Editoriale - settembre-ottobre 2009    

Caritas in veritate: una bussola per il XXI secolo

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Finora gli interventi più importanti della Chiesa in materia sociale erano stati pubblicati in occasione dell'anniversario della Rerum novarum di Leone XIII (1891). Così fecero Pio XI con la Quadragesimo anno (1931), Pio XII con il Discorso della Pentecoste (1941), Giovanni XXIII con la Mater et magistra (1961), Paolo VI con la lettera apostolica Octogesima adveniens (1971) e Giovanni Paolo II con le due encicliche Laborem exercens (1981) e Centesimus annus (1991). Vi furono, però, anche alcune eccezioni: la Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII, la Populorum progressio (1967) di Paolo VI e la Sollicitudo rei socialis (1987) che papa Wojtyla scrisse per commemorarne il ventennale.
Ora, seguendo l'esempio del suo predecessore, Benedetto XVI pubblica la Caritas in veritate per commemorare il quarantesimo anniversario della Populorum progressio: «intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell'ora presente» (n. 8; i numeri tra parentesi si riferiscono ai paragrafi della Caritas in veritate). Tuttavia, papa Ratzinger non si limita a commemorare, ma di fatto imprime un nuovo corso all'insegnamento sociale della Chiesa. Infatti, senza nulla togliere all'importanza della Rerum novarum, Benedetto XVI ritiene che gli insegnamenti della Populorum progressio siano più vicini ai problemi di oggi: «esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come "la Rerum novarum dell'epoca contemporanea", che illumina il cammino dell'umanità in via di unificazione» (ivi).
L'enciclica di Benedetto XVI è complessa e articolata. Nello spazio di un editoriale non possiamo fare altro che offrirne una breve guida alla lettura.
Il testo si sviluppa secondo il metodo «deduttivo», tipico delle prime encicliche sociali: partire cioè dai principi, da cui trarre progressivamente le conclusioni. Tuttavia, per comprendere meglio l'enciclica e gustarla di più, conviene leggerla seguendo il metodo «induttivo» - «vedere, giudicare, agire» - inaugurato da Giovanni XXIII nella Mater et magistra: «Rilevazione delle situazioni; valutazione di esse nella luce di quei principi [evangelici] e di quelle direttive [del magistero]; ricerca e determinazione di quello che si può e si deve fare» (n. 217). Questo metodo fu seguito dal Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes e, in certo senso, fu codificato da Paolo VI nel n. 4 della Octogesima adveniens.
Quindi: 1) inizieremo dal capitolo VI, dove si spiega perché la vecchia «questione sociale» è divenuta oggi «questione antropologica»; 2) leggeremo poi i capitoli I e II, dove Benedetto XVI mostra perché la Populorum progressio di Paolo VI è tuttora valida e la attualizza; 3) sarà poi la volta dell'Introduzione e della Conclusione, che contengono il vero messaggio dell'enciclica e ne offrono la chiave di lettura; 4) infine, sarà più facile capire gli orientamenti della Chiesa sui nuovi problemi del nostro tempo, contenuti nei capitoli III, IV e V.

1. La nuova «questione sociale» (capitolo VI)

La «questione sociale», nata nell'800 come «questione operaia», si è trasformata nei primi decenni del '900, dopo la Rivoluzione d'ottobre, da confronto ideologico in scontro tra modelli diversi di Stato: democrazia liberale da una parte e socialismo reale dall'altra. Nella seconda metà del XX secolo, è mutata ulteriormente, assumendo le dimensioni planetarie dell'equilibrio tra il Nord ricco e il Sud povero del mondo. Oggi, infine, dopo la smentita storica delle ideologie, la caduta del Muro di Berlino e a seguito della rivoluzione tecnologica, la «questione sociale» si è trasformata in «questione antropologica». La sfida è quella di un nuovo modo di concepire la vita umana, che - attraverso l'uso delle biotecnologie di cui l'uomo dispone - può essere manipolata in mille modi: dalla fecondazione in vitro alla ricerca sugli embrioni, alla clonazione e all'ibridazione umana.
Così, al posto delle ideologie politiche del XIX e XX secolo, ha preso forza la nuova ideologia tecnocratica. L'uomo tecnologico ne è rimasto ubriacato, «convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società [...]. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l'uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale» (n. 34). Ritorna la tentazione di sempre: che bisogno c'è di Dio, se l'uomo basta a se stesso e si può liberare con le proprie mani? Non è così - risponde l'enciclica -: «il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un'intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare dell'uomo, nell'orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo essere» (n. 70). Benedetto XVI conclude: «Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia» (n. 78).
Oltre quarant'anni fa, Paolo VI aveva già lanciato questo medesimo monito con l'enciclica Populorum progressio. Certo, da allora il mondo è cambiato. Ai giorni di papa Montini il processo di socializzazione era poco più che agli inizi, mentre oggi, dopo il crollo dei sistemi economici e politici dei Paesi comunisti dell'Est e dopo la fine dei «blocchi contrapposti», il fenomeno della globalizzazione ha subito una forte accelerazione e impone una riprogettazione totale del cammino di sviluppo mondiale. Benedetto XVI perciò, convinto della validità degli insegnamenti della Populorum progressio, intende rileggerli alla luce delle nuove sfide della questione antropologica.

