Editoriale - gennaio 2010    

Aggiornarsi: una sfida continua

Giacomo Costa S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Aggiornamenti Sociali - si legge nella prima pagina del primo numero - «si rivolge in modo speciale a quanti, sacerdoti e laici, sono impegnati nel campo sociale, allo scopo di aggiornarli mensilmente, mettendo a loro disposizione quanto di meglio e di più interessante per la loro cultura e attività è apparso sulla stampa, integrando questa documentazione con opportuni inquadramenti, valutazioni, precisazioni e rilievi». Fin dall'inizio, e dalla scelta del nome, l'aggiornamento è al centro della missione della Rivista, ma solo progressivamente le generazioni di redattori che si sono succedute hanno compreso la profondità della sfida che il suo nome contiene, che va ben oltre la «selezione del meglio della stampa».
Con il suo titolo, la Rivista anticipava una parola che sarebbe divenuta programmatica per il Concilio Vaticano II: l'«aggiornamento», inteso come un'esigenza intrinseca al rapporto che la Chiesa è chiamata a instaurare con il mondo. Di conseguenza, il rinnovamento ecclesiale voluto e realizzato dal Concilio lo presuppone: «Ed è tutta la Chiesa che deve adattarsi ai nuovi bisogni del mondo: la Chiesa, celebrato il Concilio, è tutta impegnata a questo rinnovamento spirituale ed organizzativo» (PAOLO VI, Messaggio a tutti i sacerdoti della Chiesa cattolica, 30 giugno 1968; il testo è disponibile, come tutti i documenti pontifici e conciliari citati, in <www.vatican.va>).

1. Un esigente processo di riforma

Molto è stato scritto per capire come l'«aggiornamento» proposto dal Concilio sia un rinnovamento e non una rivoluzione, un gesto nuovo che però non mette in ombra la continuità e il legame con la tradizione, in quella che a poco a poco sarebbe stata definita una «fedeltà creativa», in una chiave di lettura più volte proposta da Benedetto XVI. Forse le preoccupazioni di sottolineare da una parte le novità e dall'altra la continuità hanno messo in secondo piano la dinamica profonda cui invitava il Concilio e che Paolo VI evidenziava nell'udienza generale del 7 maggio 1969: «Ma che cosa è avvenuto? Che nel momento stesso in cui la visione della Chiesa è apparsa ai nostri giorni nella sua verità ideale, ed anche reale, si è tanto di più acuito il senso e il disagio delle sue imperfezioni concrete ed umane. La Chiesa [...] è inserita nel fiume della storia che passa, e perciò è soggetta nelle sue esplicazioni contingenti ai cambiamenti propri del tempo. E allora si è pronunciato un grande e autorevole desiderio di "aggiornamento", di riforma, di autenticità, di "ringiovanimento nella Chiesa" (cfr SIRI G., Il ringiovanimento nella Chiesa, Paoline, Roma 1965); ma insieme si è diffusa in tanti ambienti un'inquietudine, che ha turbato, dopo il Concilio, la conversazione all'interno stesso della Chiesa, e d'intorno a lei il clamore dei pubblicisti». Paolo VI, senza nascondere le difficoltà di questo aggiornamento, concludeva così: «pensiamo che sia "un segno dei tempi", una grazia del Signore, la possibilità che oggi è offerta alla Chiesa di attendere alla sua propria riforma. [...] inteso nel suo senso genuino, possiamo far nostro il programma d'una continua riforma della Chiesa: Ecclesia semper reformanda».
Portatore di un dinamismo, l'«aggiornamento» è quindi un programma, un modo di essere, non qualcosa di compiuto una volta per tutte. La Chiesa si scopre sempre in un processo di riforma, deve continuamente affrontare le tensioni tra la sua dimensione storica e la fedeltà alla missione ricevuta, tensioni tutt'oggi forti, come mostrano quotidianamente le cronache. Questo processo comporta un discernimento continuo, la cui anima più profonda è legata all'imparare a leggere i segni dei tempi, sulla scorta dell'invito dello stesso Concilio: «Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (Costituzione pastorale Gaudium et Spes, 1965, n. 4).

