Lessico oggi - dicembre 2009    

Warfare

Achille Lodovisi
Esperto in tematiche di pace e guerra

 

Il sostantivo inglese warfare indica il conflitto armato, una competizione aggressiva fra gruppi umani, i diversi generi di operazioni militari; in passato identificava anche la vita e il servizio sotto le armi. Warfare esprime anche l'azione di muovere guerra, organizzare azioni ostili non necessariamente armate, o prestare servizio sul campo di battaglia. Entrambi gli usi sono attestati sin dalla prima metà del XV secolo, e nel corso del tempo si sono adattati all'evoluzione fenomenologica, sociale, culturale e tecnica delle attività belliche.
Si tratta di una parola composta da due nomi, war (guerra) e fare, un termine con molteplici significati, in base ai quali l'intera parola può essere utilizzata in modi differenti. Fare, infatti, può voler dire «passaggio, via, viaggio» (intesi anche in senso metaforico), cui si legano «strada, traccia, spedizione, equipaggiamento per il viaggio, escursione in cui si paga un pedaggio». Il termine presenta inoltre diverse accezioni, afferenti in generale all'agire umano, come «fare», «combattere», «mostrare», finendo per assumere il senso di «modo di procedere», nonché di «apparenza, aspetto, condizione, stato delle cose». Warfare include così un universo di contenuti che rimandano al conflitto, non necessariamente condotto con armi ed eserciti. È curioso notare come in tedesco il termine venga tradotto con la parola composta Kriegsführung, ovvero «conduzione della guerra», che lascia meno spazio alle divagazioni semantiche.

I volti della guerra postmoderna
Warfare indica dunque uno stato conflittuale generico, variegato e complesso, che può trovare miglior definizione accompagnato da alcuni aggettivi che ne circoscrivano il significato. Così, le guerre si suddividono in due grandi categorie: la guerra convenzionale (conventional warfare), combattuta tra eserciti regolari senza l'impiego di armi di distruzione di massa, utilizzando mezzi, tattiche e strategie afferenti al sapere e alla pratica consolidata dello scontro bellico, e quella non convenzionale (unconventional warfare). Quest'ultima può essere di diversi tipi: chimica, biologica, nucleare (chemical, biological, nuclear warfare) quando comporta l'uso di armi di distruzione di massa, oppure guerra di guerriglia (guerrilla warfare), in cui si possono mettere in atto molteplici tattiche e strategie comprendenti, tra l'altro, il terrorismo, le operazioni speciali, la guerriglia urbana, le attività insurrezionali e controinsurrezionali.
La categoria dell'unconventional warfare comprende anche conflitti e azioni ostili condotte senza l'impiego di mezzi militari, in cui essenzialmente sono trasformati in strumenti d'offesa e difesa i grandi flussi che attraversano le società umane (merci, risorse economiche, informazioni, cultura), consentendone il funzionamento e la coesione.
Si tratta di tipi di conflitto che hanno trovato nelle complesse strutture sociali contemporanee un ambiente molto favorevole. Ecco dunque apparire la guerra economica e finanziaria (economic warfare), condotta ad esempio con l'imposizione di sanzioni, il boicottaggio commerciale, le speculazioni sui mercati azionari e valutari, la guerra psicologica (psycological warfare) e la guerra di propaganda e informazione (information warfare). Questa si caratterizza per l'ampio ventaglio di mezzi, tattiche e strategie a sua disposizione: dalla classica diffusione mediante i mezzi di comunicazione di massa di messaggi propagandistici volti a demonizzare il nemico, creando un'opinione pubblica interna favorevole al conflitto, alla guerra di spionaggio (intelligence warfare), all'utilizzo di Internet e delle reti informatiche per veicolare testi e immagini atti a seminare confusione tra gli avversari, fiaccandone la volontà di resistenza, sino al vero e proprio attacco informatico (cyber warfare) condotto contro le reti nemiche di comando, comunicazione e controllo, nei settori sia militari sia civili di importanza strategica ai fini della condotta dello scontro (reti telefoniche, di distribuzione dell'energia, di governo del territorio).
Esiste un termine, tuttavia, che esaurisce in sé gran parte della complessità del conflitto postmoderno, un tipo di contrapposizione in cui, come mostra la realtà di questi anni, tutti i mezzi di tipo militare e non militare vengono impiegati per soddisfare le necessità del warfare. Si tratta di unrestricted warfare, letteralmente «guerra senza limiti», che assume sovente i caratteri di una asymmetric warfare, ovvero di un conflitto tra belligeranti che dispongono di potenziali militari qualitativamente e quantitativamente non paragonabili, e che proprio per questo adottano tattiche e strategie completamente diverse, ricorrendo a mezzi militari e di altro tipo, convenzionali e non convenzionali.
In un simile scenario, riconoscibile oggi in molte regioni del mondo e in svariati campi d'attività, il termine unrestricted warfare finisce per divenire purtroppo una sorta di cifra dell'epoca, di cui vergognarsi e fare ammenda.

