Editoriale - febbraio 2008    

La «grande speranza»
L'enciclica Spe salvi di Benedetto XVI

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Per cogliere il significato dell'enciclica Spe salvi (30 novembre 2007) occorre collocarla nel contesto sia delle trasformazioni sociali e culturali del nostro tempo, sia della crisi di crescita della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Anni fa, il card. Ratzinger era già convinto che con «il Sessantotto si è avuta un'esplosione di secolarismo che ha radicalizzato il movimento di secolarizzazione in corso già da duecento anni. [...] Con questa esplosione di secolarismo, si è avuta un'erosione delle fondamenta cristiane delle nostre società»; e concludeva: «Ci troviamo, quindi, culturalmente, in una situazione di minoranza», nella quale diventa molto difficile ricostruire una cultura cristiana e «convincere gli altri che ci sono aspetti essenziali dell'essere uomo che noi abbiamo conosciuto alla luce della fede ma che esprimono l'essere umano come tale [...], la fede deve riformulare le sue ragioni per arrivare di nuovo alla coscienza dell'uomo di oggi» (RATZINGER J. - BENEDETTO XVI, Nuove irruzioni dello Spirito. I movimenti nella Chiesa, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo [MI] 2006, 71 s.). Divenuto Papa, il card. Ratzinger ha portato questa sua convinzione sul soglio di Pietro. A essa, perciò, bisogna rifarsi per comprendere meglio lo scopo, ormai chiaro dopo tre anni di pontificato, che Benedetto XVI si è assegnato: riportare la vita della Chiesa all'autenticità originaria e, nello stesso tempo, riformulare le ragioni della fede in modo accessibile agli uomini del terzo millennio.
Pertanto, mostrano di non aver colto il significato autentico della Spe salvi quanti accusano il Papa di avere espresso una visione preconciliare della Chiesa e del mondo moderno, anche perché nell'enciclica non si cita mai il Concilio Vaticano II. In realtà, in conformità con il fine che si è prefisso, a Benedetto XVI sta a cuore di riportare la fede alla purezza delle origini: per questo insiste nel riproporre l'essenza del messaggio cristiano alla luce della Parola di Dio e dell'insegnamento dei Padri e nel riformulare le ragioni della fede in termini adeguati alla cultura moderna. È questo chiaramente lo scopo anche dell'enciclica Spe salvi, che il Papa si propone di ottenere attraverso quattro passaggi logici fondamentali: richiamando, anzitutto, la vera natura e il contenuto della speranza cristiana alla luce della Bibbia e dell'insegnamento dei Padri (nn. 1-15); poi, interrogandosi sul perché essa sia stata offuscata dalle speranze del mondo moderno (nn. 16-23); quindi, facendo vedere come le speranze dell'uomo moderno si possono integrare con la speranza cristiana (nn. 24-31); indicando, infine, dove e come imparare ed esercitare la «grande speranza» oggi (nn. 32-50).

1. La «grande speranza» cristiana
Cristo - esordisce l'enciclica - è venuto a rivelarci che la nostra vita non finisce nel vuoto, ma l'uomo è destinato all'incontro con Dio, è stato creato «per essere riempito da Lui» (n. 33). Per questo in Cristo siamo stati redenti e salvati. Questa certezza, che nasce dalla fede nella Parola di Dio, genera nel cuore del credente una «grande speranza», capace di dare senso a tutta la sua vita e di sostenerla anche nei momenti più difficili e faticosi. Infatti, è molto diverso vivere e agire con la consapevolezza che l'uomo e la sua operosità sono destinati non a finire nel nulla, ma a rimanere per sempre in un mondo redento e trasfigurato. Pertanto, l'annuncio cristiano della salvezza non è solo una «buona notizia», un'«informazione»; ma porta con sé una vera trasformazione, cambia la vita degli uomini e il cammino della storia. La ragione - spiega Benedetto XVI - sta nel fatto che «la fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una "prova" delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest'ultimo non è più puro "non-ancora". Il fatto che questo futuro esista cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future» (n. 7).
Ciò fu vero agli inizi, quando l'annuncio cristiano aprì gli occhi a comprendere che non le forze cosmiche (i falsi dèi) governano il mondo, ma un Dio personale; e ciò rimane vero anche ai nostri giorni, quando la Parola di Dio ci rende edotti che «non le leggi della materia e dell'evoluzione sono l'ultima istanza, ma ragione, volontà, amore - una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora [...] non siamo schiavi dell'universo e delle sue leggi, allora siamo liberi» (n. 5). E qui - a conferma - il Papa porta l'esempio della santa africana Giuseppina Bakhita (1869-1947), liberata e «redenta» dalla schiavitù, grazie alla fede-speranza cristiana. Ogni vero cristiano è, nello stesso tempo, un trasformato e un trasformatore, un liberato e un liberatore.
Dopo aver ricordato la forza trasformatrice della speranza cristiana agli inizi della Chiesa, l'enciclica si chiede se ciò continui ad avere oggi la medesima efficacia dei primi tempi cristiani: «È essa per noi "performativa" - un messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto "informazione" che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti?» (n. 10). Per rispondere, il Papa muove dall'intima contraddizione che tutti avvertiamo: da una parte, non vogliamo morire; dall'altra, non desideriamo vivere illimitatamente; ciò sarebbe addirittura insopportabile. Ma allora che cosa vogliamo veramente? L'enciclica risponde con sant'Agostino: «In fondo vogliamo una cosa sola - la "vita beata", la vita che è semplicemente vita, semplicemente "felicità". [...] non conosciamo questa "vera vita"; e tuttavia sappiamo che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti» (n. 11). L'esistenza terrena del cristiano è inizio fin d'ora di questa «vera vita», di cui - grazie alla fede-speranza - egli ha già la certezza, non ancora però la piena conoscenza. «La parola "vita eterna" cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta»: essa non è «un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo - il prima e il dopo - non esiste più» (n. 12). In una parola, la «grande speranza» è il Regno del Padre, Cristo stesso: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Giovanni 16, 22).
Non si tratta di una salvezza solo personale e individuale, ma comunitaria. Come il peccato distrusse l'unità del genere umano, così la redenzione - il Regno di Dio - è il ristabilimento dell'unità del genere umano: la «vita vera, verso la quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all'essere nell'unione esistenziale con un "popolo" e può realizzarsi per ogni singolo solo all'interno di questo "noi"» (n. 14). Ecco dunque qual è la vera natura della speranza cristiana, riportata alle sue radici bibliche e patristiche, che l'enciclica Spe salvi aiuta oggi a riscoprire nella sua purezza originaria.

