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A distanza di vent'anni dal documento della Conferenza episcopale italiana (CEI) Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella
solidarietà1, le diocesi del Sud hanno sentito l'esigenza di interrogarsi sia sugli sviluppi delle società meridionali, sia sulla propria
risposta, in questo arco di tempo, ai problemi di tali realtà. Per questo è stato organizzato il Convegno «Chiesa nel Sud, Chiese del Sud. Nel futuro da credenti
responsabili», tenutosi a Napoli il 12 e il 13 febbraio di quest'anno, con la partecipazione delle Conferenze episcopali di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia2. La
decisione di affrontare questi temi a livello ecclesiale riveste un significato particolare - non soltanto per la Chiesa ma per l'intero Paese -, nel momento in cui il tema dei
rapporti tra Nord e Sud appare più delicato che mai per l'esplodere, accanto all'antica «questione meridionale», di una «questione settentrionale»
che si intreccia con la prima e incide fortemente sugli equilibri della politica nazionale. Tale decisione discende peraltro dall'attenzione della Chiesa, rimarcata espressamente
dal Concilio Vaticano II, per «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto» (Gaudium et Spes, n. 1). In particolare,
ha ricordato il card. Crescenzio Sepe introducendo il Convegno, se è vero che «il compito della Chiesa non è quello di individuare soluzioni tecniche, politiche
o economiche» per far fronte ai problemi del Meridione, tuttavia «spetta ai credenti sentirsi tutti responsabili della propria storia»3. Messaggio importante,
solo in parte raccolto e diffuso dai media. Il Convegno ha costituito un momento importante di confronto e di riflessione; ma occorre evitare - come purtroppo è
accaduto per altre analoghe iniziative del passato - l'alibi di un'autoreferenzialità che, invece di incidere sulla realtà, si appaga di discorsi. È questa
la sfida. I fatti diranno se è stata raccolta dalle Chiese del Sud, e in che misura. Nelle pagine che seguono proveremo a far dialogare fra loro gli interventi dei relatori,
individuando le questioni trasversali da essi aperte e cercando di sintetizzare i diversi spunti di lavoro emersi durante l'assise4.
1. L'attualità del documento della CEI del 1989 La prima domanda che si poneva al Convegno era quella dell'attualità o meno, oggi, del documento del 1989.
Da allora molte cose sono cambiate. Come è stato notato già nella prima relazione, svolta da Piero Barucci, l'enfasi, da parte dei Governi e dell'opinione pubblica,
sulla «questione meridionale» è, in questi ultimi anni, molto diminuita, al punto che su di essa sembra essere calato il silenzio. «Il Paese non crede più
che la questione del Mezzogiorno sia strategica per il proprio futuro» (p. 4), fino al provocatorio titolo di un recente libro: Abolire il Mezzogiorno5. Qualche
studioso si è chiesto in effetti se esista davvero «il» Mezzogiorno, o se non ne esistano tanti, segnati da tradizioni e contesti ambientali molto diversi. Proprio
su questo punto il testo della CEI, a distanza di vent'anni, appare «un testo precoce, ma di perdurante e immutata vitalità» (Barucci, p. 1). In esso, infatti,
si constatava già che «il Mezzogiorno d'Italia non è una realtà omogenea» e si invitava a «parlare appropriatamente di "Mezzogiorni",
ossia di aree differenziate»6. Allo stesso modo, peraltro, è stato notato da Carlo Greco, «anche le Chiese del Sud vivono un'analoga situazione di
diversità», che ne differenzia profondamente l'identità e i problemi. Tuttavia, osservava Sandro Pajno, «l'esistenza di "Mezzogiorni" diversi
e differenziati non esclude la possibilità di guardare al Mezzogiorno nel suo complesso, come un'area relativamente omogenea» (p. 26). Analogamente, pur nella
diversità, ci sono «prospettive pastorali generali, o piuttosto metodologie pastorali condivisibili da tutte le Chiese» (Greco). E questo legittima il titolo
«al singolare» del documento della CEI. Una seconda forte obiezione contro l'idea stessa di «questione meridionale» è la logica perversa di assistenzialismo
- e di conseguente dipendenza e passività del Sud - che a questa formula sembra inevitabilmente connessa. Anche su questo punto, però, i vescovi italiani hanno precorso
le critiche, denunciando già nel 1989 il fatto che il Sud non è mai divenuto «soggetto del proprio sviluppo», ma è sempre rimasto «oggetto
