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Il sostantivo inglese warfare indica il conflitto armato, una competizione aggressiva fra gruppi umani, i diversi generi di operazioni
militari; in passato identificava anche la vita e il servizio sotto le armi. Warfare esprime anche l'azione di muovere guerra, organizzare azioni ostili non necessariamente
armate, o prestare servizio sul campo di battaglia. Entrambi gli usi sono attestati sin dalla prima metà del XV secolo, e nel corso del tempo si sono adattati all'evoluzione
fenomenologica, sociale, culturale e tecnica delle attività belliche. Si tratta di una parola composta da due nomi, war (guerra) e fare, un termine con molteplici
significati, in base ai quali l'intera parola può essere utilizzata in modi differenti. Fare, infatti, può voler dire «passaggio, via, viaggio»
(intesi anche in senso metaforico), cui si legano «strada, traccia, spedizione, equipaggiamento per il viaggio, escursione in cui si paga un pedaggio». Il termine presenta
inoltre diverse accezioni, afferenti in generale all'agire umano, come «fare», «combattere», «mostrare», finendo per assumere il senso di «modo
di procedere», nonché di «apparenza, aspetto, condizione, stato delle cose». Warfare include così un universo di contenuti che rimandano al
conflitto, non necessariamente condotto con armi ed eserciti. È curioso notare come in tedesco il termine venga tradotto con la parola composta Kriegsführung,
ovvero «conduzione della guerra», che lascia meno spazio alle divagazioni semantiche.
I volti della guerra postmoderna Warfare indica dunque uno stato conflittuale generico, variegato e complesso, che può trovare miglior definizione accompagnato
da alcuni aggettivi che ne circoscrivano il significato. Così, le guerre si suddividono in due grandi categorie: la guerra convenzionale (conventional warfare), combattuta
tra eserciti regolari senza l'impiego di armi di distruzione di massa, utilizzando mezzi, tattiche e strategie afferenti al sapere e alla pratica consolidata dello scontro bellico,
e quella non convenzionale (unconventional warfare). Quest'ultima può essere di diversi tipi: chimica, biologica, nucleare (chemical, biological, nuclear
warfare) quando comporta l'uso di armi di distruzione di massa, oppure guerra di guerriglia (guerrilla warfare), in cui si possono mettere in atto molteplici tattiche
e strategie comprendenti, tra l'altro, il terrorismo, le operazioni speciali, la guerriglia urbana, le attività insurrezionali e controinsurrezionali. La categoria dell'unconventional
warfare comprende anche conflitti e azioni ostili condotte senza l'impiego di mezzi militari, in cui essenzialmente sono trasformati in strumenti d'offesa e difesa i grandi
flussi che attraversano le società umane (merci, risorse economiche, informazioni, cultura), consentendone il funzionamento e la coesione. Si tratta di tipi di conflitto
che hanno trovato nelle complesse strutture sociali contemporanee un ambiente molto favorevole. Ecco dunque apparire la guerra economica e finanziaria (economic warfare),
condotta ad esempio con l'imposizione di sanzioni, il boicottaggio commerciale, le speculazioni sui mercati azionari e valutari, la guerra psicologica (psycological warfare)
e la guerra di propaganda e informazione (information warfare). Questa si caratterizza per l'ampio ventaglio di mezzi, tattiche e strategie a sua disposizione: dalla classica
diffusione mediante i mezzi di comunicazione di massa di messaggi propagandistici volti a demonizzare il nemico, creando un'opinione pubblica interna favorevole al conflitto, alla
guerra di spionaggio (intelligence warfare), all'utilizzo di Internet e delle reti informatiche per veicolare testi e immagini atti a seminare confusione tra gli avversari,
fiaccandone la volontà di resistenza, sino al vero e proprio attacco informatico (cyber warfare) condotto contro le reti nemiche di comando, comunicazione e controllo,
nei settori sia militari sia civili di importanza strategica ai fini della condotta dello scontro (reti telefoniche, di distribuzione dell'energia, di governo del territorio). Esiste
un termine, tuttavia, che esaurisce in sé gran parte della complessità del conflitto postmoderno, un tipo di contrapposizione in cui, come mostra la realtà
di questi anni, tutti i mezzi di tipo militare e non militare vengono impiegati per soddisfare le necessità del warfare. Si tratta di unrestricted warfare,
letteralmente «guerra senza limiti», che assume sovente i caratteri di una asymmetric warfare, ovvero di un conflitto tra belligeranti che dispongono di potenziali
militari qualitativamente e quantitativamente non paragonabili, e che proprio per questo adottano tattiche e strategie completamente diverse, ricorrendo a mezzi militari e di altro
tipo, convenzionali e non convenzionali. In un simile scenario, riconoscibile oggi in molte regioni del mondo e in svariati campi d'attività, il termine unrestricted
warfare finisce per divenire purtroppo una sorta di cifra dell'epoca, di cui vergognarsi e fare ammenda.
Warfare versus welfare Warfare, oltre al significato più strettamente bellico e militare, viene utilizzato anche in senso figurato per definire
le collisioni e contrapposizioni di vario genere (personali, culturali, legali, spirituali, ecc.) che caratterizzano l'esistenza umana; in sintesi uno stato di conflitto che può
coinvolgere non solo gli interessi concreti dei singoli, ma anche i loro sentimenti, le convizioni, le fedi, le concezioni del mondo. È bene sottolineare come di fatto uno
dei contrari di warfare sia il termine welfare («stato di benessere»), anch'esso un composto di «fare». Se ci si sofferma a riflettere
sull'uso che di questi due termini fanno i linguaggi dei mezzi di comunicazione di massa, della politica e dell'economia, risulta evidente come l'espressione welfare state
abbia tuttora (nonostante le campagne denigratorie degli ultimi trent'anni) un valore generalmente positivo, in quanto indica la volontà di un Governo di perseguire un insieme
di politiche economiche, sociali, culturali e di bilancio volte a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, elevando il livello di tutela sociale e sanitaria e incentivando
l'accesso all'istruzione pubblica e alla cultura, in netta opposizione a warfare. Difficilmente quindi si può sostenere a ragion veduta che una politica indirizzata
con decisione verso il warfare sia una strada alternativa al welfare per raggiungere il medesimo scopo del miglioramento della qualità di vita delle persone.
