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La società contemporanea è caratterizzata da un considerevole sviluppo biotecnologico, cioè dall'evoluzione continua
nell'applicazione di tecnologie sempre più avanzate ai processi biologici, a scopo di diagnosi e cura delle malattie, che offre opportunità difficilmente immaginabili
fino a pochi anni fa e che solleva interrogativi a motivo delle implicazioni etiche correlate. A questo proposito è di particolare interesse la nozione di «biopotere»,
proposta dal filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), perché esamina le tecnologie che riguardano la vita umana dal punto di vista delle dinamiche di potere che esse
generano e ne favorisce l'interpretazione e l'analisi integrandole con una componente critica. Inoltre, a partire dalle dinamiche politiche che incidono sia sul singolo sia sulle
popolazioni, il concetto di biopotere ha promosso una riflessione «biopolitica» - termine introdotto dallo scrittore francese Georges Bataille (1897-1962), ma impostosi
sempre grazie a Foucault -, che rintraccia le pratiche mediante le quali viene esercitato il biopotere sulle popolazioni e sulle persone, agendo sui loro corpi. Recentemente, il
termine biopolitica è stato utilizzato anche per indicare un approccio che considera le problematiche ecologiche e ambientali da un punto di vista politico.
Una tecnologia del potere La nozione di biopotere consente di esaminare le tecniche specifiche di cui si serve il potere quando agisce sul corpo umano lungo l'arco
della vita, dalla nascita alla morte, operando per definire la normalità degli individui attraverso mezzi sempre più razionalizzati. Tale processo di «normalizzazione»
non avviene a partire da «razionali» predeterminati, cioè principi universali entro cui inquadrare gli individui (ad esempio identificando una nozione comune
di «umano»), né con l'intenzione di tutelare e di promuovere la dignità delle persone e delle popolazioni, ma per soddisfare dinamiche di controllo, trasformando
i soggetti in oggetti. In tal modo si evidenziano atteggiamenti manipolatori che non prestano attenzione ai soggetti morali, senza considerazione né rispetto per i valori,
le potenzialità e le capacità che essi esprimono, o per i contesti culturali, storici e sociali in cui sono inseriti. Un potere normalizzatore crea strutture capaci
di attuare una specifica comprensione di ciò che è normale: Foucault, in particolare, evidenzia come le strutture cliniche, dove le malattie o il corpo sono avvicinati,
esaminati e trattati, si sono progressivamente caratterizzate per un'azione diretta di potere sul corpo umano. Nell'offrire una sintesi che giustifichi la sua posizione, il filosofo
francese indica cinque elementi fondamentali messi in luce dal concetto di biopotere. In primo luogo lo sguardo medico: il modo in cui il medico si focalizza sull'organo malato
con il rischio di dimenticare il paziente nella sua complessità. Tale sguardo non caratterizza solo il singolo operatore, ma le intere strutture sanitarie e carcerarie (il
concetto, infatti, trascende le sole strutture sanitarie), accompagnate da un proprio specifico discorso, condotto attraverso il linguaggio medico descrittivo. Si controlla dunque
il corpo «sezionandolo» nelle sue parti e allontanando sempre più il paziente dall'esperienza della propria corporeità. In secondo luogo, la «componente
mitica» della medicina, in particolare l'immagine che la professione medica proietta di sé: i medici cercano di essere apprezzati per il ruolo sociale che svolgono
nel controllare il corpo e nell'esercitare potere sulla persona malata. In terzo luogo, a partire dallo sviluppo dell'anatomia patologica, il ruolo della morte: essa acquisisce
un'importanza sempre maggiore nell'esercizio della pratica medica, a discapito dell'impegno medico prioritario a favore della salute e della vita; ne è esempio il dibattito
riguardante il ruolo del medico nel caso del suicidio medicalmente assistito e dell'eutanasia. Quarto, in caso di malattie e, in particolare, di epidemie, l'intenzione di controllare
la società: a livello mondiale, i recenti interventi attuati per fare fronte all'epidemia di influenza causata dal virus H1N1 esemplificano tale dinamica. La medicina diviene
così uno degli ambiti della politica sociale, invadendo in modo nuovo lo spazio civile, assumendosi il compito di informare, supervisionare e contenere ogni qualvolta ciò
sia richiesto da ragioni sanitarie. Quinto, il modo di operare delle istituzioni: si mostrano dinamiche di micropotere, mediante le quali si controlla quanto vivono gli individui,
e altre di macropotere, cioè il sistema ideologico di repressione che caratterizza le forze economiche e scientifiche all'interno della società.