di sviluppo». Da qui, secondo la loro lucida analisi, è derivata la riduzione dello Stato a «erogatore di risorse di varia natura» e si è generata
una situazione perversa, in cui i «gruppi di potere locali si presentano verso il centro come garanti del consenso, e verso la base come imprescindibili trasmettitori di risorse
più o meno clientelari, più o meno soggette all'arbitrio, all'illegalità, al controllo violento»7. «La conclusione, nella sua generalità,
in quel documento era di una perentorietà e modernità che stupiscono. Eccola: "Sono necessari, e doverosi, l'aiuto e la solidarietà dell'intera nazione,
ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il Sud sarà nel futuro"8» (Barucci, p. 2). A sottolineare ulteriormente
la fecondità del testo da cui partiva il Convegno, insistendo sulla peculiarità delle tradizioni e dei valori umani del Sud come chiave per reinterpretare il concetto
stesso di sviluppo in senso non strettamente economicistico, il documento della CEI consente di ripensare il Meridione come un laboratorio dove possono maturare nuove formule
da proporre a tutta la nazione. «La "questione meridionale", a questo punto, cambia di segno e da palla al piede si trasforma, per tutto il Paese, in una opportunità»
(Savagnone, p. 6).
2. «Il Paese non crescerà se non insieme» Certo, l'affermazione con cui si apre Chiesa italiana e Mezzogiorno - «Il Paese non crescerà
se non insieme» - è stata smentita dai fatti: «Il Paese è cresciuto - almeno sotto il profilo economico - ma non è cresciuto insieme: al
contrario, sono drammaticamente aumentate le distanze tra il Mezzogiorno - o parti significative di esso - e il resto del Paese» (Pajno, p. 5). Barucci e Pajno ne hanno
indicato le ragioni, evidenziando le novità sfavorevoli verificatesi - a livello mondiale e nazionale - nei vent'anni che ci separano dal documento della CEI. Non è
questa la sede per riportare le loro analisi. Basti ricordare, per quanto riguarda l'ambito italiano, la fine dell'intervento straordinario dello Stato e la privatizzazione degli
istituiti di credito, con la successiva crisi del sistema bancario del Meridione. «La reazione culturale a questo sistema di condizioni avverse è stata lenta; di quella
politica si è ancora in attesa» (Barucci, p. 5). Le sole organizzazioni che hanno mostrato una sorprendente capacità di adattamento alle nuove circostanze strutturali
dell'economia sono state quelle della criminalità organizzata (ivi, p. 14). Da parte sua Pajno, insistendo di più sulle novità di carattere politico-istituzionale,
ha sottolineato come l'ascesa elettorale della Lega Nord abbia introdotto nel dibattito politico «una utilizzazione della questione federale del tutto impropria, e
cioè come strumento non per unire, ma per allontanare e separare» (Pajno, p. 9). In questa logica - sostenuta da una diffusa immagine culturale del Nord come produttore
e del Sud come scialacquatore - è maturata un'idea del federalismo fiscale che rischia di farne «non un meccanismo per distribuire le risorse in un sistema plurale,
nel segno della perequazione e della solidarietà, ma un meccanismo per trattenere all'interno dei territori e delle aree più ricche una quota maggiore della ricchezza
prodotta, per reinvestirla per il vantaggio di quell'area e non di tutto il Paese» (ivi, p. 10). Non si tratta solo di un progetto per il futuro: «Negli ultimi
dieci anni questa visione [...] si è silenziosamente ma efficacemente imposta attraverso le politiche di finanziamento degli investimenti pubblici». A questo
proposito sono stati citati i dati forniti da Gianfranco Viesti9, da cui risulta che la spesa in conto capitale «dal 2006 al Sud è passata da 21 a 22,2 miliardi
di euro (+5,7% in termini nominali), mentre nel resto del Paese si è passati da 31 a 38,2 miliardi di euro (+23,2%); che nel periodo 2003-2006 le imprese pubbliche nazionali
hanno effettuato un sesto della spesa in conto capitale nel Mezzogiorno e quasi un quarto nel Centro-Nord» e «le imprese pubbliche locali hanno speso 1,5 miliardi all'anno
al Sud e 5 miliardi al Centro-Nord». Un caso concreto: «Fra il 1996 e il 1998 il gruppo Ferrovie dello Stato ha effettuato investimenti per circa il 30% nel Mezzogiorno
e per il 70% nel Centro-Nord», e «la percentuale di spesa per il Sud nel 2005 è scesa al 14%» (ivi, p. 11).
