell'Esodo, l'Assiria per la sua dominazione oppressiva sui territori di Israele e Giuda, culminata nella distruzione del Regno di Israele e la deportazione dei suoi abitanti nel 722-721 a.C. Si comprende facilmente come non sia raro trovare nella Bibbia espressioni relative a un futuro per Israele libero dalle schiavitù egiziana e assira, quale ad esempio quella dello stesso Isaia (10, 26-27): Contro l'Assiria il Signore degli eserciti agiterà il flagello, [...] alzerà la sua verga sul mare come fece con l'Egitto. In quel giorno sarà tolto il suo fardello dalla tua spalla e il suo giogo cesserà di pesare sul tuo collo.
Tanto più stupefacente appare allora la visione proposta in Isaia 19, in cui non si evoca la distruzione dei nemici storici, bensì la loro vita in pienezza, presentata non solo come una convivenza senza confini, ma con la possibilità di raggiungersi liberamente, senza più bisogno di attraversare frontiere. In questo quadro assume particolare rilievo il motivo espresso per la necessità di andare l'uno nel Paese dell'altro.
La traduzione italiana, e gli Egiziani renderanno culto insieme con gli Assiri, non rende pienamente ragione dell'ebraico, che utilizza il verbo servire. Certamente il primo servizio che Egitto e Assiria faranno insieme nel giorno profetico futuro può essere quello a Dio, giustificando il rendere culto, tuttavia il verbo utilizzato è lo stesso che è usato per la schiavitù, la servitù lavorativa del popolo di Israele in Egitto. Il testo ebraico letteralmente recita: e serviranno, l'Egitto insieme con l'Assiria. Vale la pena sottolineare l'utilizzo del vocabolario della servitù, dato che i protagonisti sono proprio i «signori» assoluti del mondo mediorientale dell'epoca.
Nel nostro contesto si vede come sotto l'egida del potere e della sua ricerca non sia possibile ipotizzare l'assenza di confini tra le nazioni. Solo il servizio, e un servizio condiviso (il testo parla di servire insieme), può permettere all'uno di andare nel Paese dell'altro senza paura né pericolo, e questo può verificarsi solo nella reciprocità. Da qui la benedizione che, provenendo da Dio, si può riversare su tutta la terra. L'universalismo che il testo biblico propone è fondato sulla perdita di rilevanza di qualunque confine e sulla completa e totale benedizione di Dio su tutti i popoli. Egli si manifesta come il padre-creatore (mio popolo [...] opera delle mie mani [...] mia eredità) di tutti i popoli che sono in guerra tra loro.
Non è Dio la causa dei conflitti e non ci si può appellare a un dio per crearli o alimentarli. Il brano propone uno sguardo positivo di Dio su tutte le nazioni che, rinunciando alla lotta per la signoria e il potere - anzi, permettendo al proprio potere di farsi servizio reciproco - saranno libere dai confini e potranno così essere finalmente benedizione in mezzo alla terra. La prospettiva si arricchisce ulteriormente nel Nuovo Testamento, grazie alla riflessione su Gesù Cristo.

La caduta del muro di separazione

Efesini 2, 13-17
Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia, per mezzo della sua carne [...] per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini.

