Editoriale - giugno 2008    

Elezioni 2008: una nuova geografia politica

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Le elezioni del 13-14 aprile 2008 hanno cambiato lo scenario politico in Italia. Alle grandi coalizioni del centro-destra e del centro-sinistra si sono sostituite, da un lato, quella tra il Popolo della Libertà (PdL) e la Lega Nord (LN) e, dall'altro, quella del Partito Democratico (PD) con l'Italia dei Valori (IdV). Per rendersi conto dell'entità del cambiamento, basta guardare la composizione del nuovo Parlamento (per una analisi dettagliata dei risultati cfr, in questo stesso numero, FOGLIZZO P., «I numeri delle elezioni» », 445-450).
Tuttavia, la portata storica del cambiamento non sta tanto nei numeri, quanto nel suo significato politico, cioè nel fatto che l'Italia, dopo una lunga stagione di «bipolarismo» stagnante, sembra aver imboccato la via del «bipartitismo». La prima grande differenza nei confronti del quadro politico precedente è che - grazie anche alla campagna sul «voto utile» - la nuova maggioranza è ampia, sia alla Camera sia al Senato, tale da assicurare stabilità al nuovo Governo per l'intera Legislatura. Non c'è più la frammentazione che dava alle forze politiche minori un potere sproporzionato: nel nuovo Parlamento i partiti sono diminuiti da circa 40 a 6 e i piccoli sono spariti. Ma la vera novità di questa tornata elettorale non sta tanto nella vittoria del PdL e nella sconfitta del PD; e neppure nel consenso ottenuto dai due partiti maggiori, cresciuti solo di pochi decimali rispetto al 2006. La geografia politica è cambiata soprattutto in seguito a tre risultati: 1) l'esclusione della sinistra dal Parlamento; 2) l'affermazione della Lega Nord e dell'Italia dei Valori; 3) l'arretramento del centro.

1. L'esclusione della sinistra dal Parlamento

Per la prima volta, dopo 60 anni di storia repubblicana, nel Parlamento italiano non siedono più né un socialista, né un comunista. Per chi ricorda figure come Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e il loro ruolo (per quanto discusso) nella nascita della Repubblica, nell'elaborazione della Carta costituzionale e nella vita della rinata democrazia italiana, sembrerà assurdo che alla Camera e al Senato non vi sia più nessun erede diretto delle loro battaglie ideologico-politiche. A raccoglierne l'eredità ci provò il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) quando, nel 1991, il PCI (completando la «svolta della Bolognina» iniziata da Achille Occhetto nel novembre 1989, subito dopo la caduta del Muro di Berlino) si trasformò nel Partito Democratico della Sinistra (PDS). Il tentativo del PRC sembrò riuscito: nelle elezioni del 1992, gli eredi del comunismo ottennero il 5,6% dei voti divenendo la quinta forza politica del Paese e tali rimasero negli anni successivi, mantenendo questa posizione anche nella XV Legislatura (2006-2008), quando il PRC raggiunse il 7,4% al Senato e il 5,8% alla Camera. Era dunque lecito immaginare che anche questa volta la Sinistra radicale, presentatasi come Sinistra Arcobaleno (aggregazione di PRC, Verdi, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica), avrebbe raggiunto o addirittura superato - sommando ad essa anche il dato dei socialisti di Enrico Boselli (SDI) - la soglia del 10%. Perciò è risultata ancora più cocente e umiliante la sconfitta elettorale, in seguito alla quale sia la Sinistra Arcobaleno, sia i socialisti sono stati estromessi dal Parlamento, avendo ottenuto la prima solo il 3% dei voti e i secondi lo 0,9%, ben al di sotto delle soglie di sbarramento della Camera (4% su base nazionale) e del Senato (8% su base regionale).
Ciò significa che gli italiani hanno giudicato questa sinistra inadatta ad assumere responsabilità di governo. D'altro canto, già nel 1998 il PRC aveva fatto dubitare della sua affidabilità quando fece cadere il I Governo Prodi, uscendo dalla maggioranza. Tale dubbio è cresciuto durante l'ultima Legislatura, a motivo della rissosità fomentata dai suoi esponenti e del vezzo di alcuni di loro, incomprensibile all'opinione pubblica, di scendere in piazza contro le decisioni del Governo di cui facevano parte. Questa inidoneità a guidare il Paese è dovuta soprattutto al fatto che gli eredi dei comunisti sono rimasti fermi a quel dogmatismo ideologico che Enrico Berlinguer aveva superato negli anni '70. Che senso ha, nell'epoca della globalizzazione e dell'informatizzazione della produzione e del lavoro, ispirarsi ancora agli schemi marxisti della lotta di classe tra «padroni» e «proletari»?
Tuttavia, non si può negare che il programma della Sinistra Arcobaleno richiamasse giustamente l'attenzione su tutta una serie di gravi problemi, dalla precarietà del lavoro alle tematiche ambientaliste e pacifiste. Ecco perché, nonostante tutto, la sua estromissione dal Parlamento è una perdita per la nostra democrazia. È negativo che alla Camera e al Senato sia scomparsa una voce, spesso controcorrente, in difesa dei diritti civili e dei ceti meno abbienti. Inoltre c'è il pericolo che questa esclusione favorisca il ritorno in piazza dei movimenti antagonisti («centri sociali», no-global, no-Tav, pacifisti contrari alle basi USA, ecc.), non avendo essi più un punto di riferimento nelle istituzioni democratiche. La sinistra antagonista è stata cancellata dal Parlamento, non però dalla società. Solo è divenuta extra-parlamentare. Quali ne saranno le conseguenze?