3. Il ruolo svolto dalle Chiese nel Sud Gli sviluppi delle relazioni tra Chiese e società nel Sud andavano letti tenendo conto anche del quadro nazionale.
Ora, esso «evidenzia come, almeno in Italia, il processo di secolarizzazione non abbia condotto a una sorta di irrilevanza (anche sociale) della dimensione religiosa; al contrario
la Chiesa è ormai ritenuta [...] una agenzia culturale che partecipa in modo attivo alle vicende del Paese, che è chiamata a pronunciare una parola che - condivisa
o no - appare comunque rilevante» (ivi, p. 21). Per contro, rispetto al passato, è «in diminuzione la disponibilità dei laici credenti a impegnarsi
nella politica o nel sindacato», mentre è «in significativa crescita l'impegno dei laici nel mondo del volontariato» e, anche se in misura assai meno rilevante,
«nell'assunzione di compiti gestionali ed esecutivi nell'ambito delle parrocchie» (ivi, p. 22). A livello nazionale, dunque, si osserva oggi «una tendenza
a favorire l'impegno all'interno di ambienti ecclesiastici [...] e meno negli ambienti nei quali si costruisce, in termini di cultura, direzione e regolazione, il futuro del Paese.
Per quanto paradossale possa sembrare, proprio nel momento in cui si afferma il ruolo della dimensione religiosa e cresce il peso della Chiesa istituzionale nella vita del Paese,
diminuisce il ruolo e la presenza del laicato cattolico consapevole e impegnato nell'area pubblica» (ivi, pp. 22-23). Se da questo panorama d'insieme
si passa allo specifico rapporto tra Chiesa e Mezzogiorno, si può ben dire che «nei quasi vent'anni che ci separano dall'ultimo documento dei vescovi sul Mezzogiorno,
la Chiesa cattolica ha iniziato a svolgere un'opera significativa e intensa, non solo volta a sovvenire le diverse forme di povertà presenti sul territorio,
ma a testimoniare il valore della legalità e del rispetto dei diritti della persona, al fine di favorire una rottura radicale fra la cultura, anche popolare, del Mezzogiorno
e la cultura mafiosa e della criminalità organizzata» (ivi, p. 25). Un giudizio confermato dai numerosi documenti delle Conferenze episcopali del Meridione,
in cui il malgoverno, i vizi delle classi dirigenti, le inadeguatezze della società civile, vengono denunciati senza mezzi termini, con estrema lucidità e coraggio
profetico10. Vescovi, presbiteri e laici «impegnati» hanno messo a nudo spietatamente i mali del Meridione, condannando ogni forma di commistione con la mafia
nelle sue varie forme. «Le Chiese del Sud, dunque, non hanno taciuto» (Savagnone, p. 9). Ma «tutto questo non è riuscito a incidere e trasformare
la maggioranza dei credenti, a divenire una mentalità e un comportamento diffuso». Un indizio particolarmente allarmante di questa inadeguatezza: «C'è
da domandarsi come mai, nonostante una così diffusa presenza delle parrocchie e delle diocesi, il controllo del territorio, a parte qualche eccezione, sia in mano alle organizzazioni
criminali» (Greco). Sulla stessa linea si può citare l'«inquietante interrogativo» posto nell'ultima Settimana sociale della Conferenza episcopale calabra,
in riferimento alle conclusioni dei quattro convegni ecclesiali precedenti: «Quanta lungimirante attenzione, in quei documenti. Quanta lucidità analitica, quanta intensità
propositiva. Eppure non possiamo non chiederci in che misura alla luminosità delle parole sia poi seguita la coerenza dei comportamenti e delle scelte, non possiamo non chiederci