Warfare versus welfare
Warfare, oltre al significato più strettamente bellico e militare, viene utilizzato anche in senso figurato per definire le collisioni e contrapposizioni di vario genere (personali, culturali, legali, spirituali, ecc.) che caratterizzano l'esistenza umana; in sintesi uno stato di conflitto che può coinvolgere non solo gli interessi concreti dei singoli, ma anche i loro sentimenti, le convizioni, le fedi, le concezioni del mondo. È bene sottolineare come di fatto uno dei contrari di warfare sia il termine welfare («stato di benessere»), anch'esso un composto di «fare».
Se ci si sofferma a riflettere sull'uso che di questi due termini fanno i linguaggi dei mezzi di comunicazione di massa, della politica e dell'economia, risulta evidente come l'espressione welfare state abbia tuttora (nonostante le campagne denigratorie degli ultimi trent'anni) un valore generalmente positivo, in quanto indica la volontà di un Governo di perseguire un insieme di politiche economiche, sociali, culturali e di bilancio volte a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, elevando il livello di tutela sociale e sanitaria e incentivando l'accesso all'istruzione pubblica e alla cultura, in netta opposizione a warfare.
Difficilmente quindi si può sostenere a ragion veduta che una politica indirizzata con decisione verso il warfare sia una strada alternativa al welfare per raggiungere il medesimo scopo del miglioramento della qualità di vita delle persone. Il miglioramento sarebbe infatti la conseguenza (tra l'altro non sempre scontata) di un'azione distruttiva che provoca una sofferenza generale, durante la quale si adotta una politica di guerra che sottrae parte considerevole delle risorse disponibili, indirizzandole unicamente verso lo sforzo bellico a discapito degli altri impieghi e soprattutto del welfare state, come dimostrano ampiamente l'esperienza storica e l'attualità.
La realtà dei nostri giorni attesta inoltre come sia tramontata l'ingannevole e deleteria illusione secondo cui il ristretto gruppo dei Paesi ricchi disporrebbe dei mezzi sufficienti a sostenere sia il welfare sia il warfare, garantendo il binomio «cannoni e burro». In un recente studio condotto con Linda Bilmes, il premio Nobel per l'economia Joseph Stigliz ha esaminato attentamente i costi e le conseguenze economiche della guerra globale al terrorismo, intrapresa dagli Stati Uniti e da alcuni alleati dopo l'11 settembre 2001 (STIGLITZ J. E. - BILMES L. J., La guerra da 3000 miliardi di dollari. I costi autentici del conflitto iracheno, Einaudi, Torino 2009). Le conclusioni a cui giunge questo lavoro sono assai chiare, soprattutto per quanto riguarda il sistema statunitense. Negli ultimi 8 anni, Washington ha portato le spese militari (gli investimenti per il warfare) a un livello superiore a qualsiasi picco verificatosi in tali stanziamenti dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. Nel 2008 il bilancio del Pentagono ha coperto poco meno del 50% della spesa militare mondiale, attestandosi sui 549 miliardi di dollari. Secondo gli AA., lungi dal risolvere politicamente e militarmente il problema delle minacce terroristiche e i due conflitti iracheno e afghano, un simile sforzo avrebbe prodotto un'autentica débacle economica, che ha avuto e continua ad avere gravi ripercussioni a livello globale.
L'attuale crisi, soprattutto negli USA, sembrerebbe dunque in gran parte causata dalla warfare economics di tipo «postmoderno», che ha portato all'ampliamento fuori controllo del debito pubblico, all'aumento dell'imposizione fiscale e all'affossamento della welfare economics, fattori che hanno contribuito a provocare e alimentare l'attuale grave recessione. In precedenza, sembrava che nel «migliore dei mondi possibili» la crescita delle spese militari non mettesse in discussione il mantenimento dello stile di vita americano e occidentale. Oggi sappiamo che in realtà il binomio «cannoni e burro» è una chimera che poggia le proprie basi d'argilla sul massiccio ricorso al debito pubblico e privato, alimentando spericolate operazioni finanziarie e un'enorme bolla speculativa, i cui effetti collaterali negativi e destabilizzanti non si sono ancora pienamente manifestati.
Come osservano Joseph Stigliz e Linda Bilmes, la scelta di combattere guerre, privilegiando la warfare economics, è diventata troppo facile per gli Stati Uniti, perché i costi delle avventure militari vengono sistematicamente addebitati al bilancio dello Stato e scaricati sull'intera società. L'insostenibilità di un tale comportamento è sotto gli occhi di tutti, tanto da convincere i due economisti ad avanzare, tra l'altro, la proposta di imporre una tassa sulle guerre future qualora esse superino la durata di un anno. In tale ipotesi i sostenitori dell'accoppiata «cannoni e burro» non avrebbero molti argomenti a disposizione: i Governi dovrebbero infatti scegliere tra welfare e warfare, rispondendone al corpo elettorale. Il mito dell'Occidente ricco e belligerante è tramontato.
Quando sarà giunto il momento di decidere, è auspicabile che chi ha in mano le leve del potere ricordi le recenti parole di Dominique Strauss-Khan, direttore generale del Fondo monetario internazionale, che il 23 settembre 2009 a New York, nel corso del Global Creative Leadership Summit ha sottolineato come da sempre «la stabilità economica e la pace» siano «strettamente collegate», ragion per cui in molti Paesi del mondo duramente colpiti dalla crisi a breve si potrebbero verificare «disordini sociali, instabilità politica [...] collasso della democrazia e guerra»: uno scenario da incubo dominato dalla guerra civile generalizzata.

Per saperne di più
CHALIAND G., Antologie mondiale de la stratégie. Des origines au nucléaire, Laffont, Paris 2001.
DE BENOIST A., Ripensare la guerra. Dallo scontro cavalleresco allo sterminio di massa, Terziaria, Milano 1999.
DORMAN A. - SMITH M. - UTTLEY M., The Changing Face of Military Power. Joint Warfare in an Expeditionary Era, Basingstoke, New York 2002.
GRAY C. H., Postmodern War. The New Politics of Conflict, Routledge, London 1997.
HARVEY D., La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo, Il Saggiatore, Milano 2006.
KALDOR M., Le nuove guerre. La violenza organizzata nell'età globale, Carocci, Roma 1999.
MINI F., La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell'epoca della pace virtuale, Einaudi, Torino 2003.
TODD E., Dopo l'impero. La dissoluzione del sistema americano, Net, Milano 2005.