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Dopo uno stillicidio di lanci di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza contro Israele, seguiti da puntuali rappresaglie militari,
il 19 giugno 2008 Hamas e Israele firmarono un cessate il fuoco di sei mesi. L'accordo prevedeva una graduale rimozione del blocco israeliano a Gaza, per permettere l'afflusso
di aiuti umanitari a favore della popolazione civile della Striscia (circa un milione e mezzo di abitanti), la cui sopravvivenza dipende in massima parte dai soccorsi in arrivo
dall'esterno. Clausola che Israele si guardò bene dal rispettare. Perciò, allo scadere dei sei mesi, Hamas decise unilateralmente di non rinnovare la tregua e riprese
il lancio di razzi. Fu così che, dopo giorni di intensi bombardamenti, iniziati il 27 dicembre 2008, il 3 gennaio 2009 Israele diede il via all'attacco terrestre contro la
Striscia di Gaza, terminato 15 giorni dopo. Il prezzo umano - secondo il Rapporto annuale 2009 di Amnesty International, <www.amnesty.it> - fu altissimo: circa 1.400
palestinesi morti (di cui più di 300 bambini), 5.300 feriti; 4mila abitazioni distrutte, oltre a 1.500 fabbriche o laboratori e 20 moschee; da parte israeliana, le vittime
furono 13 (di cui tre civili) e quasi 200 i feriti. A sei mesi dalla fine di quell'ennesimo sanguinoso conflitto, non possiamo non chiederci a che cosa sia servito. Si
è avuta l'ulteriore conferma che la guerra non risolve i problemi, tutt'al più li sposta, spesso li aggrava. Infatti, i rapporti israelo-palestinesi sono rimasti quelli
di prima, anzi sono divenuti più difficili. Sembrava che il processo di pace fosse destinato a rimanere sepolto sotto le macerie di Gaza, quando il «pellegrinaggio
di fede e di pace» di Benedetto XVI in Giordania, Stato d'Israele e Territori palestinesi, dall'8 al 15 maggio 2009, è venuto a riaccendere la speranza. La pace
- ha ripetuto il Pontefice - non sarà mai frutto del terrorismo, della violenza e delle armi, ma del dialogo e del chiarimento politico. Tuttavia, affinché i desideri
di pace «non rimangano un sogno, ma diventino realtà», c'è bisogno della buona volontà di tutti: «La storia ci insegna - ha detto il Papa
- che la pace viene soltanto quando le parti in conflitto sono disposte ad andare oltre le recriminazioni e a lavorare insieme per fini comuni, prendendo sul serio gli interessi
e le preoccupazioni degli altri e cercando decisamente di costruire un'atmosfera di fiducia» (discorso durante la visita al campo profughi di Aida, Betlemme, 13 maggio 2009,
disponibile - come tutti quelli pronunciati dal Papa durante il viaggio in Terra Santa - in <www.vatican.va>). Venti giorni più tardi, il 4 giugno, il presidente
degli Stati Uniti Barack Obama, con il suo storico discorso all'Università del Cairo traeva sul piano politico le medesime conclusioni a cui Benedetto XVI era giunto
sul piano religioso: la pace in Medio Oriente è possibile, ma l'unica strada è la «soluzione di due Stati». «Sono decenni che tutto è
fermo - ha detto il Presidente americano - e la situazione è in stallo. [...] l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambi è quella dei due Stati, dove
israeliani e palestinesi possano vivere nella pace e nella sicurezza» (la traduzione del discorso di Obama è quella riportata in <www.ilsole24ore.com>). È
l'identico messaggio che Benedetto XVI aveva lanciato il 15 maggio, durante la cerimonia di congedo prima di salire sull'aereo per Roma: «Sia universalmente riconosciuto che
lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il popolo palestinese ha
il diritto a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. Che la "two-State solution" (la soluzione di due Stati) divenga
realtà e non rimanga un sogno». Questa duplice autorevole presa di posizione (politica e religiosa) in favore della «soluzione di due Stati» ha aperto
di fatto una nuova fase nel processo di pace mediorientale. Infatti non si tratta solo di un auspicio. In realtà, dai discorsi di Benedetto XVI e di Barack Obama emergono
con chiarezza alcune indicazioni operative, molto concrete, valide per tutte le parti interessate al processo di pace: israeliani, palestinesi, Paesi arabi e religioni monoteistiche.
Esse si possono riassumere così: 1) non violenza, ma dialogo; 2) non muri, ma ponti; 3) non paura, ma coraggio.