quanti passi avanti abbia effettivamente compiuto la nostra terra sulle auspicate strade di liberazione»11. Non si può sfuggire alla domanda emersa in quella
stessa occasione: «Che cos'è che non ha funzionato?». «Il problema è che nella Chiesa - e questo non riguarda solo il Sud - ci sono come
due "piani", due livelli ben distinti, e in larga misura anche separati. C'è il "piano nobile" dove si svolgono i convegni, i seminari di
studio, i dibattiti tra gli esperti, da cui la gerarchia ecclesiastica trae il materiale per i propri documenti. A questo livello si pongono i testi che abbiamo citato e che dicono
cose verissime. E c'è il "piano terra" della pastorale ordinaria, delle parrocchie, dei gruppi e delle associazioni, della vita quotidiana della comunità
credente, dove dominano dinamiche, difficoltà, esigenze così diverse da quelle trattate nei documenti e nei convegni, da destare, negli inquilini di questo "pianterreno",
un senso di totale indifferenza o, addirittura, di sorda irritazione» (Savagnone, p. 9). Ebbene, «la risposta della comunità cristiana ai problemi posti dal
documento del 1989 dipende per il 90% dal "piano terra"» (ivi). E, come al Nord lo scollamento tra i due piani ha reso possibile la coesistenza dell'insegnamento
sociale della Chiesa e l'affermarsi della cultura della Lega Nord, così al Sud il moltiplicarsi dei convegni ecclesiali e dei documenti, coinvolgendo solo una ristretta élite,
non ha potuto impedire che di fatto la pastorale ordinaria continuasse a risentire di antichi problemi irrisolti delle società meridionali.
4. I problemi delle società meridionali nella pastorale ordinaria Sono stati indicati tre problemi, resi più gravi dal «corto circuito» (ivi,
p. 10) tra una struttura socioeconomica e una cultura ancora prevalentemente arcaiche, premoderne - a differenza che nel resto del Paese -, e l'avvento di una postmodernità
che, stravolgendole, ne ha esaltato le tendenze più ambivalenti. Il primo problema è legato alla presenza di un «sacro» non cristiano, che già
rendeva ambigue tante manifestazioni della tradizionale religiosità popolare del Sud, e che è stato potenziato dalle nuove forme di religiosità postmoderne.
«La logica del "sacro", infatti, porta a cercare l'incontro col divino in precisi rituali, in luoghi privilegiati, in tempi particolari, abbandonando la vita di
ogni giorno, con le sue attività "profane", all'insignificanza religiosa» (ivi, p. 13). Da qui la particolare accentuazione, nel Mezzogiorno, di una
separazione tra la dimensione religiosa e quella storica, tra l'appartenenza ecclesiale e una prassi professionale, politica, amministrativa, del tutto estranea al Vangelo e alla
dottrina sociale della Chiesa. Separazione che si riflette sulla vita della parrocchia, ridotta a stazione di servizio per l'amministrazione dei sacramenti, e che mortifica la laicità
dei laici, condannandoli a oscillare tra un clericalismo per cui, all'interno del tempio, sono valorizzati solo come vicepreti, e un laicismo altrettanto schizofrenico nella loro
vita quotidiana. Il secondo problema è l'annullamento della prospettiva storica, in particolare della proiezione verso il futuro e della speranza. Ancora una volta
nel Sud «a rafforzare la tradizionale tendenza al fatalismo, l'atavica rassegnazione di fronte alle storture della realtà sociale e politica, guardate con l'occhio