Il miglioramento sarebbe infatti la conseguenza (tra l'altro non sempre scontata) di un'azione distruttiva che provoca una sofferenza generale, durante la quale si adotta una politica
di guerra che sottrae parte considerevole delle risorse disponibili, indirizzandole unicamente verso lo sforzo bellico a discapito degli altri impieghi e soprattutto del welfare
state, come dimostrano ampiamente l'esperienza storica e l'attualità. La realtà dei nostri giorni attesta inoltre come sia tramontata l'ingannevole e deleteria
illusione secondo cui il ristretto gruppo dei Paesi ricchi disporrebbe dei mezzi sufficienti a sostenere sia il welfare sia il warfare, garantendo il binomio «cannoni
e burro». In un recente studio condotto con Linda Bilmes, il premio Nobel per l'economia Joseph Stigliz ha esaminato attentamente i costi e le conseguenze economiche della
guerra globale al terrorismo, intrapresa dagli Stati Uniti e da alcuni alleati dopo l'11 settembre 2001 (STIGLITZ J. E. - BILMES L. J., La guerra da 3000 miliardi di dollari.
I costi autentici del conflitto iracheno, Einaudi, Torino 2009). Le conclusioni a cui giunge questo lavoro sono assai chiare, soprattutto per quanto riguarda il sistema statunitense.
Negli ultimi 8 anni, Washington ha portato le spese militari (gli investimenti per il warfare) a un livello superiore a qualsiasi picco verificatosi in tali stanziamenti
dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. Nel 2008 il bilancio del Pentagono ha coperto poco meno del 50% della spesa militare mondiale, attestandosi sui 549 miliardi di
dollari. Secondo gli AA., lungi dal risolvere politicamente e militarmente il problema delle minacce terroristiche e i due conflitti iracheno e afghano, un simile sforzo avrebbe
prodotto un'autentica débacle economica, che ha avuto e continua ad avere gravi ripercussioni a livello globale. L'attuale crisi, soprattutto negli USA, sembrerebbe
dunque in gran parte causata dalla warfare economics di tipo «postmoderno», che ha portato all'ampliamento fuori controllo del debito pubblico, all'aumento dell'imposizione
fiscale e all'affossamento della welfare economics, fattori che hanno contribuito a provocare e alimentare l'attuale grave recessione. In precedenza, sembrava che nel «migliore
dei mondi possibili» la crescita delle spese militari non mettesse in discussione il mantenimento dello stile di vita americano e occidentale. Oggi sappiamo che in realtà
il binomio «cannoni e burro» è una chimera che poggia le proprie basi d'argilla sul massiccio ricorso al debito pubblico e privato, alimentando spericolate operazioni
finanziarie e un'enorme bolla speculativa, i cui effetti collaterali negativi e destabilizzanti non si sono ancora pienamente manifestati. Come osservano Joseph Stigliz e Linda
Bilmes, la scelta di combattere guerre, privilegiando la warfare economics, è diventata troppo facile per gli Stati Uniti, perché i costi delle avventure militari
vengono sistematicamente addebitati al bilancio dello Stato e scaricati sull'intera società. L'insostenibilità di un tale comportamento è sotto gli occhi di
tutti, tanto da convincere i due economisti ad avanzare, tra l'altro, la proposta di imporre una tassa sulle guerre future qualora esse superino la durata di un anno. In tale ipotesi
i sostenitori dell'accoppiata «cannoni e burro» non avrebbero molti argomenti a disposizione: i Governi dovrebbero infatti scegliere tra welfare e warfare,
rispondendone al corpo elettorale. Il mito dell'Occidente ricco e belligerante è tramontato. Quando sarà giunto il momento di decidere, è auspicabile che
chi ha in mano le leve del potere ricordi le recenti parole di Dominique Strauss-Khan, direttore generale del Fondo monetario internazionale, che il 23 settembre 2009 a New York,
nel corso del Global Creative Leadership Summit ha sottolineato come da sempre «la stabilità economica e la pace» siano «strettamente collegate»,
ragion per cui in molti Paesi del mondo duramente colpiti dalla crisi a breve si potrebbero verificare «disordini sociali, instabilità politica [...] collasso della
democrazia e guerra»: uno scenario da incubo dominato dalla guerra civile generalizzata.
Per saperne di più CHALIAND G., Antologie mondiale de la stratégie. Des origines au nucléaire, Laffont, Paris 2001. DE
BENOIST A., Ripensare la guerra. Dallo scontro cavalleresco allo sterminio di massa, Terziaria, Milano 1999. DORMAN A. - SMITH M. - UTTLEY M., The Changing Face of
Military Power. Joint Warfare in an Expeditionary Era, Basingstoke, New York 2002. GRAY C. H., Postmodern War. The New Politics of Conflict, Routledge, London 1997. HARVEY
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Carocci, Roma 1999. MINI F., La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell'epoca della pace virtuale, Einaudi, Torino 2003. TODD E., Dopo l'impero.
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