1. Non violenza, ma dialogo
«Non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra!», ha scandito con forza Benedetto XVI nel discorso
di congedo all'aeroporto di Tel Aviv il 15 maggio. È la conseguenza logica del concetto di «sicurezza nella pace» che, arrivando in Israele l'11 maggio,
durante la visita di cortesia al presidente dello Stato d'Israele, Shimon Peres, aveva posto come premessa a tutti i successivi discorsi: «La Sacra Scrittura ci offre anche
una sua comprensione della sicurezza. Secondo il linguaggio ebraico, sicurezza - batah - deriva da fiducia e non si riferisce soltanto all'assenza di minaccia ma anche al
sentimento di calma e di confidenza. [...] Sicurezza, integrità, giustizia e pace: nel disegno di Dio per il mondo esse sono inseparabili». Gli israeliani, dunque,
nel ricercare la pace con i palestinesi sono chiamati a ispirarsi a questa visione trascendente della sicurezza. Il merito del Papa, dunque, è quello di impostare il discorso
sulla pace, ampliandone gli orizzonti alle sue dimensioni trascendenti. Lo stesso ha fatto Obama che, sul piano politico, non ha esitato a puntare molto alto: «Tutti
noi - ha detto al Cairo - condividiamo questo pianeta per un solo istante nel tempo: la domanda quindi che dobbiamo porci è se preferiamo trascorrere questo istante a concentrarci
su ciò che ci divide o se non sia preferibile impegnarci insieme, con un lungo e impegnativo sforzo, per trovare un terreno comune d'intesa, per preparare tutti insieme il
futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani». Da qui la prima conclusione comune del Papa e del Presidente: il
rifiuto totale della guerra e della violenza. Il Papa, movendo da considerazioni di ordine morale e religioso, si era rivolto agli israeliani per primi, appena atterrato all'aeroporto
di Tel Aviv, durante la cerimonia di benvenuto dell'11 maggio. Dopo aver reso onore alla memoria dei sei milioni di ebrei vittime della Shoah, ha esortato: «In unione
con tutti gli uomini di buona volontà, supplico quanti sono investiti di responsabilità a esplorare ogni possibile via per la ricerca di una soluzione giusta alle
enormi difficoltà, così che ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all'interno di confini sicuri e internazionalmente riconosciuti».
Due giorni dopo, nel corso della cerimonia di benvenuto a Betlemme, fu la volta dei palestinesi: «Non permettete che le perdite di vite e le distruzioni, delle quali siete
stati testimoni, suscitino amarezze o risentimento nei vostri cuori. Abbiate il coraggio di resistere a ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di
terrorismo. Al contrario, fate in modo che quanto avete sperimentato rinnovi la vostra determinazione a costruire la pace». Dal canto suo anche Obama ha rivolto alle due
parti un messaggio nella medesima direzione del rifiuto della violenza: «Gli israeliani devono ammettere che proprio come il diritto a esistere di Israele non si può
in alcun modo mettere in discussione, così è per la Palestina: gli Stati Uniti non approvano i continui insediamenti dei coloni israeliani, che violano i precedenti
accordi e compromettono gli sforzi per la pace. È giunta l'ora che questi insediamenti di coloni siano chiusi. Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e
assicurare ai palestinesi di vivere, lavorare, migliorare la loro società; la continua crisi umanitaria a Gaza è un assillo per le famiglie palestinesi e non è
di giovamento alla sicurezza d'Israele. Né è di giovamento la costante mancanza di opportunità, di lavoro, di occasioni in Cisgiordania». Che ne pensa
il neopremier israeliano Benjamin Netanyahu? Nello stesso tempo però, Obama si è rivolto all'altra parte: anche «i palestinesi devono abbandonare la violenza:
la resistenza violenta e le stragi sono sbagliate e non portano a risultati. [...] Lanciare missili sui bambini che dormono, o far saltare in aria donne anziane sugli autobus non
è coraggio, non è forza. Non è così che si afferma l'autorità morale. Anzi, così l'autorità morale capitola per sempre. [...] Hamas
deve farla finita con la violenza, riconoscendo gli accordi presi, impegnandosi per riconoscere il diritto a esistere di Israele». Occorre, per questo, che il popolo palestinese
ritrovi anzitutto la sua unità, superando la frattura tra Hamas e l'Autorità nazionale palestinese (ANP). Oggi qualche spiraglio sembra esserci, dopo che nel gennaio
2009 è scaduto il mandato presidenziale di Abu Mazen e dopo le dimissioni del premier dell'ANP, Salam Fayyad, il 7 marzo 2009. Sono passi che potrebbero facilitare
un riavvicinamento, ma la riunificazione appare ancora problematica e lontana. Ovviamente, finché non saranno dissipate queste ombre, è impossibile parlare di «soluzione
di due Stati» e di pace in Medio Oriente.