disincantato di chi sa che non sarà mai possibile porvi rimedio, si è sovrapposta l'idea postmoderna di un divenire senza direzione, di un fluire caotico che non va
da nessuna parte, che anzi ritorna incessantemente al punto di partenza» (ivi, p. 15). Da parte delle comunità cristiane si è rimasti nella stessa
logica, incapace di pensare il futuro: «È prevalsa una pastorale difensiva, ripetitiva dell'esistente, secondo la logica del "qui si è sempre fatto
così", diffidente delle novità, dei rischi connessi alla creatività» (Greco). Anche le denunce contro la criminalità organizzata, causa
ed effetto insieme di questa cultura, sono rimaste al «piano nobile». Ci sono anche «testimonianze eroiche, ma che, in quanto tali, rimangono talvolta isolate»
(Pajno, p. 33). «Quello che è mancato e che manca - non nelle dichiarazioni ufficiali, ma nella pastorale ordinaria - è un organico inserimento della dottrina
sociale cristiana, con le sue ampie prospettive di costruzione del bene comune, nell'evangelizzazione» (Savagnone, p. 17). Ed è appropriata l'amara considerazione,
ancora dalla Settimana sociale calabra12, secondo cui la questione della cittadinanza è «pressoché ignorata nei nostri percorsi di formazione ecclesiale»
(ivi). Il terzo problema è quello di un individualismo che si nutre, al Sud, di una radicata «diffidenza vero l'estraneo, atavico frutto di esperienze
dolorose di invasioni e di oppressioni» e che non conosce «quello stile comunitario e cooperativo che in altre zone d'Italia è stato alimentato dall'esperienza
di partecipazione alla vita del Comune» (ivi). Anche su questo punto la cultura postmoderna ha contribuito a potenziare l'atavica chiusura nel particulare. Ne
deriva «una scarsa attitudine alla cooperazione sul piano sociale ed ecclesiale» (Greco). Ma «non si può trasmettere alla società circostante
un messaggio di solidarietà civile se non si riesce, da parte dei cristiani, a vivere una comunione. [...] Frequentemente essa viene evocata. Ma a smentire le reiterate dichiarazioni
retoriche è la realtà di comunità cristiane dove difettano un'autentica comunicazione e una effettiva sinodalità. E la comunione, senza queste sue essenziali
espressioni, si riduce a uno slogan teologico» (Savagnone, pp. 18 s.).
5. Le prospettive economiche e politiche Come si diceva all'inizio, non esiste un solo Mezzogiorno. Ma proprio l'esistenza di una pluralità di Mezzogiorni
«consente di cogliere - pur in un quadro generale non positivo - le differenze interne e le diversità dei contesti meridionali; di registrare, accanto ai fallimenti,
esperienze virtuose, legate a distretti industriali di notevole capacità competitiva» (Pajno, p. 13). Ci sono aree in cui «l'economia meridionale sta mostrando
una grande vivacità», senza però essere «in grado di diventare "sistema"» (Barucci, p. 16). Perché ciò avvenga, è
necessario «far nascere e crescere non solo le imprese, ma anche il tasso di imprenditorialità diffusa». Ciò passa, evidentemente, attraverso l'attuazione
di iniziative concrete: «Un'idea che si organizza e diventa impresa, in grado di sopravvivere, se può farlo senza favori particolari e oscuramente ottenuti, è
un fatto di libertà, una palestra di indipendenza, la valorizzazione di un'attitudine a correre un rischio, il modo di essere di una volontà che tende a rompere i
condizionamenti che non siano quelli comuni dei rivali concorrenti: sprovincializza orizzonti tradizionali, impone la ricerca di forme di razionalità globalmente consolidata.