Il dibattito contemporaneo Il concetto di biopotere emerge in modo contenuto nel dibattito teologico-morale bioetico mentre, insieme alla biopolitica, esso è
facilmente rintracciabile nella riflessione filosofica, tanto che vari autori ne hanno fatto uso, modificandolo e arricchendolo. Senza ambire a completezza, indichiamo alcuni riferimenti
che potranno dare luogo a ulteriori approfondimenti. Il filosofo italiano Giorgio Agamben (1942), ad esempio, applica la nozione di biopotere all'intero ambito della sovranità,
notando che il potere sovrano non si impone solo sui soggetti in quanto detentori di diritti, ma sulla «vita nuda» delle persone, da intendersi come ciò che è
esposto alla violenza propria di tale potere. Paradigmatica in questo senso è la dittatura razzista nazista, che si è servita di un potere medicalizzato con un controllo
totale sul corpo umano. L'olocausto non è dunque il ritorno eccezionale a un'età barbarica, quanto una tragica possibilità insita in ogni civiltà. Di
conseguenza, il biopotere è il significato nascosto di ogni potere che, lungo la storia, vuole impadronirsi e dominare la vita dell'altro. I Lager (campi di concentramento,
di lavoro o di sterminio) rappresentano il modo radicale in cui il potere controlla la vita dei cittadini e divengono paradigma dello spazio politico. Agamben enfatizza, quindi,
il biopotere come controllo sulla e della morte dell'altro, rendendo preponderanti le dinamiche di morte, come nei Lager nazisti è tragicamente esemplificato dall'orrenda
molteplicità e diversità di modi in cui far morire. Roberto Esposito (1950), filosofo politico e morale, propone di interpretare il biopotere presente in biopolitica
ricorrendo alla categoria di bíos: una forma di vita politica - una comunità (communitas) - che emerge dalla dinamica dell'«immunizzazione».
Questa, infatti, che è alla base del biopotere e della biopolitica, si evidenzia nel nostro difenderci («immunizzarci») nei confronti di tutto ciò che
è «altro», in quanto percepito come potenziale fonte di minaccia e attacco. Tuttavia l'obiettivo da perseguire non è la chiusura totale verso l'esterno,
ma rafforzare efficacemente la comunità, mettendo in risalto le possibilità dell'individuo. L'incontro tra politica e vita, che spesso rischia di produrre un esito
di morte (così perlomeno è stato nella storia il nazismo), in questa prospettiva può portare invece a risultati positivi. Infine, piuttosto che descrivere
il biopotere come nozione inclusiva e totalizzante, l'antropologo americano Paul Rabinow (1944) e il sociologo inglese Nikolas Rose (1947) suggeriscono di considerarlo in molteplici
modi: una forma di discorso riguardante le persone e le autorità ritenute in grado di affermare «la verità»; una serie di strategie per intervenire sulla
vita e sulla morte dei cittadini; un insieme di pratiche che, mediante autorità specifiche e con logiche centrate su affermazioni ritenute veritative, rendono le persone
soggetti dipendenti negli ambiti che riguardano la vita e la morte.
