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Un recente rapporto sulla distribuzione del reddito nei Paesi OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dal significativo
titolo Growing Unequal (Crescere nella disuguaglianza), conferma in modo drammatico l'aumento della forbice economica e sociale nei Paesi membri. L'Italia non fa eccezione:
il 10% delle famiglie controlla il 44,7% di tutta la ricchezza nazionale, mentre il 50% delle famiglie ne possiede il 9,7%. La crisi economica di questo ultimo anno ha reso maggiormente
visibile questo dato, poiché ha fatto emergere che molte famiglie non sono state in grado di fare fronte ai debiti contratti (mutui, prestiti personali, finanziamenti, ecc.).
Un consumismo basato sull'accumulo dei debiti non permetteva di rendersi conto del preoccupante allargamento della forbice economica e sociale che sempre più caratterizza
la nostra società. Può sembrare strano cominciare questa nuova rubrica con un riferimento così stringente all'attualità, ma il suo scopo è
proprio suggerire una lettura di quei passaggi della Bibbia che in modo più significativo propongono chiavi interpretative dei fenomeni che interessano le relazioni umane.
Il tentativo sarà di far emergere quelle dinamiche relazionali, quei particolari meccanismi sociali che i testi biblici presentano come tipici e tipologici per ogni tempo,
anche se, evidentemente, attraverso una lettura degli eventi e secondo i linguaggi caratteristici del tempo in cui sono accaduti. In questo senso, l'interesse del dato sulla crisi
economica attuale sta nel suo parallelismo con la situazione verificatasi nel regno di Giuda nell'VIII secolo a.C., tempo nel quale operano i profeti Michea e Isaia qui proposti:
le parole bibliche di allora possono illuminare oggi una riflessione e una prassi.
Economia e società del tempo Gli ultimi cinquant'anni del IX secolo a.C. avevano visto un forte sviluppo del commercio internazionale nell'area mediorientale
grazie alle relazioni tra Nord (Assiria) e Sud (Egitto), favorite dallo sviluppo, nel Mediterraneo, della rete commerciale dei fenici (nella Bibbia chiamati filistei). Per un territorio
piccolo come il regno di Giuda - la cui economia tradizionalmente si fondava su piccoli appezzamenti terrieri monofamiliari, consentendo un buon livello di vita a larghi strati
della popolazione in un regime di scambi prevalentemente non monetari - ciò significava la necessità di favorire gli operatori economici e commerciali. Per riuscire
in tale operazione si rese sempre più necessario un incremento di produzione dei beni agricoli commerciabili ed esportabili, e il piccolo appezzamento terriero non era certamente
lo strumento più adatto a ciò. In un lasso di tempo relativamente breve si andò quindi sviluppando il latifondo, che rispondeva meglio a queste esigenze. La
concentrazione delle terre nelle mani di pochi favoriva l'incremento del commercio internazionale e faceva affluire alle casse dello Stato e del Tempio una quantità di denaro
maggiore rispetto a quanto poteva entrarne con la tassazione dei piccoli proprietari. Così, l'aumento della pressione sociale e fiscale che gravava su questi ultimi ne provocò
il progressivo indebitamento, fino a costringerli a vendere i propri piccoli appezzamenti ai latifondisti e a lavorare come schiavi o braccianti sottopagati negli stessi terreni
precedentemente posseduti. Nell'VIII secolo si assistette quindi al passaggio da un'economia di sussistenza e di equità sociale a un'economia che richiedeva l'abbassamento
del costo del lavoro e, di conseguenza, l'allargarsi inesorabile della forbice sociale. Quello che successe fu, di fatto, una significativa contrazione della classe media, con una
tendenza alla divisione tra benestanti e poveri. Gli studi archeologici danno conferma di questo fenomeno, mostrando come all'epoca si sia verificata nelle città della Giudea
una graduale scomparsa delle piccole abitazioni monofamiliari per fare spazio a palazzi più grandi e lussuosi. Così, chi avesse visitato quel mondo avrebbe senz'altro
ammirato la ricchezza di Gerusalemme, il suo lusso, la sua architettura, i suoi negozi opulenti; una città prospera e in pace. Per di più l'aspetto esteriore della
campagna era di fertilità e di ordine e gli scambi commerciali agricoli fiorivano, favoriti dalla rete viaria nazionale e internazionale. Eppure due profeti di quest'epoca,
Michea e Isaia, sembrano fornirci una visione ben diversa della realtà. Ci mettono davanti agli occhi, da autentici «profeti», una prospettiva scomoda e critica,
che però, come vedremo, apre alcune piste di riflessione e di riequilibrio sociale. Tale critica - occorre dirlo - non parte da considerazioni pauperistiche generiche: non
c'è, infatti, alcuna critica alla ricchezza in quanto tale. Questi protagonisti dell'epoca evidenziano piuttosto come il processo sociale in atto fosse contrario al bene
secondo due criteri. Michea sottolinea il primato della persona e degli effetti sulla persona dei meccanismi economici, mentre Isaia mostra che l'evoluzione economica e sociale
sopra descritta non aiuta più il bene dell'intero popolo - quello che chiameremmo oggi bene comune -, ma favorisce solo la ricchezza di alcuni.
