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Tra il 7 e il 18 dicembre 2009 a Copenaghen si è svolta la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, chiamata
anche COP 15 (Conference of the Parties, Conferenza delle parti), in quanto quindicesimo incontro dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (1992).
Scopo del vertice, cui hanno partecipato circa 34mila persone (delegati dei 192 Paesi firmatari della Convenzione, esperti in clima, rappresentanti di ONG e giornalisti) è
definire un accordo mondiale onnicomprensivo sui cambiamenti climatici a valere dal 2012, quando terminerà il periodo di vigore del Protocollo di Kyoto. Negli stessi
giorni, il 15 dicembre 2009, Benedetto XVI ha reso pubblico il suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2010, dedicato al tema dell'ambiente (disponibile in <www.vatican.va>,
come tutti gli altri documenti del Magistero citati). Si tratta di un importante contributo alla discussione globale, che ha acquistato un valore aggiunto nel clima di perplessità
e di scetticismo seguito ai deludenti risultati del summit di Copenaghen, percepito dai più come un dibattito tecnico riservato a specialisti e un agone politico in
cui si sono scontrate le grandi (e piccole) potenze. La crisi ecologica che stiamo attraversando, spesso relegata in secondo piano, solleva dubbi, scetticismi e resistenze, perché
tocca concretamente molti aspetti cruciali della nostra vita quotidiana, aprendo questioni e prospettive che contribuiscono a vedere sotto una luce diversa tanti altri ambiti della
vita sociale. Alla luce dei risultati non incoraggianti della COP 15, cercando di andare alla radice dei problemi tecnici ed economici da essa trattati, ci lasciamo interpellare
dall'invito di Benedetto XVI a sviluppare una ecologia che tenga in giusto conto le relazioni tra uomo e natura.
1. I risultati della COP 15
A Copenaghen la posta in gioco era estremamente elevata. Vi è ormai un robusto consenso scientifico, fatto proprio anche dai capi di Stato e di Governo presenti alla Conferenza,
sulla portata dei disastri che deriverebbero dalla mancanza di azione (uragani, aree costiere sommerse, mutamenti della fertilità del suolo, ecc.) e sulla necessità
di ridurre le emissioni globali così da contenere l'aumento della temperatura globale entro i due gradi. Il risultato dell'incontro è stato certamente inferiore
alle attese. Solo cinque Paesi (Brasile, Cina, India, Stati Uniti e Sudafrica), che pure insieme rappresentano la maggioranza della popolazione e dell'economia mondiale, hanno elaborato
e firmato un accordo finale, accettato poi da Europa e Giappone. La COP nel suo insieme si è limitata a «prenderne atto». Se pure qualcuno ha detto che si tratta
comunque di un «passo in avanti», i più, a diversi livelli, in diversi Paesi e da diversi orientamenti politici, parlano apertamente di un fallimento. Non
è stato firmato alcun accordo legalmente vincolante sulle riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra. Qualcosa di più è stato chiarito riguardo agli aspetti
economici e finanziari: il flusso di finanziamenti a breve termine dai Paesi sviluppati a quelli più poveri sarà di 30 miliardi di dollari per il triennio 2010-2012,
con l'obiettivo di «movimentare complessivamente 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020», anche se non si definisce né a carico di chi né, soprattutto,
come in concreto saranno destinati. La delusione per il fallimento di un appuntamento in cui erano riposte tante speranze non deve scoraggiare, ma stimolare alla ricerca delle
cause della impasse. Le risonanze di molti partecipanti e osservatori possono venirci in aiuto. Scriveva Jacques Haers, teologo gesuita fiammingo, mentre partecipava alla
Conferenza come membro della delegazione della ONG Franciscans International: «È una desolazione per me il fatto che i negoziatori sembrino pensare solo in stretti
termini economici e considerare che il risultato del processo di sviluppo sia lo stile di vita dei Paesi ricchi. Non c'è bisogno di una riflessione più profonda
su termini come "crescita" e "sviluppo"?» (IgnatianEconet's Blog, 17 dicembre 2009, <http://ignatianeconet.wordpress.com>, nostra trad.).