2. Le speranze dell'uomo moderno
Il secondo passaggio logico dell'enciclica è comprendere come si è potuti passare - per dirlo con le categorie kantiane usate dal Papa - dalla «fede ecclesiastica» alla «fede razionale», cioè dal Regno di Dio, fondato sulla fede-speranza in Cristo, al regno dell'uomo, fondato sulla fede nella ragione, nella libertà e nel progresso. Come è potuto accadere che queste «nuove speranze» si siano sovrapposte alla «grande speranza» fino a offuscarla? Per spiegarlo, Benedetto XVI esamina le componenti essenziali del mondo moderno, sviluppatosi a seguito delle grandi scoperte geografiche, delle conquiste scientifiche e tecniche, della secolarizzazione della cultura. È questa, forse, la parte dell'enciclica più «difficile» per il lettore medio.
Perciò, può servire rifarsi alla sintesi che lo stesso Benedetto XVI ne ha fatto, parlando agli universitari di Roma il 13 dicembre 2007. «Nel secolo XVII - ha spiegato - l'Europa ha conosciuto un'autentica svolta epocale e da allora si è andata affermando sempre più una mentalità secondo la quale il progresso umano è solo opera della scienza e della tecnica, mentre alla fede competerebbe solo la salvezza dell'anima, una salvezza puramente individuale. Le due grandi idee-forza della modernità, la ragione e la libertà, si sono come sganciate da Dio per diventare autonome e cooperare alla costruzione del "regno dell'uomo", praticamente contrapposto al Regno di Dio. Ecco allora diffondersi una concezione materialista, alimentata dalla speranza che, cambiando le strutture economiche e politiche, si possa dar vita finalmente a una società giusta, dove regni la pace, la libertà e l'uguaglianza. Questo processo, che non è privo di valori e di ragioni storiche, contiene però un errore di fondo: l'uomo, infatti, non è solo il prodotto di determinate condizioni economiche o sociali; il progresso tecnico non coincide necessariamente con la crescita morale delle persone; anzi, senza principi etici la scienza, la tecnica e la politica possono essere usate - come è avvenuto e come tuttora purtroppo avviene - non per il bene ma per il male dei singoli e dell'umanità» (L'Osservatore Romano, 15 dicembre 2007).
Ecco, dunque, come le «nuove speranze» umane, pur contenendo in sé elementi di positività, hanno finito con l'offuscare la «grande speranza» cristiana: a) alla fede in Dio si è sovrapposta la fede nell'uomo e nel progresso: la fede cristiana non viene negata, ma «viene piuttosto spostata su un altro livello - quello delle cose solamente private e ultraterrene - e allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo» (n. 17); b) alla speranza in Cristo si è sovrapposto un ottimismo naturalistico: «Ragione e libertà sembrano garantire da sé, in virtù della loro intrinseca bontà, una nuova comunità umana perfetta» (n. 18); c) all'amore cristiano gratuito e trascendente (agape) si è sovrapposta una filantropia di tipo illuministico e individualistico.
In questa situazione, noi oggi «ci troviamo nuovamente davanti alle domande: che cosa possiamo sperare?» (n. 22). Le speranze umane sono alternative alla «grande speranza» cristiana?

