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La fine dell'anno è tempo di bilanci. Non è fuori luogo, quindi, tentare un consuntivo dei primi otto mesi del quarto Governo Berlusconi. La netta vittoria alle elezioni di aprile ha prodotto la svolta promessa? Che cosa significano le prime incrinature nel consenso dell'opinione pubblica che finora era andato sempre crescendo? Infatti le adesioni al Governo sono diminuite di 18 punti percentuali, dal 60% del mese di settembre al 42% di ottobre (cfr MANNHEIMER R., «Governo, primo calo. Ma il PD non ci guadagna» in Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2008), mentre milioni di cittadini continuano a scendere in piazza per protestare. È già finita la luna di miele? Un giudizio sulla situazione si può ottenere: 1) tenendo presente la «strategia della sicurezza», attuata fin qui dal Governo; 2) rilevando la debolezza di tale strategia, anche alla luce dei mutamenti in atto nel mondo; 3) riflettendo sulla necessità di una cultura politica che favorisca invece una cittadinanza attiva e responsabile.
1. Otto mesi di «strategia della sicurezza» Nei primi mesi della sua attività è stato chiaro che il Governo intende affrontare e risolvere i problemi del Paese con la medesima «strategia della sicurezza» con cui ha vinto le elezioni di aprile. Per questo l'Esecutivo, abbordando uno dopo l'altro i gravi problemi sociali sul tappeto, ha sempre puntato a farne una questione di «ordine pubblico». Ciò gli avrebbe consentito di affrontarli con il «pugno di ferro», dando così l'immagine di un Governo forte e mantenendo, anzi accrescendo, il consenso dell'opinione pubblica. Ma i problemi sono in realtà più complessi di quanto si voglia far credere, né si possono ridurre solo a questioni di ordine pubblico. Era inevitabile che, prima o poi, la «strategia della sicurezza» si sarebbe dimostrata, quale essa è: del tutto inadeguata. L'esempio più emblematico rimane il modo con cui il Governo ha affrontato la questione dell'immigrazione, indicata, in campagna elettorale, come priorità assoluta. Introducendo il reato di immigrazione clandestina nel «pacchetto sicurezza» del luglio 2008, si tentava di trasformare il fenomeno migratorio in una questione di ordine pubblico. Ma questa è evidentemente una forzatura. Infatti, l'immigrazione è un fenomeno non congiunturale, ma di natura strutturale e complessa, in quanto coinvolge numerosi e differenti «attori sociali». «La migrazione - ha ricordato il Papa all'Angelus del 31 agosto 2008 - è fenomeno presente fin dagli albori della storia dell'umanità, che da sempre, pertanto, ha caratterizzato le relazioni tra popoli e nazioni»; il fatto che oggi essa sia divenuta una drammatica emergenza impone un'efficace risposta politica da parte di tutti i soggetti istituzionali e attori sociali che, in un modo o nell'altro, vi sono coinvolti. In primo luogo - ha insistito Benedetto XVI, riprendendo quanto già aveva scritto nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2007 - devono mostrare senso di responsabilità i Paesi di origine, «non solo perché si tratta di loro concittadini, ma anche per rimuovere le cause di migrazione irregolare, come pure per stroncare, alle radici, tutte le forme di criminalità a essa collegate». In secondo luogo, «i Paesi europei e comunque quelli meta di immigrazione sono, tra l'altro, chiamati a sviluppare di comune accordo iniziative e strutture sempre più adeguate alle necessità dei migranti irregolari». In terzo luogo, gli stessi immigrati in situazione irregolare «vanno pure sensibilizzati sul valore della propria vita, che rappresenta un bene unico, sempre da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono nella ricerca di un miglioramento delle loro condizioni e sul dovere della legalità che si impone a tutti». Come si vede, siamo agli antipodi della «tolleranza zero» e del tentativo di qualificare l'immigrazione irregolare come «reato», riducendola a mera questione di ordine pubblico. Il fenomeno migratorio non si può risolvere con il «pugno di ferro», istituendo commissari etnici, prendendo le impronte digitali ai bambini rom, chiudendo in carcere gli stranieri in situazione irregolare. Queste decisioni potranno rafforzare l'immagine