2. Una discussione solo apparentemente tecnica
La foga del negoziato concentrava l'attenzione su aspetti estremamente tecnici, che sono certamente importanti: un grado in più o un grado in meno di tolleranza? Un punto
percentuale in più o in meno di riduzione delle emissioni? In questo modo, però, la complessità dei problemi passa in secondo piano, il dibattito viene monopolizzato
da chi ha le competenze tecniche, e spariscono o vengono deliberatamente nascoste questioni che sono almeno altrettanto fondamentali. I grandi vertici internazionali dedicati a
questioni planetarie alimentano frequentemente grandi speranze di soluzioni messianiche, amplificate dai media, ma bisogna ricordare che i negoziatori agiscono a partire
da quella che possiamo definire la visione culturale dominante ed è irrealistico aspettarsi da un vertice una rivoluzione copernicana, che va invece preparata e resa
possibile altrove. Un primo nodo culturale riguarda un atteggiamento molto diffuso e che, in base all'andamento dei negoziati, pare sia stato dato per scontato: i «beni
comuni» oggetto del vertice sono stati in qualche modo «privatizzati»; anziché un autentico dibattito pubblico, con le esigenze e le fatiche
che questo comporta, essi sono stati oggetto di trattativa fra portatori di istanze diverse, facendo inevitabilmente esplodere una serie di conflitti: portavoce degli interessi
globali contro Stati che ribadiscono le proprie prerogative sovrane; Paesi sviluppati, propensi, almeno a parole, a gestire «meno male» l'ambiente (pur dopo aver realizzato
la propria industrializzazione senza alcuna preoccupazione ambientale), contro Paesi emergenti che hanno fretta di svilupparsi e vedono in ogni misura di tutela ecologica una minaccia
per la loro crescita; sostenitori dell'intervento pubblico contro paladini del mercato, ecc. In questo quadro è fin troppo facile perdere di vista che la posta in gioco è
comune e interpretare il negoziato come una battaglia da cui inevitabilmente alcuni usciranno (più) vincitori e altri (più) sconfitti, rivivendo nella pratica una
delle grandi contraddizioni dei sistemi giuridici occidentali fondati sul diritto di proprietà: ciò che è di tutti (come l'ambiente), ciò che non
può essere circoscritto entro confini precisi (come gli effetti dei cambiamenti climatici), non è di nessuno e nessuno se ne cura. Una «privatizzazione»
in qualche modo analoga può essere rintracciata anche nella vicenda che ha condotto all'accordo, seppure parziale: forti del proprio peso geopolitico, cinque grandi Paesi
si sono appropriati della trattativa, arrivando a un punto di compromesso sulla base dei loro interessi, ma confinando ai margini tutte le altre posizioni. Emerge qui il grave
problema delle strutture e delle forme della governance mondiale: non è certo plausibile immaginare un assetto in cui le Maldive o Kiribati pesano come la Cina, ma
non hanno alcun fondamento di giustizia neppure soluzioni in cui i due piccoli arcipelaghi, gravemente minacciati dai cambiamenti climatici - dato che rischiano di essere sommersi
-, si trovano a non avere alcuna voce in capitolo. Infine, è all'opera una interpretazione eccessivamente ristretta dei diritti umani. I cambiamenti climatici,
combinandosi a insicurezze economiche e sociali di altra origine, spingono le popolazioni, soprattutto quelle che vivono in condizioni precarie, verso situazioni insostenibili.
Tuttavia è praticamente impossibile identificare a chi imputare la responsabilità della violazione di questi diritti umani legati al clima, che restano principi privi
di efficacia: «Una concezione rigorosamente giuridica, secondo cui non ci sono diritti se essi non sono giustiziabili, perde di vista la natura universalista dei diritti umani»
(SACHS W., «Attenti al clima per promuovere i diritti dell'uomo», in Etica per le professioni, 2 [2009] 79 s.).