3. Speranze umane e speranza cristiana
Nel suo terzo passo logico, l'enciclica, per trovare risposta a queste domande, indica la via del confronto e del dialogo tra la speranza cristiana e le speranze umane. Per questo, però, occorre anzitutto che tutti - mondo moderno e cristianesimo moderno - facciamo un esame di coscienza: «È necessaria un'autocritica dell'età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza» (n. 22).
Lo stesso Benedetto XVI avvia il confronto. Da un lato, riconosce che le speranze umane sono necessarie e utili: «noi abbiamo bisogno delle speranze - più piccole o più grandi - che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino» (n. 31); ma, dall'altro, sottolinea che la speranza nel progresso, nella ragione, nella libertà e nella scienza è ambigua e da sola non basta. Infatti il «progresso», senza dubbio, «offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male - possibilità che prima non esistevano» (n. 22). Dal canto suo, la «ragione» certamente «è il grande dono di Dio all'uomo, e la vittoria della ragione sull'irrazionalità è anche uno scopo della fede cristiana»; ma può diventare una minaccia (n. 23). Anche la «libertà» è fondamentale e necessaria, tuttavia è sempre fragile: «Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata - buona - condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell'uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone» (n. 24 b). Infine, non c'è dubbio che la «scienza» «può contribuire molto all'umanizzazione del mondo e dell'umanità. Essa però può anche distruggere l'uomo e il mondo» (n. 25).
Insomma, le speranze umane sono buone, ma esterne e parziali; quindi non bastano: «L'uomo non può mai essere redento semplicemente dall'esterno» (n. 25). «Non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore. Ciò vale già nell'ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l'esperienza di un grande amore, quello è un momento di "redenzione" che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l'amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L'essere umano ha bisogno dell'amore incondizionato. [...] Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora - soltanto allora - l'uomo è "redento", qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha "redenti"» (n. 26). Ecco perché chi non conosce Dio, pur nutrendo molte speranze buone e belle, manca però della «grande speranza» che sola può sorreggere tutta la vita.
Ora, se è necessario che il mondo moderno faccia autocritica, deve farla pure il cristianesimo moderno nella convinzione «che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici» (n. 22). Infatti, «dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull'individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l'orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito - anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell'uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti» (n. 25).
Riassumendo: speranze umane e speranza cristiana, mondo moderno e cristianesimo, non sono alternativi, ma sono destinati a integrarsi, iniziando il dialogo con un sincero esame di coscienza. L'incontro è possibile, perché anche la speranza cristiana è una speranza umana, sebbene essa si distingua dalle altre soprattutto perché non si fonda su una filosofia o su una ideologia, né sulle sole forze dell'uomo, ma poggia su Dio e sulla sua Parola; nasce cioè dalla fede nella rivelazione e nella promessa della salvezza, che si realizza storicamente in «Cristo nostra speranza» (1 Timoteo 1,1). Dunque, credere nella speranza cristiana non impedisce, anzi postula il confrontarsi con tutte le speranze umane.
In breve: la speranza cristiana non si esaurisce nella tensione verso una liberazione meramente temporale e immanente, raggiungibile con le forze umane, ma è una speranza «trascendente»; comincia a realizzarsi quaggiù, ma non rimane chiusa come le altre speranze nell'orizzonte temporale. Non è anzitutto una dottrina, ma un'esperienza. Non è oppio che addormenta, ma stimolo ad annunziare e a realizzare la liberazione integrale portata da Cristo.
L'ultimo passaggio logico dell'enciclica - il quarto - è molto bello. È il più pastorale e non presenta particolari difficoltà di comprensione. È dedicato ai «luoghi» - come li definisce il Papa - dove imparare ed esercitare la speranza: la preghiera, l'azione e la sofferenza. Oltre a questi, vi è un altro luogo per imparare ed esercitare la «grande speranza»: la meditazione sulle realtà ultime (giudizio finale, purgatorio, inferno e paradiso). I «novissimi» e l'escatologia sono un tema da sempre molto caro al Ratzinger teologo, che ora coglie l'occasione dell'enciclica sulla speranza cristiana per riproporre queste fondamentali verità di fede e riformularle in modo più adeguato alle esigenze della cultura moderna.

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Il 7 dicembre 1965, nell'omelia di chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI disse: «Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette».
Questo, dunque, fu l'atteggiamento del Concilio: confronto critico con il pensiero moderno, come esigono carità e verità, ma rispetto e amore anche per chi riduce il Regno di Dio a regno dell'uomo; ottimismo per il futuro, fondato sulla grande fede-speranza in Cristo. È il medesimo atteggiamento di Benedetto XVI nell'enciclica Spe salvi. Da un lato, il Papa, pur essendo critico con il pensiero moderno, riconosce che «Ogni agire serio e retto dell'uomo è speranza in atto» (n. 35) e invita con rispetto quanti lo sostengono all'autocritica e al dialogo; dall'altro, mentre riformula le ragioni della fede per renderle accessibili all'uomo di oggi, esorta i cristiani a riscoprire la purezza della fede delle origini, «affinché il mondo diventi un po' più luminoso e umano e così si aprano anche le porte verso il futuro» (n. 35).