del «Governo forte», ma non risolveranno mai un problema con il quale sono posti in gioco alti valori umani e sociali. E nei fatti, il Governo ha dovuto fare marcia indietro su molti fronti. Invece, come sottolinea il Papa, la complessità del fenomeno esige che esso sia affrontato con una strategia politica adeguata: si stabilisca, cioè, l'entità dei flussi che il Paese ospitante è in grado di sostenere ma, nello stesso tempo, si predispongano spazi d'accoglienza degni di questo nome; i comportamenti illegali degli immigrati siano repressi, come è doveroso, ma senza indulgere alla xenofobia e alla giustizia «fai da te». Ebbene, la medesima «strategia della sicurezza» con la quale è stato affrontato il problema dell'immigrazione, è stata applicata dal Governo anche per risolvere altri gravi problemi sociali, quali la raccolta della spazzatura a Napoli, la prostituzione, la lotta alla criminalità, perfino la riforma scolastica. A Napoli la gente scende in piazza a manifestare contro l'emergenza rifiuti, incendia i cassonetti, non vuole le discariche a ridosso dei centri abitati? Ebbene, il Governo, risponde nel giugno scorso con un decreto legge: sceglie le località delle nuove discariche e le trasforma in zone militari, di interesse strategico nazionale. Anche la raccolta dei rifiuti in Campania diviene così una questione di ordine pubblico; toccherà perciò all'esercito e alle forze dell'ordine garantirne la soluzione, facendo rispettare la legge: chiunque osi accedere o impedire la realizzazione delle discariche sarà respinto con la forza e rischia da tre mesi a un anno di carcere. Drammatici fatti di cronaca riportano alla ribalta, sempre a giugno, il problema della criminalità dilagante? Ebbene, la prima preoccupazione del Governo - dichiara testualmente il ministro dell'Interno, Roberto Maroni - è quella di «dare ai cittadini una migliore percezione della sicurezza». Detto, fatto. Con un decreto legge, approvato a tamburo battente, si dispone l'invio di 3mila soldati a pattugliare le vie delle città e a presidiare gli «obiettivi sensibili». Ancora una volta, ad assicurare la soluzione del problema della criminalità, ridotta a questione di ordine pubblico, provvederanno l'esercito e le forze dell'ordine. L'immagine del Governo forte è garantita: non importa se la camorra continua a uccidere come prima nelle piazze e nelle strade pattugliate dai soldati armati. Si vuol affrontare il fenomeno sociale della prostituzione? È presto fatto: con un disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri l'11 settembre 2008, si introduce il reato di prostituzione nei luoghi pubblici o aperti al pubblico. Di conseguenza, il mercato del sesso diviene, esso pure, una questione di ordine pubblico. «Tolleranza zero», dunque, e «pugno di ferro» anche verso le «lucciole» e i loro clienti, fino all'arresto (da 5 a 15 giorni) e con un'ammenda da duecento a tremila euro. Certo l'immagine del Governo forte ne esce rinsaldata, ma chi crede davvero che il poliedrico problema della prostituzione si possa affrontare con il carcere, con le multe e con l'intervento delle forze dell'ordine? (cfr a proposito Aggiornamenti Sociali, «Prostituzione: intervenire è possibile. Intervista a Luigi Ciotti», in questo stesso numero) Si è pensato perfino di trasformare in questione di ordine pubblico la protesta di studenti, genitori e professori contro la riforma scolastica del ministro Gelmini (imposta - essa pure - con decreto legge e relativo voto di fiducia nell'ottobre scorso). Tutti abbiamo sentito il premier affermare solennemente in televisione: «Non permetterò l'occupazione delle università [...]. Convocherò oggi il ministro degli Interni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere». Ancora una volta, si manifesta l'intenzione (o la minaccia) di ricorrere alle forze dell'ordine, inviando la polizia nelle università. Se le parole hanno un senso, questo ha voluto dire il presidente del Consiglio. Esattamente come ha affermato il 5 novembre a proposito dell'attuazione della TAV: «Realizzeremo i trafori alpini del Corridoio 5 anche con l'uso della forza, come abbiamo fatto a Napoli con i rifiuti» (COTTONE S., «La TAV si farà, anche con la forza», Il Giornale, 6 novembre 2008).