In breve: è, o può essere, un segno di rottura di un equilibrio» (ivi, p. 17). È molto importante agire sul contesto ambientale: «Andiamo
incontro a un periodo in cui le risorse pubbliche saranno relativamente minori, ma noi oggi sappiamo che il saggio di crescita di un'area dipende non soltanto dalla quantità
di risorse disponibili per investimento, ma anche da come è organizzato "l'ambiente" in cui opera l'impresa, da come si produce cultura e formazione, da come si
garantisce l'autonomia e la sicurezza dei singoli, da quanto è duttilmente efficiente la pubblica amministrazione» (ivi, p. 18). È su queste cose che,
al Sud, bisogna operare una radicale trasformazione. È anche necessaria, però, una nuova politica economica a livello nazionale. La crisi che sta sconvolgendo
le economie mondiali ci sta insegnando alcune cose. «Stiamo prendendo atto che il "mercato" non è di per sé capace di garantire percorsi di crescita
sostenibile neppure nel medio periodo [...]. Si sta tornando a invocare un disegno organico di politica economica nel quale trovino equilibrio Stato e imprese, innovazione e cautela,
regole e doveri di comportamento; addirittura c'è chi parla di una nuova "etica degli affari"» (ivi, p. 21). Tutto ciò deve avere un riflesso
anche sul nostro Paese, anzi qui più che mai, per le ricadute che l'aspetto economico può determinare sulla sua unità: «Solo una politica per un'Italia
coesa e in crescita può garantire quella unità della nazione cui tutti dobbiamo aspirare» (ivi, p. 22). «Abolire il Mezzogiorno significa "abolire
le politiche speciali per il Mezzogiorno, in quanto diverse da quelle che si attuano nel resto del Paese" e [...] realizzare politiche nazionali che abbiano una declinazione
territoriale» (Pajno, p. 13). È appena il caso di sottolineare che «in questo contesto acquistano un'importanza decisiva sia i meccanismi di dialogo e di collaborazione
fra centro e periferia, sia il ruolo dei governi regionali e locali [...]. La questione del Mezzogiorno è, pertanto, anche la questione della qualità delle istituzioni
regionali e locali e del loro rendimento» (ivi, pp. 14 s.). Ma senza rinunziare all'unità del Paese. Pajno, a questo proposito, ha distinto tra la logica
della federazione, «in cui i cittadini sono tutti in primo luogo cittadini [...] dello Stato federale», e quella della confederazione, «nella quale la cittadinanza
regionale (e locale) precede e fonda quella statale». E ha concluso: «Questa distinzione è di rilievo fondamentale, perché evidenzia come siano al di fuori
del modello federale rettamente inteso quelle soluzioni che privilegiano il proprio territorio regionale o locale, a scapito degli altri che compongono il territorio federale»
(ivi, p. 16). «In questa prospettiva, nel lungo periodo, il federalismo può anche aiutare il Mezzogiorno a liberarsi di alcuni suoi difetti storici, o comunque
a diminuirne la portata, dal momento che esso tende a rendere i governi regionali e locali direttamente responsabili, attraverso la leva fiscale, della qualità dei servizi
resi al cittadino» (ivi, p. 17). Su tutto questo, «alla Chiesa non compete dettare ricette o indicare soluzioni concrete», ma «ricordare che, una
volta effettuata una scelta di tipo federale, essa non può che essere naturalmente solidale» (ivi, pp. 28 e 30).
6. Le prospettive pastorali Il primo atto di una comunità cristiana - come il Dio dell'Esodo, come Gesù - è quello di «lasciar parlare il
dolore e ascoltarlo». Non dall'esterno, ma con una prossimità che implica la presenza: «La presenza nei luoghi di sofferenza e di conflitto comporta con-sentire
la sofferenza delle persone, con-patire nel senso sopra indicato e prendersi cura». La capacità di ascolto e la prossimità devono coniugarsi con la franca
denuncia delle responsabilità di chi prevarica i poveri: «Se la situazione di molte regioni del Sud appare disgregata, disumana, ingiusta, occorre individuare
e denunciare le responsabilità di chi genera o mantiene questo stato di cose». È necessaria la profezia. Le Chiese del Sud, dunque, devono essere capaci «di
udire il grido dei poveri e degli umiliati, di esigere la giustizia, di annunciare la liberazione». Su questa base, il passaggio fondamentale dev'essere quello «da una
pastorale difensiva e conservatrice a una pastorale profetica e creativa». Ma «una Chiesa può essere profetica solo se è povera, è la povertà
che rende possibile il coraggio della profezia» (Greco). «Ciò comporta un nuovo modo di essere Chiesa nel Mezzogiorno, che privilegi un modello comunionale-partecipativo