2. L'affermazione della Lega Nord e dell'Italia dei Valori

Il secondo elemento che ha cambiato il quadro politico è la netta affermazione di due forze minori, la LN e l'IdV, coalizzate rispettivamente con il PdL e con il PD. Si tratta di soggetti politici notoriamente radicaleggianti, destinati a svolgere un ruolo di disturbo, come è avvenuto con la sinistra radicale nel II Governo Prodi.
Specialmente occorrerà seguire con attenzione il comportamento della LN, che ha alle spalle un curriculum lungo e turbolento. In realtà, il partito di Umberto Bossi è il vero vincitore delle elezioni. Nessuno l'aveva previsto, neppure noi, nei nostri editoriali durante la campagna elettorale. L'eccezionale affermazione della coalizione di destra è dovuta chiaramente al raddoppio dei voti leghisti. Il partito di Bossi, pur restando sotto il 10% del 1996 (quando si presentò da solo), con l'8,3% e 60 seggi alla Camera e l'8,1% e 25 seggi al Senato ha recuperato le dimensioni dei primi anni '90, quando mandò 55 deputati a Montecitorio e 25 senatori a Palazzo Madama, ed entrò a far parte del I Governo Berlusconi con 5 ministri, più la presidenza della Camera. In quella fase della sua storia, la LN - che è oggi il partito con più storia presente in Parlamento - si presentava essenzialmente come un movimento di protesta contro il «centralismo romano», aggregando intorno all'idea di federalismo scontenti e contestatori, appartenenti a ideologie e a ceti sociali diversi. In un secondo momento - dopo aver provocato sia la caduta del Governo Berlusconi (con il famoso «ribaltone»), sia la sua successiva sconfitta alle elezioni politiche del 1996 -, Bossi affidò la visibilità della LN soprattutto a gesti clamorosi: la creazione del «Parlamento di Mantova» e del «Governo padano», le «camicie verdi», i «riti» paganeggianti in onore del dio Po, l'assalto di piazza San Marco, l'oltraggio del tricolore, i gazebo referendari ed elettorali.
Dopo la bocciatura della devolution, sancita dal referendum confermativo del giugno 2006, la LN ha cambiato strategia, puntando a rafforzare il suo radicamento nel territorio. Cosicché è riuscita ad accrescere i consensi non tanto attraverso le invettive contro «Roma ladrona», quanto attraverso la denuncia (con linguaggio popolano e gesti plateali) di problemi veri, quali la paralisi delle istituzioni, la corruzione, gli sprechi di risorse pubbliche, la burocrazia centralizzata ed elefantiaca, i ritardi nelle infrastrutture, il sistema fiscale ingiusto e inefficiente. Nello stesso tempo, Bossi ha saputo intercettare «bisogni» largamente sentiti: quello di «appartenenza» e identità, cresciuto in seguito al dilagare dei flussi migratori; quello della «sicurezza», reso acuto dall'espandersi della criminalità; il bisogno di «sostegno», avvertito sia dalle famiglie, afflitte dal problema della casa e della crescente scarsità dei redditi, sia dalle giovani generazioni, demoralizzate dalla disoccupazione, dalla precarietà del lavoro e dalla mancanza di prospettive per il domani. Insistendo su questi tasti, con la promessa di abolire l'ICI, di abbassare le aliquote, di realizzare il federalismo fiscale, di esercitare «tolleranza zero» verso gli immigrati clandestini e i criminali, la LN, da un lato, ha finito con il convincere un gran numero di artigiani e casalinghe, coltivatori diretti e piccoli imprenditori, precari e «tute blu»; dall'altro, ha fatto breccia anche tra le fila dell'«antipolitica», persuadendo molti a preferire il voto leghista alla sterile protesta dell'assenteismo.
Se questa analisi è vera - e i dati sembrano confermarla -, lo spostamento a destra dell'elettorato italiano è avvenuto più per un diffuso «senso di paura» e in vista di interessi concreti e immediati che per motivi ideologici. Nello stesso tempo, il «populismo» di Bossi spiega perché la LN attecchisca più nei piccoli centri che nelle grandi città, più tra i ceti sociali medio-bassi che tra quelli con un livello superiore di istruzione. Proprio per questo, i punti di forza che nelle ultime elezioni hanno giocato a favore della LN non sono sufficienti a colmarne la mancanza costitutiva di cultura politica e l'assenza di un progetto di società fondato su presupposti razionali ed etici. Questa fragilità culturale ed etica ha fatto sì che il movimento sia degenerato da «lega» in «leghismo», da protesta antiromana a ideologia di un localismo con venature razziste e xenofobe, che mira a realizzare un federalismo intriso di egoismo sociale, finalizzato a proteggere gli interessi economici, fiscali e favorendo le fasce sociali più abbienti.
Ecco perché preoccupa il peso che Bossi ha nella nuova maggioranza, che deve a lui la vittoria. Riuscirà il Cavaliere a contenerne la spinta in senso localistico e protezionistico? Riuscirà il Governo a conciliare il regionalismo leghista, tendenzialmente egoista e separatista, con il regionalismo unitario, rispettoso della coesione economica e sociale della nazione, qual è previsto dalla nostra Costituzione e dalla stessa Unione Europea? Riuscirà l'accoppiata PdL-LN a promuovere la crescita equilibrata di un'Italia in bilico tra «questione settentrionale» e «questione meridionale», oppure finirà con il favorire il Nord? Possibile che gli aderenti al Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, i «leghisti» del Sud, non si rendano conto che saranno essi le prime vittime del «federalismo fiscale» di Bossi, antiunitario e contrario a ogni vincolo di solidarietà verso le Regioni meno favorite?
Specularmente acquista importanza l'IdV per la sua forte affermazione elettorale. È facile immaginare che il «giustizialismo» - che tutti, a torto o a ragione, attribuiscono ad Antonio Di Pietro - produrrà qualche difficoltà all'interno della coalizione veltroniana e nel confronto parlamentare. Vedremo. A noi intanto qui preme sottolineare che il successo parallelo della LN e dell'IdV, cioè di due soggetti politici tendenzialmente radicali, conferma che la causa principale del mutamento del quadro politico è dovuta, più che a una ventata ideale, all'esistenza di timori largamente diffusi tra l'elettorato e della relativa domanda di sicurezza, di giustizia e di rigore.