2. L'attualizzazione della Populorum progressio (capitoli I e II)

La Populorum progressio parlava di «sviluppo dei popoli». Oggi Benedetto XVI preferisce parlare di «sviluppo umano integrale» e si propone di attualizzare le prospettive di Paolo VI.
   a) La prima è quella del n. 42 della Populorum progressio: «Non v'è dunque umanesimo vero se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento d'una vocazione, che offre l'idea vera della vita umana». Benedetto XVI la fa sua e commenta: «Paolo VI ha voluto dirci, prima di tutto, che il progresso è, nella sua scaturigine e nella sua essenza, una vocazione: "Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione"» (n. 16). È questo il presupposto sul quale il Papa costruisce la Caritas in veritate.
Proprio perché lo sviluppo è risposta dell'uomo alla sua vocazione trascendente - spiega -, è necessario che il progresso sia conforme alla dignità dell'uomo: «La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile. Lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana» (n. 17). Non c'è sviluppo integrale senza il riconoscimento della dignità della persona umana, della sua libertà e responsabilità: «Solo se libero, lo sviluppo può essere integralmente umano; solo in un regime di libertà responsabile esso può crescere in maniera adeguata» (ivi).
Se dunque il vero progresso consiste nella realizzazione libera e responsabile della vocazione che l'uomo ha ricevuto, ne consegue che lo «sviluppo umano integrale» non può non fare riferimento a Colui che chiama, cioè non può che essere trascendente. È questa la ragione per cui Dio e la religione non si possono escludere dall'orizzonte umano.
   b) Il secondo principio fondamentale di Paolo VI è che lo sviluppo, per essere veramente umano, ha bisogno di fraternità. «Il mondo è malato - si legge al n. 66 della Populorum progressio -. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli». Benedetto XVI fa sua anche questa seconda prospettiva e la attualizza. Le gravi situazioni denunciate da Paolo VI - commenta papa Ratzinger - sono tuttora persistenti, se non addirittura aggravate, nel mondo globalizzato; si pensi, per esempio, all'attività finanziaria utilizzata male, in modo prevalentemente speculativo, ai flussi migratori abbandonati drammaticamente a se stessi, allo sfruttamento sregolato delle risorse della Terra, alla corruzione e all'illegalità (cfr n. 21). È questa la prova - afferma - che senza «carità nella verità» non si dà fraternità, né sviluppo vero, umano e integrale; è la dimostrazione che le strutture economiche e le istituzioni (di cui nessuno nega l'importanza) da sole non bastano, se manca l'attenzione alle componenti umane e umanizzanti dello sviluppo.
Qui sta appunto il limite dell'ideologia tecnocratica oggi dilagante. Infatti - continua Benedetto XVI -, gli uomini non potranno mai, da soli, realizzare la vera fraternità: «La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità»; il motivo è che non si può prescindere dal fatto che essa - conclude il Papa - «ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna» (n. 19).
   c) Infine, la Populorum progressio (cfr, ad esempio, il n. 85) insiste che le riforme vanno affrontate in una prospettiva interdisciplinare, collegando i vari aspetti dello sviluppo in una visione d'insieme. È quanto si propone di fare la Caritas in veritate: «Le valutazioni morali e la ricerca scientifica devono crescere insieme [...] e la carità deve animarle in un tutto armonico interdisciplinare, fatto di unità e di distinzione. La dottrina sociale della Chiesa, che ha "un'importante dimensione interdisciplinare", può svolgere, in questa prospettiva, una funzione di straordinaria efficacia» (n. 31).
Infatti, molti problemi posti dalla «questione antropologica» sono collegati tra loro; i diritti individuali non si possono svincolare da una visione complessiva di diritti e doveri, altrimenti la rivendicazione dei diritti diviene l'occasione per mantenere i privilegi di pochi: «i diritti presuppongono doveri senza i quali si trasformano in arbitrio» (n. 43). Benedetto XVI insiste sulla necessità di tenere sempre presente la stretta connessione tra i vari aspetti e i diversi problemi dello sviluppo umano integrale, come nel caso delle problematiche connesse con la crescita demografica: «Si tratta di un aspetto molto importante del vero sviluppo - rileva il Papa -, perché concerne i valori irrinunciabili della vita e della famiglia. Considerare l'aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di vista economico» (n. 44).