2. Fede e società oggi

Accingersi a tale compito, secondo il mandato conciliare, oggi pone immediatamente il problema dell'interazione fra gli strumenti diagnostici, in particolare quelli delle scienze sociali, e la prospettiva di fede da cui muove la lettura dei «segni dei tempi». La necessità di tale articolazione è ben espressa dall'enciclica Caritas in veritate (2009) di Benedetto XVI: «Nei confronti dei fenomeni che abbiamo davanti, la carità nella verità richiede prima di tutto di conoscere e di capire, nella consapevolezza e nel rispetto della competenza specifica di ogni livello del sapere. La carità non è un'aggiunta posteriore, quasi un'appendice a lavoro ormai concluso delle varie discipline, bensì dialoga con esse fin dall'inizio» (n. 30).
Non si può ignorare che, nonostante il cosiddetto «ritorno del religioso», la società si è progressivamente allontanata dall'umanesimo cristiano, da quella visione dell'uomo e del mondo che funzionava come fondamento razionale condiviso e su cui si innestava «naturalmente» la fede cristiana. Dall'altra parte, per molte ragioni, bisogna rendersi conto che l'obiettivo di ricostruire una «nuova cristianità» non ha presa reale. In questo contesto il rapporto delle comunità cristiane con la realtà in cui vivono si è trasformato profondamente, in particolare per quanto riguarda la presenza nel sociale e il modo di far sentire la propria voce nel dibattito pubblico.
L'impegno sociale, nelle sue espressioni collettive, fatica a individuare ciò che l'identità cristiana ha di più proprio e quindi ciò che ha da offrire. Spesso a chi si impegna quotidianamente essa sembra lontana, quasi sconnessa dalle realtà sociali e politiche, mentre ai credenti non è più evidente come rendere conto della propria fede, né a se stessi né agli altri. Coloro che sanno parlare della fede che li anima, lo fanno per lo più in termini personali e comunitari, e non sono ugualmente in grado di articolarla con le questioni che emergono dal confronto all'interno della società. Questa è la difficoltà a capire e vivere la dimensione sociale e politica della fede.
Sarebbe grave tuttavia rassegnarsi a una società senza fede, così come a una fede senza società: ne va del futuro stesso di entrambe se, come diceva già il Concilio, «si può pensare legittimamente che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e speranza» (Gaudium et Spes, n. 31). La vera sfida della lettura dei segni dei tempi pare essere oggi quella di rintracciare, anche nelle pratiche sociali, la fede. Ma di che «fede» si tratta? Per rispondere, lasciamoci provocare dal teologo Christoph Theobald: «Senza dubbio una fede elementare, che non bisogna comprendere immediatamente come fede in Dio o una fede esplicita in Cristo, anche se nei racconti evangelici essa sorge a contatto con il Cristo, pur essendo già operante nei suoi interlocutori: "Donna, la tua fede ti ha salvata" (Marco 5, 34)» («Lire les signes des temps. Dimension sociale et politique de la foi», in Etudes, 2 [2006] 204, nostra trad.). E spiega: «Si può interpretare questo "credito" fatto alla vita come un atto necessario per vivere senza che sia mai immediatamente scontato, un atto ogni volta miracoloso, che nessuno può fare al posto di un altro, ma che solo l'incontro con altri, all'interno di un tessuto sociale dato, può rendere possibile. Può trattarsi di un atto coraggioso di resistenza nei confronti di una malattia individuale o di un malessere collettivo, [...] in ogni caso ciò mostra che questa "fede" è la manifestazione di una vittoria che risuona ancora nella parola "con-vinzione"» (ivi). Il «segno dei tempi» da cercare è quindi questo atto di fiducia nel «mistero» della vita, quando la paura cede il passo alla fiducia e al «coraggio di essere»; un atto per il quale non si mette in gioco soltanto qualcosa, ma la propria esistenza, senza alcuna garanzia.
Questa «fede», intesa come coraggio di affrontare il futuro, si caratterizza per la sua forza di irraggiamento e per la sua capacità di essere «contagiosa». Allo stesso tempo essa non si dà mai allo stato puro e resta mescolata ad avvenimenti di altro tipo, prodotti o amplificati dall'opinione pubblica ed ecclesiale. Discernerla non è facile e richiede di situarsi in una prospettiva a medio-lungo termine, per non lasciarsi prendere da facili entusiasmi, e di misurarsi con la concretezza delle questioni che l'attualità politica e sociale continuamente propone. È un compito a cui una rivista mensile può dare il proprio contributo grazie alla sua periodicità. In questa sede ci limitiamo a tratteggiare alcune prospettive di fondo, nel cui orizzonte affrontare il discernimento dei problemi concreti.