e diaconale-operativo, per il quale la partecipazione attiva e la comune responsabilità all'interno si coniugano con l'impegno storico e il servizio ai poveri e agli
ultimi all'esterno» (ivi). «Le Chiese del Mezzogiorno non potranno pienamente contribuire alla nascita di una nuova cultura, realmente alternativa all'egoismo
e al particolarismo degli interessi privati, se non saranno all'altezza del proprio mistero di comunione. Da qui potrà nascere la loro capacità di essere luoghi di
aggregazione e di creare spazi di scambio e di cooperazione anche sul piano culturale, sociale, civile» (Savagnone, pp. 19 s.). Non bisogna però dimenticare che
«la ricostruzione del tessuto istituzionale regionale e locale suppone l'assunzione della laicità come stile ecclesiale» (Pajno, p. 32). Ciò si dovrebbe
tradurre in una precisa valorizzazione del laicato cattolico. «Il laico è infatti costitutivamente chiamato, in quanto partecipe di ordini diversi senza esaurirsi
in nessuno, alla fatica del dialogo e alla sfida della comunicazione; può così progressivamente trasformare la testimonianza in progetto storico, aperto anche a chi
non condivide l'opinione della fede religiosa» (ivi). Laicità deve però significare anche consapevolezza, da parte dei cattolici, che il bene comune
da costruire «è frutto di una comunicazione». Esso non si identifica con un ideale assoluto, ma «corrisponde a un giudizio storico, al bene possibile in
un determinato momento, ed è tale perché ha attitudine a divenire comune» (ivi). «Si delinea così un impegno fondamentale per le Chiese e
per i cristiani del Sud: lavorare per formare la coscienza religiosa [...] e per trasformarla e tradurla in coscienza civile, in un progetto di cambiamento della propria
vita personale e sociale» (ivi, p. 34). Emblematico del contributo che le Chiese possono dare al Mezzogiorno, superando nei fatti, e non solo a parole, le tre grandi
distorsioni della società meridionale, è il Progetto Policoro13. Esso «rappresenta infatti un esempio di impegno pienamente laico, in cui il
Vangelo fa sentire la sua presenza non all'interno del tempio, ma nella vita economica e sociale di un popolo, senza però per questo rinunziare mai alla propria identità.
Rappresenta, al tempo stesso, un atto di speranza nel futuro, di fiducia nella storia del Meridione, perché punta sui giovani e non in modo assistenziale, ma rendendoli protagonisti
del loro riscatto e di quello della loro terra. Infine, costituisce un bell'esempio di comunione tra le Chiese italiane e di sinodalità» (Savagnone, p. 21). Per
quanto significativo, però, il Progetto Policoro è pur sempre una singola iniziativa. Non ci si può illudere di risolvere il problema così. È
necessario «un modo nuovo di essere Chiesa, di gestire le comunità parrocchiali, la vita delle associazioni, dei gruppi e dei movimenti, lo stile delle diocesi [...].
Bisogna rimettere in discussione e cambiare il nostro stesso modo di essere» (ivi, p. 23). «In questa prospettiva una priorità si impone su tutte,
quella della formazione» (ivi, p. 22). «L'opera educativa e formativa sembra la sola scommessa strategica possibile per una presenza diversa di Chiesa»
(Greco). Quanto al programma, bisogna che «l'identità si trasformi in coscienza religiosa e questa si traduca progressivamente in coscienza civile e in progetti di
mutamento della storia civile» (Pajno, p. 34). Questa strategia deve avere come obiettivo «l'educazione della coscienza religiosa all'impegno civile: alla responsabilità
verso il bene comune, al senso civico, alla solidarietà sociale, al rispetto della legalità, all'impegno politico nelle istituzioni» (ivi). Ma ciò
comporta, a monte, una presa di coscienza delle implicazioni del Vangelo. Per questo bisogna lavorare a «evangelizzare profondamente la religiosità popolare meridionale,
favorendone il passaggio da un sacro rituale a una religione dell'incarnazione e della responsabilità nella storia» (Greco). Ma tutto ciò deve avvenire nella
realtà quotidiana delle parrocchie e delle associazioni. Se ciò non accadrà, «non saranno i documenti ufficiali né i convegni - neppure questo
che stiamo celebrando - a cambiare le nostre Chiese e non saranno, di conseguenza, le nostre Chiese a cambiare il Meridione. Delle scelte si impongono. Se non vogliamo che tra vent'anni
altri debbano trarre il bilancio degli effetti di questi nostri discorsi concludendo che nella realtà ben poco è cambiato» (Savagnone, p. 23).