3. Per una «ecologia umana»
Paradossalmente l'esercizio di esplicitare la complessità semplifica il quadro: contraddizioni e riduzionismi che restano nascosti sono infatti problemi a cui è
più difficile cercare soluzione. E, per converso, soluzioni basate su un quadro analitico troppo ristretto finiscono per mancare di mordente, perché prive di contatto
con la realtà. La ricerca di soluzione ai problemi ambientali, come alle tante altre crisi che affliggono il mondo contemporaneo, richiede di partire dalla considerazione
delle conseguenze etiche e dei valori e disvalori a cui le decisioni tecniche inevitabilmente rinviano, senza che questo rimando resti implicito. Così la stretta dipendenza
dell'ambiente naturale dagli assetti sociali e dalle scelte economiche rende urgente l'esplicitazione di un'ispirazione etica che animi i programmi tecnico-scientifici, orienti
l'assunzione delle decisioni e fornisca la motivazione a dar loro attuazione, al di là dai vincoli giuridici strettamente intesi. Lo ricorda a più riprese Benedetto
XVI nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2010: «ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale» (n. 7, citando il n. 37 dell'enciclica
Caritas in veritate) e «la tecnica non è mai solo tecnica. Essa manifesta l'uomo e le sue aspirazioni allo sviluppo» (n. 10, citando il n. 69 dell'enciclica). Senza
pretendere di dare una soluzione preconfezionata, anzi, invitando ciascuno ad assumere fino in fondo la responsabilità che gli compete, il contributo del Messaggio
è quello di rendere manifesti alcuni snodi fondamentali, con cui le soluzioni pratiche non possono fare a meno di confrontarsi. In particolare la considerazione dell'ambiente
non può essere disgiunta da quella degli assetti della società, a ogni livello: «il sistema ecologico si regge sul rispetto di un progetto che riguarda sia
la sana convivenza in società sia il buon rapporto con la natura» (Caritas in veritate, n. 51). La responsabilità per l'ambiente non può prescindere
da quella che possiamo definire una «ecologia umana»: «È necessario che ci sia qualcosa come un'ecologia dell'uomo, intesa in senso giusto. Il degrado della
natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana» (ivi). Diventa quindi cruciale una considerazione esplicita del rapporto
tra l'uomo e l'ambiente. La cultura contemporanea si agita tra due visioni opposte del rapporto tra uomo e natura, egualmente limitate e quindi incapaci di fare da base alla
ricerca di soluzioni autentiche ai problemi ambientali. In una prima prospettiva la natura viene considerata come oggetto di controllo e sfruttamento e non come «dimora»
in cui abitare e vivere le relazioni con gli altri e con le cose. Questa visione, peraltro coerente con la logica dell'individualismo autointeressato, si intreccia con l'enorme
potere della tecnologia: oltre a fornire strumenti sempre più efficaci per il dominio, essa veicola anche una normatività fondata sull'equivalenza tra possibilità
tecnica e sviluppo umano, avallando in tal modo la liceità etica di qualsiasi intervento manipolativo. La definizione di un modello di sviluppo sostenibile esige l'abbandono
del mito del progresso illimitato e l'adozione di scelte che istituiscano un corretto rapporto tra benefici e costi, privilegiando le ragioni di lungo periodo su quelle di breve
termine. L'attenzione a valutare accuratamente gli effetti collaterali degli sviluppi tecnici sull'uomo e sulla natura, con riferimento all'intero ecosistema, deve così costituire
un elemento essenziale di giudizio delle opzioni economiche. La visione opposta reagisce a tale atteggiamento mediante un semplice ripristino della centralità della
natura, svincolandola dal rapporto costitutivo che essa deve intrattenere con la vita e con l'esperienza dell'uomo e negando, di conseguenza, la peculiarità della condizione
umana. Il vero problema non è la difesa della natura dall'opera dell'uomo, ma la verifica della qualità di tale opera. Per questo Benedetto XVI esprime perplessità
nei confronti di concezioni dell'ambiente ispirate all'ecocentrismo e al biocentrismo, che eliminano «la differenza ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri
esseri viventi [...]. Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico,
la salvezza per l'uomo» (Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2010, n. 10).
