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Dopo una serie continua di sconfitte, dalle elezioni politiche dell'aprile 2008 alle elezioni regionali sarde del febbraio 2009, e dopo le dimissioni di Walter Veltroni dalla segreteria, oggi il Partito Democratico (PD) è alle corde. Il collasso del suo progetto coraggioso e nuovo rende ancora più preoccupante la situazione in cui versa il Paese, stretto tra la crisi economica mondiale e la china pericolosa imboccata dalla politica nazionale. Il rischio maggiore non è tanto nella sconfitta del PD, quanto nello sbandamento in massa dell'elettorato, attratto dall'individualismo, dall'utilitarismo e dall'egoismo imperanti. È chiaro però che il pericolo cresce a causa dello sfaldamento dell'opposizione democratica, l'unica in grado di denunciare il dissesto prodotto dal «pensiero unico» e di mobilitare le forze sane della società per arrestarlo o, quanto meno, contrastarlo. Questa voleva essere la sfida del PD: realizzare un progetto riformista audace, fondato su una cultura politica nuova, alternativa al neoliberismo galoppante, che facesse sintesi tra le tradizioni politiche che avevano ricostruito la democrazia in Italia dopo il fascismo. Ora, questo disegno, nella forma in cui era stato concepito, non è riuscito, come ha confessato lealmente Veltroni. Tutto ciò - aggiungiamo noi - perché è mancata al PD una chiara identità politica: non si è realizzata tra i partner la necessaria omogeneità culturale intorno a un ethos comune condiviso, che il Manifesto del PD aveva tracciato sulla carta. Affrontando subito le elezioni primarie dell'ottobre 2007, è mancato anche il tempo di una campagna costituente, che invece sarebbe stata necessaria per lanciare e consolidare il nuovo progetto nella società italiana; di conseguenza il PD, anziché essere un soggetto politico «nuovo», è nato vecchio, in seguito alla «fusione fredda» tra ex comunisti ed ex democristiani, che si sono spartiti il potere secondo i canoni della partitocrazia classica. È mancato soprattutto il coraggio di rinnovare la classe dirigente a livello nazionale: volti nuovi e giovani che sapessero interpretare le istanze della base. Riuscirà Dario Franceschini, che ha preso il posto di Veltroni alla segreteria, a recuperare il tempo e il terreno perduti nelle poche settimane che ci separano dalla prova del fuoco delle elezioni europee e amministrative del 7 giugno? La crisi politica è ancora più difficile perché cade nel mezzo del cambio radicale di cultura che oggi investe il mondo. Nell'enciclica Centesimus annus (1991), Giovanni Paolo II aveva previsto che la caduta del Muro di Berlino avrebbe accelerato la crisi di civiltà già iniziata. Qualche anno dopo riprese il tema in modo più esplicito: «Una domanda interpella profondamente la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell'amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà - che più giustamente si dovrebbe chiamare "inciviltà" - dell'individualismo, dell'utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema». Perciò - concludeva il Papa - «la Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell'uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della civiltà dell'amore» (Angelus, 13 febbraio 1994). Quel monito oggi si rivela profetico. Non solo perché dopo il socialismo reale è fallito anche il capitalismo speculativo, ma perché, privo dello slancio delle ideologie, il mondo sta scivolando pericolosamente verso l'«inciviltà» dell'individualismo e dell'egoismo eretti a sistema. Perciò è necessario e urgente alzare forte la voce. Occorre rompere il silenzio impacciato di troppi, che oggi stanno zitti per acquiescenza o per diplomazia. È colpevole e irresponsabile fingere di non vedere. Certo, non è nostra intenzione fare un processo alle intenzioni dei governanti che - com'è doveroso supporre - desiderano il bene del Paese. Il nostro è un invito ai cittadini, e in primo luogo ai cattolici democratici, affinché riflettano: 1) sulle cause e sui pericoli dello slittamento verso l'«inciviltà»; 2) sul dovere morale che tutti abbiamo di reagire; 3) sulla necessità di mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno e, per i cattolici democratici, di aprire un capitolo nuovo della loro storia.