3. L'arretramento del centro

Un terzo evento, che connota il cambiamento del quadro politico, è il fallimento dell'ennesimo tentativo di dare vita a un polo moderato di centro. Pierferdinando Casini, che ci ha provato, è rimasto fermo al palo. Infatti, rispetto ai risultati ottenuti nel 2006, l'UDC è scesa dal 6,8% al 5,6%, nonostante l'apporto nuovo della Rosa Bianca di Pezzotta: ha mantenuto 36 deputati alla Camera, ma al Senato - a causa dello sbarramento all'8% - ha perso 14 seggi, passando da 17 a 3 senatori (tutti siciliani). Questo arretramento del centro contiene un duplice messaggio: a) conferma lo scarso interesse che gli italiani hanno per la creazione di un terzo polo moderato; b) prova - se ce ne fosse ancora bisogno - che la grande maggioranza dei cattolici ormai ritiene superata la proposta di un soggetto politico di ispirazione cristiana.

   a) Non è la prima volta che fallisce il tentativo di dar vita a un polo di centro. Prima di Casini, ci avevano provato inutilmente Mino Martinazzoli nel 1994 e Sergio D'Antoni nel 2001. Allora, però, il quadro politico era diverso: il bipolarismo, introdotto con il sistema elettorale maggioritario uninominale, non lasciava spazio. Per vincere le elezioni, ciascuna delle due coalizioni (centro-destra e centro-sinistra) era obbligata a mettere insieme partiti e partitini, anche ideologicamente non omogenei.
Questa volta, invece, lo spazio per l'affermazione di un polo di centro c'era. Infatti, la decisione del PD e del PdL di correre da soli ha dissolto sia il centro-sinistra sia il centro-destra. Silvio Berlusconi - in seguito alla fusione di FI con AN e al rifiuto di coalizzarsi con il centro di Casini (diversamente da quanto aveva fatto con la LN) - si situava a «destra»; Fausto Bertinotti, dal canto suo, in seguito alla rottura con il PD, si situava a «sinistra» con gli altri partiti dell'Arcobaleno. Così, per la prima volta dopo 15 anni, si liberava uno «spazio intermedio» tra destra e sinistra, nel quale si situava l'UDC. Quale occasione migliore, per Casini, di realizzare l'antico sogno del polo moderato di centro, di rifondare cioè la DC, della quale ha custodito gelosamente il simbolo? Per riuscirvi, ha cercato l'appoggio della Rosa Bianca di Pezzotta. Questa, però, di fronte alla prospettiva di essere assorbita dall'UDC, si è presto dimezzata: quali garanzie offriva mai Casini, se - subito dopo aver rotto con Berlusconi - non esitava ad allearsi con lui nelle elezioni regionali siciliane? Inoltre alcuni suoi rappresentanti di spicco hanno fatto altrettanto nelle comunali di Roma, mostrando tutte le contraddizioni di un movimento che non è riuscito a sbocciare.
Il fallimento del centro dimostra, dunque, che non è questione di spazio. Il problema vero sta sia nella mancanza di credibilità di chi lo vorrebbe realizzare, sia nel fatto che non ha più senso rincorrere ancora l'ipotesi di un terzo polo, quando i cittadini già hanno assimilato la logica bipolare e l'Italia è avviata verso il bipartitismo, come tutte le maggiori democrazie moderne.