Il brano della Lettera agli Efesini, che presentiamo nel riquadro in basso, focalizza l'attenzione sui due popoli da cui provengono i credenti in Gesù Cristo e da cui era formata la comunità cristiana antica: gli ebrei, circoncisi per nascita, e i pagani, coloro cioè che, non essendo ebrei, sono incirconcisi. Gli uni già vicini a Dio per la loro appartenenza al suo popolo, gli altri, lontani, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo (Efesini 2, 12).
È attraverso la meditazione del percorso compiuto da Gesù Cristo nella sua carne che Paolo riesce a proporre un nuovo sguardo sulle relazioni tra i lontani etnicamente e religiosamente. Gesù Cristo è definito come la nostra pace, intendendo questo termine non tanto in senso individuale, quanto piuttosto in senso sociale e politico. La pace tra i nemici viene indicata da Paolo attraverso l'invito a un mutato sguardo nei confronti dell'altro. Il confronto conflittuale tra la propria identità e la diversità dell'altro non può che alimentare la distanza, se non l'inimicizia. Il muro sarà sempre di separazione. Questo era particolarmente vero sul versante della differenza religiosa che ipotizza una diversa relazione con Dio. L'umanità è divisa tra un «noi» vicini a Dio, giusti e appartenenti a un popolo eletto, e «altri» lontani da Dio, appartenenti all'indistinto popolo dei pagani. La nuova visione delle relazioni umane viene presentata da san Paolo come il frutto di un'opera di mediazione attraverso l'itinerario proposto da Gesù Cristo. Egli, morendo in croce con il concorso di entrambi i «popoli», può accoglierli entrambi nella misericordia divina e, riuscendo così a salvare tutti, ha potuto donare una pace che rende gli uomini uguali nella distanza da Dio. Non ci sono più persone divise da una diversa lontananza da Dio, ma tutti sono diventati, grazie a Gesù Cristo, vicini e in pace. In questa nuova prospettiva, la propria identità e la propria diversità non sono più significative nel definire la relazione con Dio. Ci si ritrova a essere un'umanità nuova, che non fa più dell'inimicizia la propria regola di vita.
La capacità che Gesù Cristo ha avuto di prendere su di sé l'inimicizia per liberare tutti da essa, permette di comprendere come sia necessaria la figura del terzo, di colui che aiuta ad abbattere il muro di separazione che divide. La pace non può essere cioè solo un processo di autoconsapevolezza interna alle parti in conflitto, un volontarismo etico da indicare. Essa è per lo più il frutto di un itinerario aiutato, mediato dalla capacità di qualcuno, esterno, terzo rispetto alle ragioni e ai torti delle parti, di portare sulle spalle il peso del conflitto stesso per giungere ad abbattere il muro di separazione.
Proporre questa pacificazione tra le parti attraverso l'immagine simbolica del muro di divisione che crolla è tuttavia una sfida. Se il muro, infatti, permette di tutelare la propria identità e protegge dall'invasione nemica, la sua caduta è comprensibilmente utilizzata nella Bibbia come segno della sconfitta di una città assediata (tra i molti esempi possibili si ricordi solo la caduta delle mura di Gerico al suono della tromba, in Giosuè 6). Anzi, in vari passi biblici vediamo come Dio faccia sì crollare il muro di separazione, ma come azione punitiva, dando infatti accesso ai nemici per entrare e distruggere tutto, come in Salmi 89, 40-42: hai infranto l'alleanza con il tuo servo, hai profanato nel fango la sua corona. Hai aperto brecce in tutte le sue mura e ridotto in rovine le sue fortezze; tutti i passanti lo hanno depredato, è divenuto lo scherno dei suoi vicini (lo stesso in Salmi 80, 13-14; Isaia 5, 5; Geremia 50, 15; Ezechiele 26, 3-5).
L'immagine del muro che crolla, non più intesa come la vittoria di uno sull'altro, ma come segno di libertà vicendevole, permette alle due parti di trovarsi, una di fronte all'altra, in una nuova proposta di convivenza. Si comprende perché questa immagine, che oggi ci appare così naturale per evocare processi di convivenza pacifica, non lo fosse affatto nell'antichità. Anzi, a ben guardare, siamo di fronte a una novità nella letteratura: i commentari al testo di Efesini sottolineano spesso come questa immagine tenda a entrare nella letteratura occidentale in chiave positiva solo dal I secolo d.C. in poi.
Accettare infatti che un terzo liberi due parti in lotta e proponga una convivenza in pace, senza muro di separazione, è veramente una sfida forte per ogni cultura e per ogni tempo. Lo era anche per i primi decenni della cristianità, quando una «uguaglianza» all'interno della comunità, tra la parte ebraica e quella formata dai cristiani provenienti dal paganesimo greco-romano, non era stata accolta facilmente. A ciascuno sembrava di perdere la propria identità e le proprie prerogative e l'adesione a Cristo non necessariamente eliminava l'inimicizia. Non ci si deve meravigliare che tali conflitti fossero presenti anche nella prima comunità cristiana. Del resto san Paolo, nel testo proposto, sottolinea che l'opera di Cristo rimane un annuncio più che una realtà già compiuta: Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Il paradosso cristiano unisce infatti l'accadimento storico (il «già») con la prospettiva profetica (il «non ancora»).
Un tale sguardo permette un giudizio critico sia nei confronti di chi sostiene l'innalzamento di muri a tutela della propria salvaguardia, sia nei confronti di chi, troppo facilmente, banalizza inimicizie e paure. Con le parole del card. Martini in riferimento al Muro tra Israele e i Territori palestinesi (CAROPPO E. - TREVISI G., «In Terrasanta ho conosciuto chi getta ponti di pace. Intervista con Carlo Maria Martini», in Muri. La rivista dell'AREL, 2 [2009] 73), ieri come oggi, «quel muro rappresenta la paura e la minaccia concreta [...] Rappresenta anche la separazione e la difficoltà all'incontro tra le parti. Oggi vediamo che c'è paura, sospetto, diffidenza. Ma possiamo anche vedere che c'è in molti la volontà di costruire pace e promuovere il dialogo attraverso tantissimi gesti semplici. Penso che dovremmo dare a queste realtà più evidenza e risonanza, renderle visibili almeno quanto è visibile il muro della separazione». Così, un mondo senza confini e senza muri è annuncio profetico in una prospettiva che può guidare anche il nostro agire contemporaneo.