1. Lo slittamento verso l'«inciviltà» Il progressivo deterioramento civile della situazione è sotto gli occhi di tutti. I fatti parlano da soli e sono inequivocabili. I problemi che affliggono il Paese non sono nati oggi; ce li trasciniamo da decenni. Nuova, però, è la «filosofia» con cui si affrontano, che produce effetti deleteri. È un fatto che siamo tutti condizionati dalla paura e dal bisogno di sicurezza; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all'uno o all'altro problema emergente. Nessuno nega che l'immigrazione «clandestina» porti con sé problematiche gravi, ma trasformarla - come si fa - nella causa di tutti i mali della società italiana significa affrontare il problema in modo ideologico e fuorviante. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale, imporre tasse per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, consentire ai medici di denunciare i pazienti stranieri senza documenti, ventilare l'ipotesi di classi separate nelle scuole, rifiutare agli stranieri i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani, sono tutte scelte che aggravano la situazione. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano - da una parte e dall'altra - casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia? Se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Come non accorgersi che inviare i soldati a pattugliare le strade e istituire ronde di «volontari per la sicurezza» (che ricordano troppo da vicino una omonima «milizia» di malfamata memoria) serve soltanto a esautorare le forze dell'ordine e ad avallare l'idea che è più efficace che i cittadini si facciano giustizia da sé? Così si scivola verso l'«inciviltà sociale». Nello stesso tempo il falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità mina alla radice la nostra civiltà politica e giuridica e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l'autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l'effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s'incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s'insinua nell'opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si va verso l'«inciviltà politica». Anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda (non «governa»); diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del Presidente della Repubblica); preferisce il ricorso a decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; vede i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica come un intralcio. La classe politica è cooptata dall'alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. E così si avanza verso l'«inciviltà istituzionale», in rotta di collisione con lo spirito (e a volte con la lettera) della nostra Costituzione. L'«antipolitica» cresce: non dice nulla che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l'astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%? Perché accade questo? La ragione ultima è che il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, è in contrasto con i principi fondamentali della nostra civiltà e della Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» cozza contro il «principio personalista»; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista»; l'«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria». Non è un caso quindi che - al di là dell'ossequio pubblico, dovuto e formale - si tenda a screditare la Costituzione (la si accusa di essere «di ispirazione sovietica»!) e si profilino all'orizzonte «riforme» (come il federalismo leghista, tendenzialmente secessionista e antisolidale, se non viene corretto) che la colpirebbero a morte. La crisi del PD, dunque, proprio non ci voleva. Tanto più che i tempi stringono. Di fronte a scelte di civiltà destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società, anziché dividersi tra credenti e non credenti e tra eredi delle diverse tradizioni riformiste, occorre dialogare, raccordare le «ragioni» degli uni e degli altri, incontrarsi per dare un'anima nuova alla convivenza civile e alla politica. La sfida dell'«inciviltà» si trasforma, dunque, in una grande opportunità di ripresa. Occorre agire subito. Come?