2. Una strategia debole Ciò che più colpisce è che, nonostante tutto, questa «strategia della sicurezza» incontra il consenso di larga parte dell'opinione pubblica. Il Governo forte piace alla gente a tal punto che è disposta a perdonarlo se poi approfitta del consenso popolare per fare gli interessi propri e degli amici. Come si spiega? Da un lato, una ragione potrebbe essere l'espandersi del disagio sociale che oggi non coinvolge più soltanto le tradizionali categorie «a rischio» della povertà e dell'emarginazione, ma si è allargato ad altre fasce sociali proprio per le difficoltà di convivenza, a livello interpersonale e di gruppo; dall'altro, influisce certamente la crescente incertezza per il futuro proprio e dei figli («Avremo il necessario per vivere?», «I giovani troveranno lavoro?», «Le nuove famiglie riusciranno ad avere una casa?») che rischia di fomentare una «guerra tra poveri» ed esaspera la naturale competizione che sempre c'è tra «diversi», fino a considerare «invasori» gli immigrati. La «strategia della sicurezza», appunto, viene incontro a questo bisogno della gente. Non ci si rende conto di quanto essa risulti socialmente dannosa sia perché crea falsi allarmismi e alimenta attese difficilmente realizzabili, sia perché spinge i cittadini a guardare solo ai propri problemi e interessi, quando, in una umanità che si va unificando, dovremmo tutti imparare a vivere più uniti nel rispetto delle differenze. Oltre che socialmente dannosa, la «strategia della sicurezza» è anche pericolosa per la stessa democrazia. Infatti, si fonda su una concezione oligarchica, populistica e mediatica del potere. Secondo questo modo d'intendere la politica, il vincitore delle elezioni può fare quello che vuole, perché è lui il rappresentante che il Paese ha votato, e il consenso ottenuto dalla sua «maggioranza» è visto come espressione di tutta intera la popolazione. Se è così, allora il premier può pretendere che gli venga garantita l'immunità (magari con una legge ad personam), per poter governare «serenamente» (come è stato detto); il ruolo delle minoranze e dell'opposizione va drasticamente ridimensionato, perché esse rappresentano solo interessi limitati e parziali; il Parlamento si trasforma sempre più in cassa di risonanza delle decisioni governative, con il compito soprattutto di approvare in tempo utile i decreti legge dell'Esecutivo, grazie al ricorso facile al voto di fiducia, per non «perdere tempo» in dibattiti parlamentari estenuanti. In una parola, nell'ottica della «strategia della sicurezza», governare è sinonimo di comandare: chiunque obietta o dissente va messo fuori gioco, perché intralcia il lavoro. Ovviamente per attuare una simile strategia politica il Governo ha bisogno di godere di un'immagine forte; ecco perché è così importante l'elemento mediatico: l'«effetto annuncio» diviene più importante del contenuto stesso dell'annuncio. Il mondo, invece, si muove in un'altra direzione. La crisi finanziaria internazionale e l'elezione di Barak Obama, primo presidente afro-americano degli Stati Uniti, mostrano chiaramente quanto sia arretrata e lontana dalla realtà la «strategia della sicurezza». Per il XXI secolo occorre una pratica politica che faccia fronte non già ad allarmismi creati ad arte, ma alle vere emergenze croniche che impediscono al nostro Paese di tenere il passo con le democrazie occidentali più progredite. La lezione che oggi viene all'Italia da tutto ciò è chiara: la vera «sicurezza» non sta nel banalizzare i problemi, riducendoli a questione di ordine pubblico per aggredirli con il «pugno di ferro». In un'umanità che si unifica è ormai un'urgenza di natura strutturale favorire i rapporti interpersonali, interculturali, interetnici e interreligiosi. Di fronte ai nuovi problemi emergenti, più che praticare la «tolleranza zero», occorre accompagnare la società italiana verso traguardi di una vita democratica più responsabile e matura. C'è bisogno, cioè, di un'azione politica fondata sull'equilibrio tra diritti e doveri, tra sicurezza e integrazione; occorre imparare a vivere uniti, rispettando le differenze. La soluzione dei problemi non si ottiene eliminando chi obietta, protesta o «fa problema», ma elaborando una base comune di convivenza attraverso il confronto e il dialogo leale. In altri termini, non serve trasformare gli immigrati o coloro che si prostituiscono in un capro espiatorio su cui convogliare le attese di un'opinione pubblica preoccupata, screditando chi la pensa diversamente. La necessaria fermezza verso chi si comporta illegalmente e trasgredisce le regole su cui si regge lo Stato di diritto non ha nulla a che vedere con un «pugno di ferro» e una «tolleranza zero», che sconfinano nella xenofobia e nel razzismo. L'impiego dell'esercito e delle forze dell'ordine ha certamente una forte ricaduta mediatica d'immagine, può forse avere un qualche effetto deterrente, ma non potrà mai sostituirsi all'impegno solidale e responsabile dei cittadini per costruire una società pluralistica, fraterna e giusta. È questa la vera «emergenza». Di conseguenza, il consenso serve sì a governare, ma è profondamente sbagliato governare per ottenerlo. Il consenso, cioè, ha valore di strumento, non di fine. Più concretamente: nessuno chiede di ignorare le paure e le preoccupazioni della gente di fronte alle incognite dell'immigrazione, della criminalità, della prostituzione e di altri gravi problemi sociali; ma, anziché soffiare sul fuoco per ottenere consenso, occorre una nuova strategia politica responsabile, capace di affrontare i problemi della convivenza nella prospettiva di una matura democrazia partecipativa. Nessuno chiede di ignorare il legittimo desiderio (e il diritto) che ciascuno ha di veder tutelati i propri interessi, ma la difesa degli interessi particolari va perseguita nell'ambito del bene comune, prestando la dovuta attenzione alle ragioni di quanti sono nel bisogno.