   a) Partecipare all'istituzione della democrazia

Oggi siamo ben consapevoli della fragilità radicale delle istituzioni democratiche: basta leggere i titoli dei principali quotidiani. Molteplici sono le minacce: dalla trasformazione dei cittadini della nostra società del benessere in individui spinti solo da interessi privati, allo sviluppo smisurato di un'economia mondiale difficilmente governabile sul piano nazionale, a un progressivo venir meno di dinamiche di solidarietà e del legame democratico a tutti i livelli.
Più radicalmente, emerge una difficoltà propria di tutte le società secolarizzate: l'incapacità strutturale a rappresentarsi come corpo unico, sorta nel momento in cui esse hanno perso il «mediatore regale», l'istanza in cui proiettarsi simbolicamente per riconoscersi uno oltre le molteplicità individuali, che si trattasse della religione, del re, della patria o del popolo. In queste condizioni il fondamento del legame sociale diventa invisibile e spesso se ne cercano sostituti. La democrazia fatica proprio perché è priva di un punto di appoggio - la base stessa su cui si costituisce il demos, il popolo - e lo ricerca in territorio prepolitico, se non predemocratico, e anche religioso. Il recupero alla sfera pubblica di tali territori e delle risorse simboliche che essi offrono, certamente di capitale importanza, non può tuttavia diventare una scorciatoia per evitare il lavoro paziente, attraversato da tentativi di mediazione e da conflitti, di inventare e costruire tutti insieme il futuro della nostra società. Come aveva sostenuto l'allora card. Ratzinger: «Di fatto la garanzia della cooperazione comune allo strutturarsi del diritto e all'amministrazione giusta del potere è il motivo essenziale [per] definire la democrazia come forma più adeguata di ordinamento politico» (HABERMAS J. - RATZINGER J., Etica, ragione e Stato liberale, Morcelliana, Brescia 2004, 43 s.).
In questa situazione di fragilità democratica, la distinzione sopra introdotta tra fede elementare e fede esplicitamente cristiana assume valenza politica e sociale. Come immaginare, in effetti, una autoistituzione della società senza una fede «antropologica» che «faccia credito» al futuro senza oscurarlo con visioni ideologiche o interessi puramente particolari? Indubbiamente il primo compito dei cristiani è di discernere i segni di questa «fede» ovunque essi si manifestino nella società, di apprezzarli e incoraggiarli, ma anche di «farli crescere». E poiché questa fede si incarna sempre in persone «significative», il discernimento consiste precisamente nell'individuarle, di qualunque appartenenza esse siano, e anche di formarne di nuove.
Non è azzardato affermare che oggi anche la democrazia è questione di fede. Di fronte alle molte «tentazioni», tecnocratiche o populiste che siano, la pratica politica come discussione sulle priorità tra beni sociali primari e sugli obiettivi di medio e lungo periodo di un buon governo non ha bisogno solamente di persone esperte nell'uso delle risorse che la democrazia mette a disposizione per la costruzione di una società più giusta - compito peraltro fondamentale -, ma necessita anche di testimoni che sappiano convincere, con le parole e con l'impegno, che vale la pena portare avanti il dibattito democratico e parteciparvi attivamente, qualunque sia la propria posizione nella società.

   b) Impegnarsi per una cultura laica

Nella nostra situazione, la ricomposizione del paesaggio religioso e l'arrivo di nuovi interlocutori nello spazio pubblico - cittadini di altre religioni o di diversi orizzonti spirituali o ideologici - è da leggere come un dato di fatto. Ciascuno dei partecipanti al dibattito sulla società dovrebbe potervi entrare a partire dalla propria identità e dalle proprie risorse, accettando per converso le regole elementari di ogni comunicazione, fondate sul principio che opera nelle procedure delle istituzioni democratiche e nelle discussioni su che cosa è la giustizia. Ciò richiede tempi di apprendimento e capacità di un ritorno riflessivo su se stessi e sulle proprie posizioni da parte di tutti gli interlocutori.
Difficoltà e resistenze possono così emergere a diversi livelli, anche da parte di chi vuole mettere sullo stesso piano tutte le credenze, evidenziandone solo il più piccolo denominatore comune (relativismo): è un'opinione molto diffusa, che sembra di buon senso. Le religioni sono così considerate intercambiabili, ma la società diventa insensibile e afasica rispetto alla diversità delle manifestazioni religiose, intimamente legate, d'altronde, alle espressioni culturali e artistiche e al patrimonio etico dell'umanità.
Alle nostre società europee conviene piuttosto scommettere sulla capacità delle religioni e delle posizioni ideologiche di interrogarsi a vicenda e di operare un ritorno critico su se stesse, sulla base della fiducia nell'uso della ragione. È quanto propone anche la Caritas in veritate: «L'esclusione della religione dall'ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l'incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell'umanità. La vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica assume un volto opprimente e aggressivo. [...] Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa. La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano» (n. 56).
La sfida per i cristiani è di entrare in questa prospettiva a partire dalle proprie risorse teologiche, spirituali ed etiche, invitando altri a fare lo stesso. Il risultato non è garantito. La violenza, anche religiosa, attraversa la nostra società; ma proprio per questo è vitale l'apporto di coloro che, attraverso ogni frontiera, sanno mettere in gioco la propria esistenza e fare il primo passo, avvicinando gli altri con compassione attiva e accettando il rischio di portare e prendere su di sé l'eventuale violenza dell'incontro.
La Chiesa, assumendosi questo rischio, potrebbe così mostrare che è possibile dare vita a un processo comune per decifrare i paradossi del vivere insieme senza rinunciare alle proprie risorse, ma scoprendole ancora di più e mettendole in gioco nel rispetto di una comunicabilità i cui limiti si scoprono progressivamente. Proprio perché sconta la continua minaccia della violenza, la società ha bisogno di essere pacificata attraverso la riscoperta e, se è il caso, l'invenzione di regole condivise e attraverso l'esperienza concreta di pratiche comuni che configurino un percorso di educazione al vivere insieme.