2. Reagire Le difficoltà del PD non giustificano nessuno scoraggiamento, anzi proprio in questo momento c'è bisogno delle forze migliori. Il frastuono politico e dei mass media con cui è stato accolto il tonfo del maggior partito d'opposizione non deve impedire di cogliere le numerose voci di speranza e di ripresa che si levano sia dall'interno del partito sconfitto, sia dalla base della società civile. In particolare i cattolici democratici, come già fecero nel dissesto postbellico di sessant'anni fa, devono sentire l'obbligo morale e civile di prendere l'iniziativa, agendo da fermento, e proseguire senza esitazione il cammino verso la democrazia compiuta. Reagire, quindi, non significa tornare indietro, né creare un altro partito al posto del PD (né, tanto meno, al posto della Democrazia Cristiana), ma ridare linfa, ideali e idee alla politica per risalire la china dell'«inciviltà» e creare una nuova civiltà. A un'attenta lettura dei segni dei tempi, l'attuale crisi appare infatti un'occasione propizia per ripensare in termini nuovi l'intuizione originaria del «popolarismo». La società civile - come il genio di don Sturzo aveva previsto - è chiamata a riappropriarsi del suo ruolo politico originario, delegato di fatto esclusivamente ai partiti e ai «professionisti» della politica. Ciò significa prendere atto che in Italia il bipolarismo (e il bipartitismo) rimane per ora solo uno schema teorico. Le difficoltà degli ultimi 15 anni ne sono la prova lampante. Tuttavia non si deve, né si potrebbe, tornare indietro alla vecchia politica consociativa della prima Repubblica. Non resta, dunque, che realizzare un incontro più maturo tra le diverse eredità politiche, tra cultura laica e cultura d'ispirazione cristiana, senza ripetere gli errori commessi dal PD, a cominciare dalla mancata realizzazione di una chiara identità comune intorno a un ethos condiviso. Per raggiungere questo obiettivo, occorre «andare al di là» delle vecchie tradizioni ideologiche e fondare la nuova identità culturale e ideale sui principi etici comuni della Costituzione repubblicana laica e dell'ispirazione cristiana. È significativo che su questa linea - classica nella tradizione del cattolicesimo democratico - si trovino oggi anche esponenti autorevoli della cultura laica (dal filosofo Jürgen Habermas al presidente francese Nicolas Sarkozy), che convergono sulla necessità di un incontro «positivo» con la coscienza religiosa. È questa del resto - nonostante gli occasionali rigurgiti di vecchio laicismo - un'esigenza largamente avvertita anche a livello europeo. L'ispirazione cristiana non è più considerata un fenomeno esclusivamente privato e di coscienza, senza ricaduta sociale e politica; lo Stato laico non può più ignorarla (cfr l'art. 16c del Trattato di riforma dell'Unione Europea [2007]). Non si tratta solo di un auspicio. Ormai è una consapevolezza diffusa che la nuova civiltà dovrà avere a fondamento i principi cardine (ripensati e aggiornati) sui quali concordano e si integrano la cultura umanistica laica e l'insegnamento sociale cristiano: personalismo, solidarismo, partecipazione sussidiaria. Personalismo. L'art. 2 Cost. afferma che la Repubblica «riconosce» e «garantisce» i diritti inviolabili dell'uomo. I diritti irrinunciabili e inalienabili della persona dunque preesistono allo Stato, vengono prima della libera organizzazione della società, sono inscritti nella coscienza di ogni uomo, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli. Siamo agli antipodi della concezione individualistica, utilitaristica ed egoistica della «filosofia» neoliberista dominante. L'ispirazione cristiana non è, perciò, in contraddizione con la ragione laica, ma la rafforza, quando afferma che la dignità della persona è trascendente, perché immagine e somiglianza di Dio. Solidarismo. Anche su questo principio, Costituzione e ispirazione cristiana coincidono e si integrano. Per entrambe, la solidarietà è strettamente connessa alla concezione di persona come «soggetto-in-relazione», intrinsecamente sociale. Anche a questo proposito la Costituzione si oppone alla concezione individualistica neoliberista e tutela la persona sia in sé, sia all'interno delle formazioni sociali ove esplicita la sua personalità (cfr artt. 2-3 Cost.). Ancora una volta, l'ispirazione cristiana, che porta gli uomini a scoprirsi fratelli perché figli del medesimo Padre, non si oppone alla ragione laica, ma la integra e la rinsalda. Partecipazione sussidiaria. È il terzo grande principio comune, recepito dalla Costituzione nell'art. 118: le diverse istituzioni dello Stato (salvo alcune funzioni inderogabili di controllo, coordinamento e garanzia) non devono sostituirsi alle persone e ai corpi intermedi (famiglia, associazioni, partiti) nello svolgimento delle loro attività, quando sono in grado di agire responsabilmente per proprio conto. L'intervento pubblico sarà temporaneo e mirerà a restituire l'autonomia di azione alle singole entità di livello inferiore. Anche qui la coincidenza con la dottrina sociale della Chiesa è evidente, se si pensa che il primo a enunciare il principio di sussidiarietà fu Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno (1931): la famiglia, i mondi vitali, le classi, le associazioni e gli enti locali sono organi «naturali» della società; lo Stato non li può espropriare della loro responsabilità. Dunque, per risalire la china dell'«inciviltà» lungo la quale siamo avviati e per costruire una nuova civiltà democratica, non vi è altra via che realizzare l'obiettivo che il PD ha mancato: un approccio maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana, cioè tra le tradizioni politiche riformiste che già hanno ricostruito l'Italia dopo il fascismo e la seconda guerra mondiale. A questo dovere civico e morale non possono sottrarsi i cattolici democratici.