3. Per una cittadinanza responsabile e attiva Che fare, dunque? L'istanza securitaria, avvertita dalla gente, è un'esigenza reale; ma la crisi mondiale del liberismo e la svolta economica e politica, che sono all'origine anche della coraggiosa scelta compiuta dagli Stati Uniti con l'elezione di Barak Obama, avvertono che occorre ormai una strategia nuova, una nuova cultura politica. In particolare per il nostro Paese, tornano di attualità le riflessioni di un noto documento della Commissione ecclesiale Giustizia e Pace: «Per un corretto svolgimento della vita sociale - vi si legge - è indispensabile che la comunità civile si riappropri di quella funzione politica, che troppo spesso ha delegato esclusivamente ai "professionisti" di questo impegno nella società. Non si tratta di superare l'istituzione "partito", che rimane essenziale nell'organizzazione dello Stato democratico, ma di riconoscere che si fa politica non solo nei partiti, ma anche al di fuori di essi, contribuendo a uno sviluppo globale della democrazia con l'assunzione di responsabilità di controllo e di stimolo, di proposta e di attuazione di una reale e non solo declamata partecipazione» (Educare alla legalità [1991], n. 17, in Enchiridion CEI, 5, p. 224). E, dopo aver ribadito che la lotta per il cambiamento sociale non può essere delegata in modo unico ed esclusivo ai partiti, il documento conclude: «Anche la società civile ha da svolgere una sua funzione politica, facendosi carico dei problemi generali del Paese, elaborando progetti per una migliore vita umana a favore di tutti, controllando anche la loro attuazione, denunciando disfunzioni e inerzie, esigendo con gli strumenti democratici, messi a disposizione dei cittadini, che la mensa non sia apparecchiata solo per chi ha potere, ma per tutti» (ivi). Il coinvolgimento dei cittadini dovrà ovviamente iniziare dal territorio. Non si tratta di creare una realtà alternativa all'attività dei partiti, ma complementare. Anzi essa potrà aiutare i partiti stessi a riallacciare i canali della partecipazione, ormai da tempo interrotti. La partitocrazia imperante fa sì che oggi ancora siano le segreterie, e non il popolo, a scegliere i candidati al Parlamento; infatti, i cittadini sono stati espropriati dal diritto di esprimere il voto di preferenza e possono solo ratificare la lista di nomi composta dai vertici di partito con scelta insindacabile. È urgente cambiare. Ma come? Il percorso è ancora tutto da inventare, né si può tracciare a tavolino. Solo è possibile indicare alcune piste, lungo le quali muoversi, di fronte alla insufficienza della «strategia della sicurezza». In primo luogo, occorre riscoprire la capacità di ascolto reciproco pure nel rispetto della diversità dei ruoli tra maggioranza e opposizione, in vista di una politica più partecipata. È necessario, inoltre, affrontare concretamente le emergenze del Paese, predisponendo servizi pubblici e privati, di famiglie, di volontari (non solo le forze dell'ordine), che possano essere attivati rapidamente per ricostituire un minimo di tessuto relazionale, per superare i traumi e le lacerazioni del Paese. Infine, bisogna integrare tra loro le risorse del territorio, attraverso la creazione di servizi sociali che si occupino non solo di singoli o gruppi socialmente disagiati, ma anche di quanti sopraffatti da difficoltà di convivenza preferiscono affidarsi allo Stato forte, confidando più nell'intervento autoritario che nella partecipazione responsabile. Invece di soffiare sul fuoco o di ridurre i problemi a questione di ordine pubblico, è importante riuscire a incoraggiare tutti a fare meglio la propria parte di cittadini e a impegnarsi, in modo responsabile e attivo, nella costruzione di un tessuto sociale maturo.
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