Michea: il primato della persona
Michea 2, 1-2 1 Guai a coloro che meditano l'iniquità e tramano il male sui loro giacigli; alla luce dell'alba lo compiono, perché
in mano loro è il potere. 2 Sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono. Così opprimono l'uomo e la sua casa, il proprietario e la sua
eredità.
Michea stigmatizza la forbice sociale di cui è testimone, mostrando come la logica del ricco che diventa sempre più ricco,
nella congiuntura del suo tempo, si è completamente sganciata dalla considerazione degli effetti che essa ha sulle persone. Questo tipo di logica economica è ben descritta
dai versetti citati nel riquadro qui sotto, che raccontano di un lavorio di pensiero notturno che si attua poi al sorgere del sole. È un'immagine particolarmente significativa,
che mostra l'«onnipotenza» di questi ricchi. Possono fare i loro piani economici la sera ed eseguirli alla luce del sole, senza che debbano avere paura! La forza
di questa immagine consiste nel diverso criterio di riferimento di bene e male tra questi operatori economici e la visione profetica. Normalmente il male è pensato «di
giorno» e compiuto «di notte». Essi invece sono accusati dal profeta di fare tutto ciò che vogliono (questo il significato dell'espressione ebraica
avere in mano il potere): ciò che secondo il profeta è «male», avviene come «bene» economico, alla luce del sole! Il prendere per
sé è descritto come la conseguenza di un desiderare. Non a caso il verbo usato in ebraico nell'espressione sono avidi di campi è lo stesso verbo
del Decalogo (Esodo 20, 17): non desiderare la casa del tuo prossimo. Il desiderio vietato dal comandamento è il motore della ricchezza dei latifondisti di
Gerusalemme. Un altro aspetto da tenere in considerazione nella denuncia profetica è la concezione della proprietà terriera che Israele condivideva come popolo.
Bisogna ricordare infatti che la liberazione dalla schiavitù d'Egitto e il dono della terra promessa sono alla radice dell'identità stessa del popolo. La terra è
di Dio e il suo possesso è denominato eredità, come lascito che Dio fa agli uomini per il loro benessere. Questo è esplicito in molti testi biblici,
di cui il più evocativo è forse Levitico 25, 23: La terra non sarà venduta perdendone ogni diritto, perché mia è la terra e voi siete
residenti e ospiti presso di me (cfr anche Deuteronomio 1, 8 e 8, 10-17; Geremia 24, 10). Al tempo di Michea si passa dunque a considerare come proprio un bene
comune e l'unico metro di valutazione è la possibilità di possederlo e sfruttarlo economicamente. Come si può intuire non è in discussione la modalità
di gestione del sistema, più o meno violento o dal volto umano, ma le sue stesse radici, che non rispecchiano la visione che Dio ha della terra, del benessere, delle relazioni
tra gli uomini. L'ultima espressione del testo di Michea mostra davvero ciò che succede - la denuncia profetica - in questa dinamica economica latifondista: si opprime
l'uomo e il proprietario. Se l'azione economica verte sulla casa e sulla proprietà, il profeta mette al cuore del suo grido il primato della persona. Una
prima considerazione può essere per noi l'invito a considerare con maggiore attenzione, all'interno della riflessione etica, le conseguenze che determinate politiche e dinamiche
economiche hanno sulle singole persone.