   b) Nello stesso tempo, la sconfitta dell'UDC dimostra che la crisi del cattolicesimo politico è irreversibile. I cattolici ormai non pensano più a un partito d'ispirazione cristiana. Se fossero stati interessati, questa volta ci sarebbero state le condizioni favorevoli. In primo luogo, perché, dopo la scomparsa dell'UDEUR di Mastella, il partito di Casini è rimasto l'ultimo superstite dei «cespugli» che si pregiavano di essere eredi della DC. In secondo luogo, perché, durante la campagna elettorale, Casini non ha smesso mai di insistere sull'identità cristiana del suo partito e sull'impegno in difesa dei «valori non negoziabili». In terzo luogo, perché all'UDC non sono mancati segnali espliciti di approvazione da parte di ambienti ecclesiastici, come il singolare intervento del direttore di Avvenire al TG1, che lo ha accreditato pubblicamente come «un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana». Infine, si calcola che la decisione di Veltroni di aprire ai radicali abbia dirottato verso l'UDC circa l'1,5% dei cattolici simpatizzanti per il PD.
Perciò, se nonostante le condizioni favorevoli, il progetto di centro è fallito ancora una volta, è chiara la lezione per tanti cattolici: più che rincorrere un miraggio, pensino a forme nuove di presenza e di collaborazione, perché non manchi il contributo della cultura cattolico-democratica alla modernizzazione del Paese. Un altro insegnamento i cattolici dovranno trarre dall'insuccesso del PD. La sconfitta di Veltroni è venuta non solo sull'onda negativa suscitata dall'impopolarità del Governo Prodi e dall'interruzione traumatica della Legislatura, ma soprattutto perché il nuovo partito ancora non è veramente nato: gli è mancato il tempo della necessaria fase costituente. Un nuova presenza politica non nasce per decisione dall'alto, senza un coinvolgimento responsabile della base. Il mancato radicamento nel territorio è una delle «ombre» che hanno oscurato la nascita del PD, insieme al mancato rinnovamento della classe dirigente (cfr SORGE B., «Anno nuovo, politica nuova?», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2008] 5 s.). Questa lezione vale anche per i cattolici in politica. Il loro nuovo modo di farsi presenti nel mutato contesto politico del Paese non deve scendere dall'alto, ma deve nascere dal basso. Tocca a essi compiere le scelte migliori affinché l'Italia ritrovi finalmente una rinnovata capacità di governo, fondata su una seria cultura politica, cioè sulle idee e sui valori più che su paure, slogan e interessi di parte.

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Gli omaggi all'autorità morale del Pontefice e al ruolo della religione cristiana nella formazione e nella difesa dell'identità culturale della nazione, che abbiamo ascoltato nei discorsi inaugurali della XVI Legislatura, non devono trarre in inganno. Non possono far dimenticare che tra coloro che oggi gestiscono il potere in Italia vi sono partiti e uomini che si ispirano esplicitamente a una cultura politica individualistica ed efficientista, al «pensiero unico» utilitaristico, che fa del cristianesimo una «religione civile» a proprio uso e vantaggio.
Il clima disteso e le buone maniere, sempre auspicabili, non accorciano la distanza che c'è tra concezione politica neoliberista e insegnamento sociale della Chiesa. I Pastori non possono non interrogarsi sul perché dello spostamento del Paese verso una concezione culturale ed etica per tanti aspetti agli antipodi della dottrina sociale cristiana. Non passerà molto tempo per accorgersi del clima avvelenato che le spinte xenofobe e razziste del «leghismo» e dell'utilitarismo proprio del «berlusconismo» alimenteranno in un'Italia a due velocità. Tuttavia, se tocca ai Pastori illuminare le coscienze e le intelligenze con parresìa evangelica, spetta però ai fedeli laici essere protagonisti, non spettatori passivi, nel difficile compito di dare un'anima etica alla democrazia italiana.