2. Non muri, ma ponti
Rifiutare la violenza non basta. Occorre costruire. Nella Messa a Betlemme, la mattina del 13 maggio, di fronte al muro che separa Israele dai Territori palestinesi, Benedetto
XVI ha rinnovato la sfida: «Siate un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell'edificare una cultura di pace che superi l'attuale stallo della paura, dell'aggressione
e della frustrazione. [...] La vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e sociali, ma in modo più importante - potremmo dire - di una nuova struttura
"spirituale", capace di galvanizzare le energie di tutti gli uomini e le donne di buona volontà nel servizio dell'educazione, dello sviluppo e della promozione
del bene comune». È lo stesso concetto sul quale il Papa è ritornato nel pomeriggio, congedandosi dai Territori palestinesi: «Ho visto [...] il muro che
si intromette nei vostri territori, separando i vicini e dividendo le famiglie. Benché i muri si possano con facilità costruire, noi tutti sappiamo che essi non durano
per sempre. Possono essere abbattuti. Innanzitutto però è necessario rimuovere i muri che noi costruiamo attorno ai nostri cuori, le barriere che innalziamo contro
il nostro prossimo». La preoccupazione di Obama è la stessa. Infatti, il primo muro da superare è la nuova situazione politica interna che si è
creata in Israele dopo che, l'11 febbraio 2009, le elezioni hanno portato al governo le destre, guidate da Benjamin Netanyahu, leader del Likud, e hanno mandato all'opposizione
il Kadima (il partito centrista, guidato da Tzipi Livni). Sarà capace il nuovo Governo di riprendere il processo di pace? Avrà interesse a farlo? Netanyahu, nell'incontro
di maggio con Barack Obama alla Casa Bianca, ha già escluso la possibilità di compromessi sullo status di Gerusalemme, prendendo apertamente le distanze dal
suo predecessore, Ehud Olmert, il quale, alla Conferenza di Annapolis (27 novembre 2007), si era mostrato possibilista verso le richieste dei palestinesi sulla parte orientale della
Città Santa. Dopo il discorso del Presidente USA al Cairo, la prima risposta alla richiesta di «congelamento» delle colonie in Cisgiordania e di riconoscimento
dello Stato palestinese è stata interlocutoria e fredda: l'obiettivo del mio Governo - ha detto il 7 giugno Netanyahu - è giungere a «una ampia intesa con gli
USA» e con gli altri «amici del mondo», per avere con i palestinesi una pace duratura. Il 14 giugno, pur non cedendo sul problema delle colonie, il premier
israeliano sembra aver aperto alla prospettiva di uno Stato palestinese, a patto che sia smilitarizzato e riconosca Israele. Vi sono poi altri muri da abbattere e ponti da costruire.
Da una parte - ha continuato Obama - «minacciare Israele di distruzione, o ripetere stereotipi vigliacchi sugli ebrei, è decisamente sbagliato», soprattutto dopo
l'Olocausto in cui morirono schiavizzati, torturati e uccisi anche con il gas sei milioni di ebrei, «un numero superiore alla popolazione odierna di tutto Israele»;
dall'altra, «è innegabile del resto che il popolo palestinese - cristiano e musulmano - ha sofferto anch'esso [...]: da più di 60 anni affronta tutte le dolorose
conseguenze della dispersione [...]. Tutti i giorni, palestinesi affrontano umiliazioni grandi e piccole legate all'occupazione del loro territorio. Vorrei far capire che la situazione
per il popolo palestinese è insopportabile e che l'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, all'opportunità,
a uno Stato tutto suo». A questo punto, Obama chiama in causa i Paesi arabi. Essi pure devono contribuire alla pace in Medio Oriente, scegliendo finalmente il
progresso al posto di un'attenzione autolesionistica verso il passato. Tocca a loro, da un lato, aiutare i palestinesi a creare le istituzioni su cui costruire il proprio Stato
e, dall'altro, riconoscere la legittimità di Israele. Ponti, dunque, non muri.