Applicazioni alla genetica umana La nozione di biopotere offre elementi analitici e critici rilevanti, ma richiede specificazioni e approfondimenti ulteriori, per evitare
il rischio di generalizzazioni sommarie che non aiutano a precisare le problematiche in gioco e per indicare approcci etici appropriati. Possiamo considerare la nostra società
contemporanea come attraversata da dinamiche di biopotere, in particolare nel settore delle biotecnologie. Ma, una volta che esse vengono riconosciute e comprese, occorre indicarne
le potenzialità e i limiti a proposito delle varie sfide etiche nel quadro di un'articolata valutazione morale propositiva. Fra i molteplici esempi possibili, circoscriviamo
l'attenzione alla genetica umana. Da alcuni decenni, il procedere degli studi sulla genetica coinvolge sempre di più ricercatori e cittadini. Il passaggio graduale dallo
studio dei sintomi a quello delle lesioni anatomiche, poi a quello delle cellule, del DNA e dei geni consente di progredire nella conoscenza dei processi patologici che causano
le malattie, ma comporta anche la progressiva frammentazione nella percezione del corpo della persona malata, soprattutto se l'obiettivo è accedere all'informazione contenuta
nei geni per controllarla e manipolarla, talora al di là di finalità terapeutiche. In altre parole, occorre vegliare affinché le conoscenze offerte dall'informazione
genetica siano utilizzate per il bene dei singoli e della collettività, per introdurre terapie efficaci e per promuovere la salute. Una chiara conoscenza delle dinamiche
di biopotere esorta perciò a evitare uno sguardo medico che giunga a considerare la persona e le popolazioni in modo sempre più parcellizzato, e non come un tutto
armonico da osservare nella sua interezza. Questo sguardo, infatti, se permette di conoscere il passato genetico (si pensi agli studi sulle componenti genetiche comuni nelle popolazioni),
il presente (ad esempio gli screening genetici) e il futuro (i test genetici prenatali per malattie che si manifestano in età adulta o avanzata) di singoli individui
e della specie umana in generale, necessita tuttavia di un'attenta valutazione etica che deve accompagnare ogni modalità di acquisizione di informazioni genetiche riguardanti
persone e popolazioni. Inoltre, grazie alla nozione di biopotere è possibile ripensare gli atteggiamenti e le dinamiche con cui ci si rivolge al genetista o al consulente
genetico, interrogandosi su come questi professionisti si pongano nei confronti dei loro «clienti» e che cosa si propongano per il bene dei pazienti, per tutelare e
per migliorare la loro salute. La logica di controllo evidenziata dal concetto di biopotere potrebbe rafforzare la volontà di eliminare trionfalmente la malattia, come se
si trattasse di riportare la società a una condizione di ipotetica salute originaria, senza però prendersi cura delle persone malate con compassione e competenza. Infine,
attraverso le dinamiche messe in luce dalla nozione di biopotere diventa possibile interrogarsi criticamente sulle istituzioni. Oltre alle normali strutture sanitarie, infatti,
lo studio in campo genetico coinvolge il laboratorio stesso ove avvengono le ricerche, rendendolo un luogo in cui si producono «verità e conoscenze» orientate
al perseguimento di una concezione di salute talora depauperata della sua costitutiva vulnerabilità e finitudine. Il biopotere, attraverso la manipolazione dei geni, si manifesta
dunque quale «micropotere», a cui si associa anche un «macropotere», il cui scopo è quello di allargare interessi e profitti economico-politici e
che può andare a scapito dell'attenzione dovuta ai bisogni di salute delle singole persone e delle popolazioni. Le molteplici entità morali, a livello nazionale
e internazionale - fra cui commissioni bioetiche, agenzie, autorità, comitati bioetici, gruppi di pazienti e di cittadini -, sono chiamate a ricercare una sempre migliore
comprensione e applicazione delle dinamiche di biopotere, articolandole con le molteplici risorse etiche, filosofiche e teologiche (categorie, principi, virtù), per riuscire
ad affrontare le problematiche etiche connesse agli sviluppi biotecnologici contemporanei con uno spirito critico sempre più consapevole e formato.
Per saperne di più AGAMBEN G., Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 2005. ESPOSITO R., Bíos.
Biopolitica e filosofia, Einaudi, Torino 2004. FOUCAULT M., Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, Einaudi, Torino 1998. RABINOW P. - ROSE
N., «Biopower Today», in BioSocieties, 1 (2006) 195-217.
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