3. Fermenti nuovi La sfida, dunque, è riprendere in modo nuovo l'intuizione che stava all'origine del progetto del PD. In concreto, una volta chiarita la questione dell'identità culturale e politica, fondamentale perché nasca un soggetto politico nuovo, occorre altresì affrontare altre urgenze inderogabili: la democrazia interna, l'apertura effettiva (non solo a parole) al territorio, soprattutto il ricambio della classe dirigente. In questa linea vanno numerosi fermenti nuovi oggi presenti nel Paese, gemmazioni da non disprezzare, perché sono vitali anche se tuttora in embrione. Particolarmente significativa è l'Intesa civica popolare, firmata tra alcuni movimenti a Roma il 28 febbraio 2009, dopo anni di rodaggio. L'originalità dell'Intesa sta nel fatto che essa si propone di contribuire al rinnovamento della politica a partire dalla gente, dal territorio, attraverso un impegno di base non alternativo, ma complementare a quello dei partiti, i quali rimangono strumenti essenziali della vita democratica. Movendo dall'analisi e dai principi sopra esposti, i suoi ispiratori sono convinti che la politica italiana abbia bisogno di idee, di persone e di strumenti atti ad ascoltare e a interpretare le attese diffuse; che quanti sono portatori di forti ideali e di solide convinzioni possano essere coerentemente se stessi e possano liberamente agire come persone singole e come gruppi, senza doversi affidare a capi carismatici e senza dover ricorrere continuamente a mediazioni al ribasso. Per rinascere, la politica ha bisogno soprattutto di verità e di autenticità. Ebbene, i nuovi fermenti mirano appunto a rimettere in circolazione tante energie deluse o latenti, stimolano i partiti in crisi (come il PD) o «vecchi» (come l'Unione di Centro) ad andare oltre schemi ormai logori; tessendo una rete nuova di relazioni tra cittadini di buona volontà, immettono nella politica italiana un tocco di profezia, nell'ottica dell'Europa che si unifica e della modernità che si globalizza. Queste esigenze, del resto, sono avvertite alla base degli stessi partiti in crisi. Emblematico è il caso delle recenti elezioni primarie del centrosinistra a Firenze per scegliere il candidato a sindaco della città. Superando ogni previsione, Matteo Renzi (34 anni), presidente della Provincia, si è imposto al primo turno tra sei nomi in lizza; ma ciò che più stupisce è che siano andati a votare 37mila cittadini, duemila in più di quanti avevano partecipato alle primarie per la scelta del candidato premier. Il futuro lo creano le idee e gli uomini nuovi. Anche per questo i cristiani hanno il dovere di mettere insieme, con tutti i cittadini di buona volontà, le proprie risorse e il proprio impegno per risalire la china dell'«inciviltà» e costruire la nuova civiltà dell'amore. Non è per nessuno il momento dello scoraggiamento, né della rassegnazione. Per i cattolici democratici, in particolare, è il momento di voltare pagina e di aprire, con coraggio e profezia, un nuovo capitolo della loro storia. |