3. Non paura, ma coraggio
Quest'opera necessaria di costruzione della pace non potrà essere frutto della paura, ma solo di tanto coraggio. Basta con le paure e con i silenzi colpevoli o diplomatici:
Obama ha coraggiosamente affermato che «l'America si allineerà con coloro che cercano la pace e dirà apertamente ciò che si deciderà a porte
chiuse con israeliani, palestinesi e arabi. Non possiamo imporvi la pace. Lontano dai microfoni, però, molti musulmani ammettono che Israele non potrà scomparire,
così come molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È quindi arrivato il momento di agire per concretizzare ciò che tutti vogliono
e sanno essere inconfutabile». Via, dunque, i timori. Impegniamoci con coraggio, affinché venga il giorno in cui «la Terra Santa delle tre grandi religioni possa
diventare quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; quel giorno in cui Gerusalemme diverrà la dimora sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani uniti, la città
di pace nella quale tutti i figli di Abramo convivranno come nella storia di Isra, quando Mosè, Gesù e Maometto (che la pace sia sempre con loro) si unirono in preghiera». Qui
Obama si ricongiunge alla parte forse più alta e profetica del viaggio apostolico di Benedetto XVI. Infatti, il cuore e il significato spirituale del suo messaggio stanno
soprattutto nell'accento che egli ha posto sul contributo insostituibile del dialogo ecumenico e interreligioso alla formazione di una cultura di pace. L'aveva già
detto il 9 maggio alla moschea Al-Hussein bin Talal di Amman, in Giordania, parlando del dialogo islamocristiano, e vi è ritornato a Nazareth il 14 maggio, rivolgendosi ai
capi religiosi della Galilea: «Le nostre diverse tradizioni religiose hanno in sé potenzialità notevoli in ordine alla promozione di una cultura della pace,
specialmente attraverso l'insegnamento e la predicazione dei valori spirituali più profondi della nostra comune umanità. Plasmando i cuori dei giovani, noi plasmiamo
il futuro della stessa umanità. I cristiani volentieri si uniscono a ebrei, musulmani, drusi e persone di altre religioni nel desiderio di salvaguardare i bambini dal fanatismo
e dalla violenza, mentre li preparano a essere costruttori di un mondo migliore». In questo contesto il Papa ha insistito con accenti profetici sul ruolo della minoranza
cristiana in Terra Santa (intorno al 2% della popolazione). Vi è ritornato in tutte le tappe del suo pellegrinaggio. Vi insisté in Giordania, nell'omelia durante
la Messa all'International Stadium di Amman, il 10 maggio, parlando a fedeli venuti da tutti i Paesi confinanti: i cristiani - disse - devono avere il coraggio di restare in Terra
Santa a testimoniare la loro fede, per «mantenere la presenza della Chiesa nel cambiamento del tessuto sociale di queste antiche terre». Per questo, essi devono essere
forniti di un particolare tipo di coraggio: «il coraggio della convinzione nata da una fede personale» e non da mera convenzione sociale o da una forma di tradizione
familiare; il coraggio di impegnarsi nel dialogo con i fedeli delle altre religioni e di lavorare con gli altri cristiani nel servizio del Vangelo e nella solidarietà con
i poveri, gli sfollati, le vittime di profonde tragedie umane; insomma, occorre «il coraggio di costruire nuovi ponti per rendere possibile un fecondo incontro di persone
di diverse religioni e culture e così arricchire il tessuto della società». Infine, ha specificato ulteriormente nell'omelia durante la Messa alla Valle di
Giosafat, il 12 maggio: «A causa delle vostre profonde radici in questi luoghi, la vostra antica e forte cultura cristiana e la vostra incrollabile fiducia nelle promesse
di Dio, voi cristiani della Terra Santa siete chiamati a servire non solo come un faro di fede per la Chiesa universale, ma anche come lievito di armonia, saggezza ed equilibrio
nella vita di una società che tradizionalmente è stata, e continua a essere, pluralistica, multietnica e multireligiosa». In particolare - ha puntualizzato il
Papa - questa deve essere la missione della Città Santa, destinata a essere d'esempio al mondo intero. Infatti - ha continuato -, «Gerusalemme in realtà è
sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della provvida
cura di Dio per l'intera famiglia umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città, se deve vivere la sua vocazione universale, deve essere un luogo
che insegna l'universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l'ignoranza e la paura che li alimenta, siano
superati dall'onestà, dall'integrità e dalla ricerca della pace. Non dovrebbe esserci posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l'ingiustizia». Tuttavia
il Papa non ha solo parlato; ponendo la prima pietra dell'Università cattolica a Madaba, in Giordania, dove studieranno insieme cristiani, ebrei e musulmani, Benedetto XVI
ha apposto una «firma» inequivocabile all'impegno presente e futuro della Chiesa per la pace in Terra Santa e nel Medio Oriente. |