3. La chiave di lettura dell'enciclica (Introduzione e Conclusione)

A questo punto, è necessario interpretare i «segni dei tempi» alla luce della rivelazione cristiana e del magistero della Chiesa. Quale lettura ne fa l'enciclica? Il Papa muove dalla verità incontrovertibile che la vita è un dono. Nessuno se la può dare da sé. Ogni persona è essenzialmente una «vocazione», un «chiamato alla vita» (un progetto di Dio) da accogliere con gratitudine e da realizzare liberamente e responsabilmente: «Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Giovanni 8, 22)» (n. 1). Ecco perché Dio non si può espellere dalla coscienza umana. L'uomo è fatto per la verità e per l'amore, e Dio rimane l'unica risposta possibile non solo alle esigenze dell'intelligenza (verità), ma anche agli impulsi del cuore (amore).
Quindi, la «carità nella verità» non è soltanto l'essenza dell'annuncio cristiano, ma è anche il cemento necessario per realizzare uno sviluppo umano integrale. Se si vuole che le relazioni umane siano solide - non solo quelle personali «private» dei rapporti di amicizia, familiari o di gruppo, ma anche quelle «pubbliche» dei rapporti sociali, economici e politici -, esse si dovranno fondare su una «carità vera». Infatti, «senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo» e l'amore «è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario» (n. 3); invece «la verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose» (n. 4). Solo la carità nella verità rende possibile il dialogo, la comunicazione e la comunione. In conclusione, vivere la carità nella verità è il solo fondamento sul quale costruire una «società buona» e realizzare uno sviluppo integrale dell'umanità.
Benedetto XVI insiste molto sulla necessità della religione al progresso dell'umanità, concetto sul quale oggi concordano sempre più anche esponenti della cosiddetta «cultura laica». Come fare? La risposta sta, ancora una volta, nella «carità nella verità», cioè nel dialogo fecondo e nella proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa: «La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell'umanità» (n. 56).
Proprio per rivendicare questo «statuto di cittadinanza della religione cristiana» è nata la dottrina sociale della Chiesa, fondata sul diritto naturale e sulla rivelazione: «Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità. [...] È, a un tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione e insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi» (n. 5). Il Papa, perciò, formula una nuova definizione di dottrina sociale della Chiesa: «Essa - dice - è "caritas in veritate in re sociali": annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società» (ivi). In tal modo il Papa vuol sottolineare che la dottrina sociale della Chiesa nasce non dall'esterno, dalla «questione sociale», ma dall'interno della risposta di verità e di amore che il cristianesimo offre alle attese della società umana. Certo, «la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende "minimamente d'intromettersi nella politica degli Stati". Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione» (n. 9). Dunque, il contributo della Chiesa allo sviluppo umano integrale consiste nel promuovere un umanesimo trascendente, che eviti «una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi» (ivi).

4. La Chiesa di fronte ai maggiori problemi di oggi (capitoli III, IV e V)

Alla luce di queste premesse, si comprendono le prese di posizione della Chiesa di fronte alle sfide della «questione antropologica». Certo - specifica l'enciclica - «le grandi novità, che il quadro dello sviluppo dei popoli oggi presenta, pongono in molti casi l'esigenza di soluzioni nuove. Esse vanno cercate insieme nel rispetto delle leggi proprie di ogni realtà e alla luce di una visione integrale dell'uomo, che rispecchi i vari aspetti della persona umana, contemplata con lo sguardo purificato della carità» (n. 32). È quanto fa la Caritas in veritate affrontando le nuove sfide in un'ottica personalistica e comunitaria.
A questo punto, l'enciclica introduce il concetto chiave - il più nuovo - sul quale poggia l'intero documento, quando afferma: «La carità nella verità pone l'uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell'esistenza. L'essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza» (n. 34). La verità è un dono più grande di noi, ci precede come il dono della carità, «non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta» (ivi). Conclude il Papa: «Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini» (ivi). Ciò obbliga ad approfondire la categoria della «relazione» e ci porta a scoprire che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l'uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. [...] Ciò vale anche per i popoli» (n. 53).
Sta in queste considerazioni la ragione degli orientamenti dell'enciclica in tema di finanza etica (n. 45); di tutela dell'ambiente (n. 48); di uso responsabile delle risorse energetiche (n. 49); di libertà religiosa (n. 55); di collaborazione fraterna tra credenti e non credenti (n. 56); sul ruolo della cooperazione internazionale (n. 58); sul turismo internazionale come fattore di crescita (n. 61); sul fenomeno delle migrazioni (n. 62); sui nuovi compiti delle organizzazioni sindacali dei lavoratori (n. 64); sulla riforma delle Nazioni Unite e sulla necessità di una vera autorità politica mondiale (n. 67).
L'ampiezza degli orizzonti e dei problemi che papa Ratzinger affronta nella sua enciclica fanno della Caritas in veritate un vero e proprio «prontuario sociale cristiano per il XXI secolo».