Isaia: il bene comune
Isaia 5, 7-8 7 Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione
preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. 8 Guai a voi, che aggiungete casa a casa e
unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nella terra.
Il profeta Isaia utilizza la metafora della vigna per descrivere il popolo nelle sue relazioni sociali (cfr il testo nel riquadro qui sotto).
Varie sono le caratteristiche che rendono questa analogia così ricca (è una delle più frequenti nella Bibbia, dai Profeti al Nuovo Testamento: cfr ad esempio
Osea 11; Geremia 2, 21; Marco 12, 1-11). La vite, infatti, è un essere vivente che produce un frutto (l'uva) non essenziale per la mera sussistenza,
ma necessario per la produzione del vino, elemento indispensabile per mangiare come fatto sociale. Il vino infatti si beveva solo nei pasti comuni - familiari o comunitari -, di
carattere religioso (pasti sacri nel Tempio) o sociale (particolari ricorrenze che coinvolgevano più famiglie se non l'intero villaggio, come matrimoni, festività,
celebrazioni funebri, ecc.). La vigna per produrre frutto richiede inoltre una cura particolare e in vari passi biblici è evidenziato il lavoro di Dio in favore della
sua vigna. È quindi attraverso l'immagine della vigna curata e ben coltivata, della piantagione preferita, che il profeta propone lo scarto tra il progetto
ideale del popolo e la realtà del suo tempo denunciando le conseguenze dell'allargamento della forbice sociale sopra descritto. E lo fa utilizzando espressioni forti, quali
spargimento di sangue e oppressione. Se si considera la situazione nella sua realtà storica, si comprende che queste sono senz'altro iperboliche (anche se con il crescere
del numero dei poveri, con tutta probabilità aumentarono violenza e mortalità). Non si depauperavano i piccoli proprietari terrieri con le armi e con la violenza,
ma con contratti legali e pressioni fiscali. Isaia utilizza immagini così crude per sottolineare come dinanzi al progetto di una «casa di tutti», come doveva
essere la terra di Giuda nell'intenzione di Dio (la vigna del Signore degli eserciti [...] la sua piantagione preferita), questa terra è diventata la proprietà
solo di alcuni che scacciano gli altri. La lontananza dal progetto di Dio di questa situazione economica e sociale, e quindi la sua valenza di «peccato», autorizzano
l'utilizzo di una terminologia così violenta da parte del profeta. Particolarmente suggestiva l'immagine di chi, sempre più ricco, può aggiungere casa a
casa e unire campo a campo e si ritrova solo ad abitare nella terra perché non c'è più spazio per altri! Così è di una società
in cui la distribuzione delle ricchezze e dei redditi è tanto sproporzionata da non riuscire a far vivere con sufficiente dignità la maggioranza della popolazione.
Naturalmente il profeta biblico propone una lettura della realtà che parte dallo sguardo di Dio su di essa. Tuttavia una riflessione che parta dal bene economico condiviso
dalla maggioranza può essere accolta anche da chi non si riconosce nell'orizzonte religioso. Il profeta stigmatizza una ricchezza e un benessere che divengono fini a se stessi
ed erodono la solidarietà e la coesione sociale. In questa prospettiva, il paradigma del bene comune può essere realmente strumento critico per la valutazione di
politiche economiche che alimentano il divaricarsi della forbice sociale. Non basta un incremento del valore dei beni prodotti (l'aumento del Prodotto interno lordo) per giustificare
agli occhi del profeta un'azione economica. L'VIII secolo a.C. mostra dunque un regno di Giuda globalmente più ricco e meglio attrezzato nelle sue relazioni commerciali internazionali,
ma questo era avvenuto attraverso lo sgretolamento delle relazioni sociali (poiché ne avevano tratto vantaggio unicamente latifondisti e ricchi proprietari) e l'impoverimento
della maggioranza del popolo. Occorre quindi partire dal bene comune, che solo può alimentare e sostenere coesione e solidarietà sociali. Il riconoscersi come corpo
sociale capace di solidarietà tra i propri membri permette di abitare la casa comune senza che nessuno venga cacciato fuori e senza che i pochi non tolgano spazio agli altri,
rimanendo soli ad abitare nella terra, per utilizzare le parole di Isaia.
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