NOTE 1 Cfr CEI, Chiesa italiana e Mezzogiorno, 18 ottobre 1989, in <www.chiesacattolica.it>. 2
Sono intervenuti, quasi al completo, i vescovi delle diocesi meridionali - circa settanta -, nonché alcuni rappresentanti qualificati di ognuna di esse. La presenza del presidente
della CEI, card. Angelo Bagnasco, insieme al segretario generale e al presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, hanno garantito la portata nazionale
dell'evento. 3 <www.chiesadinapoli.it/napoli/allegati/21600/Mezzogiorno%20cardinale%20sepe.doc>. 4 Al pari del discorso
introduttivo del card. Crescenzio Sepe, anche gli altri testi delle relazioni presentate al Convegno sono reperibili sul sito della diocesi di Napoli (<www.chiesadinapoli.it>).
Per gli interventi di Barucci, Savagnone e Pajno è possibile scaricare il testo completo, mentre per quello di Greco esiste soltanto una breve sintesi. Barucci, economista,
è membro dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust) ed ex ministro del Tesoro nei Governi Amato I (1992-1993) e Ciampi (1993-1994); Pajno è
presidente di sezione del Consiglio di Stato; Greco è preside della Pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale. 5 Cfr VIESTI G.,
Abolire il Mezzogiorno, Laterza, Roma-Bari 2003. 6 CEI, Chiesa italiana e Mezzogiorno, cit., n. 7. 7 Ivi,
n. 12. 8 Ivi, n. 15. 9 Cfr VIESTI G., Mezzogiorno a tradimento: il Nord, il Sud e la politica che non c'è,
Laterza, Roma-Bari 2009. 10 Pajno nella sua relazione ha citato in particolare: la lettera collettiva dei vescovi di Puglia, Il Paese non crescerà
se non insieme, del 1993, in CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE - ISTITUTO PASTORALE, Dalla disgregazione alla comunione. Nota pastorale e Atti del Primo convegno ecclesiale:
Crescere insieme in Puglia. Le chiese di Puglia per una comunità di uomini solidali, 29 aprile-2 maggio 1993, Modugno (BA) 1994, 269; CONFERENZA EPISCOPALE SICILIANA,
Finché non sorga come stella la sua giustizia. Riflessione dei vescovi di Sicilia nel 50° anniversario dello Statuto della Regione siciliana, Palermo 1996; CONFERENZA
EPISCOPALE CALABRA, Cristo nostra speranza in Calabria. Testimoni di corresponsabilità per servire questa terra su strade di liberazione. Atti della Settimana sociale
delle Chiese di Calabria, Vibo Valentia Marina, 3-5 marzo 2006, Mesiano di Filandari (VV) 2007; CONFERENZA EPISCOPALE LUCANA, Le attese della povera gente, Atti della seconda
convocazione generale del laicato di Basilicata, Potenza, 2 giugno 2008. 11 CONFERENZA EPISCOPALE CALABRA, Cristo nostra speranza in Calabria,
cit., 64 s. 12 Cfr CONFERENZA EPISCOPALE CALABRA, Cristo nostra speranza in Calabria, cit., 27 e 29. 13 Si tratta di
un progetto nato subito dopo il Convegno ecclesiale nazionale di Palermo (1995), attraverso cui la CEI interviene nelle Regioni del Sud (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania,
Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia) per aiutare i giovani disoccupati o sottoccupati a trovare la dignità di un'attività anche attraverso la forma cooperativa e la
piccola imprenditorialità. Cfr <www.progettopolicoro.it>.
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