4. «Vincolarsi» agli accordi internazionali
Affrontare la sfida della tutela dell'ambiente richiede dunque una profonda conversione culturale: lo stesso sguardo che coglie gli aspetti di fondo dei problemi permette di
scoprire anche la disponibilità di risorse a cui attingere. Le voci delle religioni aiutano a ricordare il radicamento in valori costruttivi, e invitano all'azione,
fornendo ispirazione; hanno la possibilità di fare appello alla verità e alla speranza. Inoltre utilizzano prospettive di discernimento e decisione più olistiche,
che cioè riescono a tenere insieme i diversi aspetti della realtà meglio di quelle scientifiche, economiche o militari. Le ONG, in particolare quelle direttamente
impegnate sul campo, avendo colto l'importanza e il significato globale della crisi legata ai cambiamenti climatici, possono sfidare i rappresentanti istituzionali a portare avanti
politiche alternative e proporre a tutti stili di vita differenti. Ancora più rilevanti per comprendere la crisi sono le vittime, con la loro lotta per la vita e per
la speranza. I racconti delle persone che soffrono, come ad esempio i popoli indigeni, per i quali l'equilibrio con l'ambiente in cui vivono è un fattore cruciale di sopravvivenza,
possono suggerire «dal basso» elementi concreti per immaginare piste per una vita insieme sul nostro pianeta veramente sostenibile e per trovare soluzioni adattate a
situazioni locali all'interno della preoccupazione per la dignità e il benessere globale. Certo, queste voci da sole non possono risolvere il problema e rischiano di rimanere
prediche tanto pie quanto inascoltate. Non è neppure pensabile credere che tutto si risolva «dall'alto»: il tanto invocato «accordo vincolante»
vincola gli Stati, cioè noi, le nostre imprese, il nostro modo di vivere. La risposta a questioni di grande respiro che hanno ripercussioni pesanti sul futuro dell'umanità
e del mondo non può essere demandata esclusivamente agli scienziati o ai tecnici delle diverse discipline interessate. Essi hanno certo un ruolo fondamentale, a partire da
quello deontologico di fornire informazioni documentate ed equilibrate, che non mascherino i problemi né li esagerino indebitamente, promovendo un'interfaccia tra scienza
e società basata su una reciproca disponibilità alla comunicazione. Solo a queste condizioni è possibile pervenire a decisioni che tengano nel dovuto conto
istanza partecipativa e competenza: a nessuna delle due possiamo permetterci di rinunciare (cfr LEWANSKI R. ET AL., «Una prova globale di democrazia deliberativa. Il World
Wide Views sul clima», qui alle pp. 127-137). È responsabilità di tutti lasciarsi interpellare profondamente, osare un'interpretazione «globale»
della situazione, per discernere il cammino su cui procedere all'interno del possibile spazio d'azione di ciascuno. Ciò vale tanto per gli economisti quanto per gli scienziati,
i politici e i comuni cittadini. I passi avanti sono strettamente dipendenti tanto dal prodursi di consistenti cambiamenti strutturali quanto dall'acquisizione di nuovi stili di
vita personali improntati alla sobrietà, soprattutto nei Paesi industrializzati. E ci sono soluzioni messe a punto, con scarso sostegno pubblico e spesso senza alcuna risonanza
mediatica, da un'ampia schiera ampia di tecnici, imprese e amministrazioni che hanno avuto il coraggio di andare contro corrente, ma anche da un numero sterminato di agricoltori
e di consumatori attenti alla qualità: efficienza energetica, fonti rinnovabili, bioedilizia, mobilità sostenibile, agricoltura biologica, tutela della biodiversità
e dell'assetto idrogeologico dei territori, educazione permanente, ecc. Non si tratta solo di pagare il prezzo di questa interpretazione, in un'ottica di limitazione;
ci sono segnali di opportunità che si aprono e poco a poco si fa sempre più strada l'idea che in società mature lo sviluppo debba essere legato alla salvaguardia
ambientale, non solo per non pregiudicare le generazioni future, ma anche perché la sostenibilità è una delle chiavi per consentire all'economia di ritrovare
la strada della crescita, alle imprese di essere uno strumento per migliorare la qualità della vita, alla società di trovare un equilibrio e - come ricordava il Papa
- la pace. Impegnandoci per l'ambiente potremo scoprire che «la riconversione ambientale non è solo un costo, come inevitabilmente viene percepita quando si fissano
solo obiettivi di riduzione, senza la necessaria attrezzatura, ma una grande opportunità: di innovazione, di benessere, di occupazione, di equità e di convivenza più
pacifica; e anche di business. Ma soprattutto di salvezza per il pianeta» (VIALE G., «L'inconcludente summit di Copenaghen e la vera lotta ai cambiamenti
climatici», in la Repubblica, 23 dicembre 2009). È dunque possibile andare oltre la desolazione per il fallimento della COP 15: le ragioni per avere speranza
ci sono e sono solide; chiedono di essere assunte con responsabilità e tradotte in atto con creatività. Come sempre quando si tratta di profondi cambiamenti
sociali, non c'è alcuna garanzia a priori di vincere la partita, ma sarebbe svilire la dignità umana rinunciare a giocarla.
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