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Con questo numero, Aggiornamenti Sociali compie 60 anni: la scelta della nuova «livrea», che ci accompagnerà lungo il 2010, vuole, con sobrietà, indicare che la Rivista intende «aggiornarsi» assumendo appieno la tradizione da cui proviene. Come nuovo direttore, e a nome della Redazione, sono grato di ricevere il testimone passato negli anni dal gruppo dei gesuiti da cui la Rivista fu fondata fino al p. Bartolomeo Sorge, che l'ha diretta negli ultimi tredici anni e che continua ad accompagnarla come direttore emerito. A tutti loro va la nostra più cordiale gratitudine.
Con umiltà, ma con convinzione, Aggiornamenti Sociali intende continuare ad aggiornarsi e ad aggiornare, per essere uno strumento per articolare risposte credibili alle sfide che sopra ho provato a tratteggiare. Gli strumenti sono quelli propri di un medium come un mensile e che sono stati esplorati lungo questi sessant'anni, cercando di declinarli nel mondo di oggi. Trovano qui la loro radice le piccole novità che da questo numero prendono il via: una rubrica, «Bibbia aperta», in cui accostare il testo biblico come risorsa per aiutarci a pensare i problemi della nostra società; uno «Schedario» che si apre a nuovi linguaggi (come il cinema) e prova a interagire con i più tradizionali articoli; una fotografia, che segnala l'esigenza di nuovi sguardi sulle realtà sociali; un rinnovato impegno a dare attenzione alle prospettive europee e internazionali.
Tutto questo riposa ancora su una triplice prospettiva, che contraddistingue la Rivista fin dalle sue origini e che ci sembra non aver perso nulla del suo valore. Pur in una società profondamente diversa da quella del 1950, riteniamo infatti che continui ad avere senso portare avanti un discorso sociale:
   a) in una prospettiva di fede cristiana, sul fondamento della dottrina sociale della Chiesa e delle molte esperienze di azione sociale che ad essa si ispirano, assumendo esplicitamente la rilevanza sociale della fede e la rilevanza per la fede del fatto sociale;
   b) in una prospettiva di promozione della giustizia del Vangelo, che nella spiritualità della Compagnia di Gesù è un'esigenza del servizio della fede. Concretamente questo significa assumere come punto di osservazione e di lettura critica delle dinamiche politiche e sociali la posizione dei poveri, dei vulnerabili, degli «ultimi», consapevoli che quello voluto da Dio è un mondo in cui c'è davvero un posto per tutti, nel rispetto della comune dignità di ciascuno;
   c) in una prospettiva di circolarità ermeneutica fra riflessione e azione sociale e di dialogo interdisciplinare: solo l'adozione di una pluralità di punti di vista, scientifici e di impegno concreto, nella fatica del confronto e dell'argomentazione, può dischiuderci a una comprensione più profonda dei fatti sociali che sveli le radici dell'ingiustizia e promuova un vero cambiamento.
L'esperienza di questi sessant'anni ci insegna che si tratta di un impegno esigente, ma anche di una sfida attraente, capace di dare gusto al lavoro compiuto. Non posso che augurarmi che sia lo stesso per gli autori e i lettori che vorranno continuare ad accompagnarci in questo cammino.